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Fabiano Alborghetti
Corpuscoli di Krause
Poesie
15×21 cm, 128 pp, Euro 16,00
ISBN 978-88-31285-35-3

Disponibile anche in versione digitale su più piattaforme.


© Turné, Radiotelevisione svizzera LA1, 02.04.2022
Servizio televisivo a cura di Claudia Iseli dedicato a “Corpuscoli di Krause”, il nuovo libro di Fabiano Alborghetti. Turné, RSI LA1, 02.04.2022.

“Per gentile autorizzazione della RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana.”

Corpuscoli di Krause promo video

Nella raccolta:

  • L’occhio di Plimsoll
  • Legni, colombe
  • Sezione del lavoro
  • Landesstreik 1918
  • Spartaco
  • Poemetto della vergogna
  • Quattro frammenti
  • Gli amanti di Valdaro
  • Intuitu personae
  • Positroni
  • Complicanze e altre forme
  • Equazione della responsabilità per ogni nuovo anno

Gridano, non è vero? Ti assediano
nonostante il buio di un cassetto
dove hai riposto voci, visi, le storie consumate

ma irrisolte. Sono immagini del mondo:
quelle atroci ed involute, quelle nere
che fumano di cenere e di corpi

di vuoti impronunciabili. Talvolta
le disponi con un ordine
che assomiglia a una deriva

e non sai, non trovi un senso
e pesano negli occhi, lo so.
Le riponi e ritornano.

Ne ritagli altre dai giornali, altre storie
altre vite. Altre assenze
o geografie, altre grida farsi roche

e talvolta son le tue, dando voce a chi non c’è.


Raccolta completamente diversa da qualunque cosa abbia precedentemente pubblicato in volume questi Corpuscoli di Krause di Fabiano Alborghetti. Poeta solitamente di largo respiro, noto per i romanzi in versi o le ampie narrazioni in poesia, ecco che per la prima volta si confronta con una dimensione più breve restando però fedele alla sua vena civile più profonda, intima, senza mai indulgere al sentimentalismo o al compiacimento retorico. Alborghetti ha fatto della categoria del sogno – e non solo della realtà sociale – una sorta di nostalgia ontologica, una stagione creativa che brucia la realtà.

La realtà di questi Corpuscoli è multiforme: franamenti, pandemie, i conflitti della storia umana spesso inumana e impietosa, dove il tempo affretta e la cronaca parla sempre più dal fondo. A combatterne i disorientati contrasti, a ricucirne i brandelli, ecco lo spiraglio di un punto di domanda. Corpuscoli, sollecitazioni termiche e sensoriali che emergono. Sono istanti, respiro. Forse una traccia.


No, non saremo solo corpi crivellati dall’assenza
ma un ventaglio di miracoli.
Senti quanto ti dura il mondo, dentro.
Dimmi:
da dove cominciamo?


Fabiano Alborghetti (1970). Ha scritto di critica, fondato riviste, creato programmi radio, progetti in carceri, scuole e ospedali ed è promotore culturale. Collabora inoltre come consulente editoriale per case editrici e riviste sia in Svizzera che all’estero. È nella commissione di programmazione di diversi festival ed è presidente della Casa della Letteratura per la Svizzera italiana. Nelle vesti di autore, rappresenta la lingua italiana e la Svizzera nel mondo su mandati ufficiali e traduzioni di sue poesie sono apparse in volume, riviste o antologie in più di 10 lingue. Ha pubblicato 6 raccolte di poesia tra le quali Maiser (Premio Svizzero di Letteratura 2018) poi prodotto integralmente come radiodramma dalla RSI Radiotelevisione della Svizzera Italiana. Dal 2017 è al lavoro per un romanzo in versi basato sulla comunità Walser (Borsa letteraria UBS Cultura e Borsa di creazione della Fondazione Landis & Gyr).
http://www.fabianoalborghetti.ch


RECENSIONI/SEGNALAZIONI

© Il Giornalaccio

“I CORPUSCOLI DI KAUSE”: i versi di FABIANO ALBORGHETTI
Di Stefano Vitale

“I corpuscoli di Kause” di Fabiano Alborghetti
(Gabriele Capelli Editore, Mendrisio, 2022)

