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“I CORPUSCOLI DI KAUSE”: i versi di FABIANO ALBORGHETTI
Di Stefano Vitale

“I corpuscoli di Kause” di Fabiano Alborghetti
(Gabriele Capelli Editore, Mendrisio, 2022)

“Raccolta completamente diversa da qualunque cosa abbia precedentemente pubblicato in volume questi Corpuscoli di Krause di Fabiano Alborghetti. Poeta solitamente di largo respiro, noto per i romanzi in versi o le ampie narrazioni in poesia, ecco che per la prima volta si confronta con una dimensione più breve restando però fedele alla sua vena civile più profonda, intima, senza mai indulgere al sentimentalismo o al compiacimento retorico. Alborghetti ha fatto della categoria del sogno – e non solo della realtà sociale – una sorta di nostalgia ontologica, una stagione creativa che brucia la realtà.
La realtà di questi Corpuscoli è multiforme: franamenti, pandemie, i conflitti della storia umana spesso inumana e impietosa, dove il tempo affretta e la cronaca parla sempre più dal fondo. A combatterne i disorientati contrasti, a ricucirne i brandelli, ecco lo spiraglio di un punto di domanda. Corpuscoli, sollecitazioni termiche e sensoriali che emergono. Sono istanti, respiro. Forse una traccia”.

Questa la presentazione mediatica del libro che coglie perfettamente il senso del lavoro che qui ci propone Fabiano Alborghetti. Alborghetti è sempre stato attento ai temi sociali. Qui li tratta con un testo più diretto, legato al presente immediato. Un libro in cui la poesia vive nelle circostanze, in cui la poesia da senso ai fatti traendo non solo da essi ispirazione, ma sforzandosi di leggerli con l’occhio della poesia. Che comunque resta ancorata alla realtà anche sul piano della lingua: aderente al suo oggetto, capace naturalmente di metafore, ma sempre entro la confort zone della lettura sostenuta da passaggi musicali, da forme e ritmi precisi anche quando il tema si fa complesso.

Potremmo dire che qui Alborghetti abbia voluto dirci, come per altro fa in un suo verso, “noi siamo qui”. Il testo è una mappa del presente con i suoi straniamenti, le sue dimenticanze e distrazioni storiche ed esistenziali, è uno scandaglio di fatti privati e collettivi che la poesia coglie, anzi raccoglie per poi filtrarle attraverso la sua forma, le sue regole, la sua lente. Cosa che crea una sorte di doppio movimento: la poesia entra a capofitto nelle situazioni e così facendo se ne allontana permettendo un distanziamento. Tra l’altro, Alborghetti non rinuncia alla sua vocazione narrativa: la quasi totalità delle sezioni sono in realtà dei quadri, dei passaggi di una specifica narrazione che si esplicita appunto passo dopo passo e ciascun testo trova, a parte alcune eccezioni, la sua ragione d’essere proprio nella concatenazione, nel legame con gli altri testi.

Forse anche questa è una metafora strutturale che vuole indicarci Alborghetti: siamo tutti in qualche modo collegati, connessi e benché la nostra realtà sia frammentata, dispersa, da qualche parte c’è un legame, una esigenza di comunanza.

Come si diceva Alborghetti svolge poeticamente una sorta di “stato dell’arte” indicandoci il punto esatto in cui ci si troverebbe. Un punto fragile, pericolante, precario, ma tant’è: questa la nostra attuale condizione che, con maestria, il poeta sa trasformare in qualcosa di più grande.

Ma è così forte in ogni caso la presenza della realtà, persino delle circostanze specifiche in cui i testi stessi sono stati prodotti: è come se il poeta rivendicasse la centralità di questa relazione stretta tra poesia e materia della vita. Al fondo del libro, infatti, troviamo un’appendice che spiega per filo e per segno come e dove si sia verificata l’occasione (non a caso uso questo termine montaliano) per scrivere le varie poesie.

Alborghetti ci guida così attraverso la pandemia (L’occhio di Plimsoll) affrontata in maniera originale: lo stato di sospensione non viene vissuto con forme lamentevoli, ma il vuoto diventa occasione per porsi interrogativi essenziali, martellanti. E non c’è banale ripiegamento, ma energia nuova che chiede “senti quanto ti dura il mondo, dentro,/ Dimmi: / da dove cominciamo?”. E poi abbiamo la serie “Legni, colombe” in cui la metafora del lavoro del legno diventa bussola per entrare nella violenza del mondo delle cose (“erba lucciola ne rischiare il silenzio”) e chiedere alla poesia ed a noi una “visione magnifica” che “potrebbe planare/ somigliare a una colomba. Portare un po’ di pace”.
Si noti il linguaggio volutamente diretto, semplice. Che ritroviamo nelle sezioni successive: “Sezione del lavoro” con una serie di sette ritratti di profili di operai, contadini, impiegati specchio di una realtà, quella svizzera, sempre in bilico tra modernità e tradizioni, tra vivere crepuscolare e attese di cambiamento.
In “Landesstreik 1918” è la Storia che irrompe sulla pagina che ci ricorda che “Dalla gente minore, dalle carni più offese/ gli argomenti incessanti. /Dai corpi piegati, sposati alla fatica/ così oggi come allora/ e dalla zuppa resa migliore se ci cascan le mosche…” è “da qui nasce tutto” . La presa di posizione per una poesia “civile”, militante in questo libro è chiara: “Un promemoria che la storia tramanda:/ due braccia alzate sono segno di resa./ ma ne basta uno per far partire la lotta”.