“Raccolta completamente diversa da qualunque cosa abbia precedentemente pubblicato in volume questi Corpuscoli di Krause di Fabiano Alborghetti. Poeta solitamente di largo respiro, noto per i romanzi in versi o le ampie narrazioni in poesia, ecco che per la prima volta si confronta con una dimensione più breve restando però fedele alla sua vena civile più profonda, intima, senza mai indulgere al sentimentalismo o al compiacimento retorico. Alborghetti ha fatto della categoria del sogno – e non solo della realtà sociale – una sorta di nostalgia ontologica, una stagione creativa che brucia la realtà.
La realtà di questi Corpuscoli è multiforme: franamenti, pandemie, i conflitti della storia umana spesso inumana e impietosa, dove il tempo affretta e la cronaca parla sempre più dal fondo. A combatterne i disorientati contrasti, a ricucirne i brandelli, ecco lo spiraglio di un punto di domanda. Corpuscoli, sollecitazioni termiche e sensoriali che emergono. Sono istanti, respiro. Forse una traccia”.

Questa la presentazione mediatica del libro che coglie perfettamente il senso del lavoro che qui ci propone Fabiano Alborghetti. Alborghetti è sempre stato attento ai temi sociali. Qui li tratta con un testo più diretto, legato al presente immediato. Un libro in cui la poesia vive nelle circostanze, in cui la poesia da senso ai fatti traendo non solo da essi ispirazione, ma sforzandosi di leggerli con l’occhio della poesia. Che comunque resta ancorata alla realtà anche sul piano della lingua: aderente al suo oggetto, capace naturalmente di metafore, ma sempre entro la confort zone della lettura sostenuta da passaggi musicali, da forme e ritmi precisi anche quando il tema si fa complesso.

Potremmo dire che qui Alborghetti abbia voluto dirci, come per altro fa in un suo verso, “noi siamo qui”. Il testo è una mappa del presente con i suoi straniamenti, le sue dimenticanze e distrazioni storiche ed esistenziali, è uno scandaglio di fatti privati e collettivi che la poesia coglie, anzi raccoglie per poi filtrarle attraverso la sua forma, le sue regole, la sua lente. Cosa che crea una sorte di doppio movimento: la poesia entra a capofitto nelle situazioni e così facendo se ne allontana permettendo un distanziamento. Tra l’altro, Alborghetti non rinuncia alla sua vocazione narrativa: la quasi totalità delle sezioni sono in realtà dei quadri, dei passaggi di una specifica narrazione che si esplicita appunto passo dopo passo e ciascun testo trova, a parte alcune eccezioni, la sua ragione d’essere proprio nella concatenazione, nel legame con gli altri testi.

Forse anche questa è una metafora strutturale che vuole indicarci Alborghetti: siamo tutti in qualche modo collegati, connessi e benché la nostra realtà sia frammentata, dispersa, da qualche parte c’è un legame, una esigenza di comunanza.

Come si diceva Alborghetti svolge poeticamente una sorta di “stato dell’arte” indicandoci il punto esatto in cui ci si troverebbe. Un punto fragile, pericolante, precario, ma tant’è: questa la nostra attuale condizione che, con maestria, il poeta sa trasformare in qualcosa di più grande.

Ma è così forte in ogni caso la presenza della realtà, persino delle circostanze specifiche in cui i testi stessi sono stati prodotti: è come se il poeta rivendicasse la centralità di questa relazione stretta tra poesia e materia della vita. Al fondo del libro, infatti, troviamo un’appendice che spiega per filo e per segno come e dove si sia verificata l’occasione (non a caso uso questo termine montaliano) per scrivere le varie poesie.