Cosa che appare ancora più evidente in “Spartaco” e che nel “Poemetto della vergogna” non nasconde il dispiacere per un presente fin troppo segnato dalla rinuncia, dalla fuga dalla storia, dalla politica. Non a caso la poesia si chiude coi versi critici verso una certa tendenza diffusa all’astensionismo sociale “… Io rinuncio:/ è il mio gesto di protesta, la vergogna solitaria/ di chi ha smesso la speranza, il mio grido inascoltato/ il dolore più potente forse in onda tra due spot” .

Poi Alborghetti prosegue con una bella e sentita sequenza dedicata a Giovanni Orelli in cui spiccano versi quali: “il nostro eterno imperfetto” , come “E quanto pensa infine una frattura/ o un pensiero. E una poesia?…” oppure come “Una quieta grandezza/ e ci difende dai randagi. /Poi divaga, ma è sinossi universale” . Poi riprende la sua vena narrativa nella sezione “Gli amanti di Valdaro” ovvero gli innamorati più antichi del mondo: il poeta sembra dirci con la descrizione di questi due corpi ritrovati nel febbraio 2007, corpi abbracciati da 6000 anni, che c’è qualcosa che può durare, sia pure tragicamente, nel tempo e che questo assomiglia maledettamente ad un corpo: “Nella teca/ sono stesi, sono nudi/ sono soli e abbracciati”.

Con le sezioni “Intuitu personae” e “Complicanze ed altre forme” incontriamo due sezioni più personali, private: nella prima una lunga poesia dedicata al padre e nelle seconda una sequenza di poesia in cui il poeta “racconta” di una degenza in ospedale, situazione incerta, precaria per definizione. In mezzo alle due sezione citate troviamo “Positroni”, sezione costruita, è il caso di dirlo, sul progetto linguistico di valorizzare la terminologia della fisica in chiave poetica. A volte emerge un certo indugiare artificioso illuminato però da versi, di natura aforismatica, di ottima fattura: “La vertigine/ parteggia sempre per la carità del vuoto”, oppure “Rinunciare a una porzione guadagnando poi l’assieme”, e ancora: “Tutto ciò/ che ancora non ha nome né ha necessità/ che non sa, che aspetta, cambia. Diverrà”.

Chiude il libro “Equazione della responsabilità per ogni nuovo anno” anch’essa scritta in una specifica occasione (su invito del sindaco di Lugano). Poesia certamente sostenuta da un impegno etico, da una volontà di comunicazione e di coinvolgimento, poesia apertamente evocativa che esprime la sua intenzione “pedagogica”. “C’è un giardino da curare anche s’è stagione incerta” ; “Inizia tutto dentro l’atomo di un gesto”; “Io ho deciso: ti prometto resistenza/ o meglio ancora: darò forma alla speranza” che il poeta, pudicamente lo ricorda nel finale, “canta sempre sottovoce”.

Note sull’Autore
Fabiano Alborghetti (1970). Ha scritto di critica, fondato riviste, creato programmi radio, progetti in carceri, scuole e ospedali ed è promotore culturale. Collabora inoltre come consulente editoriale per case editrici e riviste sia in Svizzera che all’estero.
È nella commissione di programmazione di diversi festival ed è presidente della Casa della Letteratura per la Svizzera italiana. Nelle vesti di autore, rappresenta la lingua italiana e la Svizzera nel mondo su mandati ufficiali e traduzioni di sue poesie sono apparse in volume, riviste o antologie in più di 10 lingue.
Ha pubblicato 6 raccolte di poesia tra le quali Maiser (Premio Svizzero di Letteratura 2018) poi prodotto integralmente come radiodramma dalla RSI Radiotelevisione della Svizzera Italiana. …..Dal 2017 è al lavoro per un romanzo in versi basato sulla comunità Walser (Borsa letteraria UBS Cultura e Borsa di creazione della Fondazione Landis & Gyr).

Link: ilgiornalaccio.net


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