Alborghetti ci guida così attraverso la pandemia (L’occhio di Plimsoll) affrontata in maniera originale: lo stato di sospensione non viene vissuto con forme lamentevoli, ma il vuoto diventa occasione per porsi interrogativi essenziali, martellanti. E non c’è banale ripiegamento, ma energia nuova che chiede “senti quanto ti dura il mondo, dentro,/ Dimmi: / da dove cominciamo?”. E poi abbiamo la serie “Legni, colombe” in cui la metafora del lavoro del legno diventa bussola per entrare nella violenza del mondo delle cose (“erba lucciola ne rischiare il silenzio”) e chiedere alla poesia ed a noi una “visione magnifica” che “potrebbe planare/ somigliare a una colomba. Portare un po’ di pace”.
Si noti il linguaggio volutamente diretto, semplice. Che ritroviamo nelle sezioni successive: “Sezione del lavoro” con una serie di sette ritratti di profili di operai, contadini, impiegati specchio di una realtà, quella svizzera, sempre in bilico tra modernità e tradizioni, tra vivere crepuscolare e attese di cambiamento.
In “Landesstreik 1918” è la Storia che irrompe sulla pagina che ci ricorda che “Dalla gente minore, dalle carni più offese/ gli argomenti incessanti. /Dai corpi piegati, sposati alla fatica/ così oggi come allora/ e dalla zuppa resa migliore se ci cascan le mosche…” è “da qui nasce tutto” . La presa di posizione per una poesia “civile”, militante in questo libro è chiara: “Un promemoria che la storia tramanda:/ due braccia alzate sono segno di resa./ ma ne basta uno per far partire la lotta”.

Cosa che appare ancora più evidente in “Spartaco” e che nel “Poemetto della vergogna” non nasconde il dispiacere per un presente fin troppo segnato dalla rinuncia, dalla fuga dalla storia, dalla politica. Non a caso la poesia si chiude coi versi critici verso una certa tendenza diffusa all’astensionismo sociale “… Io rinuncio:/ è il mio gesto di protesta, la vergogna solitaria/ di chi ha smesso la speranza, il mio grido inascoltato/ il dolore più potente forse in onda tra due spot” .

Poi Alborghetti prosegue con una bella e sentita sequenza dedicata a Giovanni Orelli in cui spiccano versi quali: “il nostro eterno imperfetto” , come “E quanto pensa infine una frattura/ o un pensiero. E una poesia?…” oppure come “Una quieta grandezza/ e ci difende dai randagi. /Poi divaga, ma è sinossi universale” . Poi riprende la sua vena narrativa nella sezione “Gli amanti di Valdaro” ovvero gli innamorati più antichi del mondo: il poeta sembra dirci con la descrizione di questi due corpi ritrovati nel febbraio 2007, corpi abbracciati da 6000 anni, che c’è qualcosa che può durare, sia pure tragicamente, nel tempo e che questo assomiglia maledettamente ad un corpo: “Nella teca/ sono stesi, sono nudi/ sono soli e abbracciati”.

Con le sezioni “Intuitu personae” e “Complicanze ed altre forme” incontriamo due sezioni più personali, private: nella prima una lunga poesia dedicata al padre e nelle seconda una sequenza di poesia in cui il poeta “racconta” di una degenza in ospedale, situazione incerta, precaria per definizione. In mezzo alle due sezione citate troviamo “Positroni”, sezione costruita, è il caso di dirlo, sul progetto linguistico di valorizzare la terminologia della fisica in chiave poetica. A volte emerge un certo indugiare artificioso illuminato però da versi, di natura aforismatica, di ottima fattura: “La vertigine/ parteggia sempre per la carità del vuoto”, oppure “Rinunciare a una porzione guadagnando poi l’assieme”, e ancora: “Tutto ciò/ che ancora non ha nome né ha necessità/ che non sa, che aspetta, cambia. Diverrà”.

Chiude il libro “Equazione della responsabilità per ogni nuovo anno” anch’essa scritta in una specifica occasione (su invito del sindaco di Lugano). Poesia certamente sostenuta da un impegno etico, da una volontà di comunicazione e di coinvolgimento, poesia apertamente evocativa che esprime la sua intenzione “pedagogica”. “C’è un giardino da curare anche s’è stagione incerta” ; “Inizia tutto dentro l’atomo di un gesto”; “Io ho deciso: ti prometto resistenza/ o meglio ancora: darò forma alla speranza” che il poeta, pudicamente lo ricorda nel finale, “canta sempre sottovoce”.

Note sull’Autore
Fabiano Alborghetti (1970). Ha scritto di critica, fondato riviste, creato programmi radio, progetti in carceri, scuole e ospedali ed è promotore culturale. Collabora inoltre come consulente editoriale per case editrici e riviste sia in Svizzera che all’estero.
È nella commissione di programmazione di diversi festival ed è presidente della Casa della Letteratura per la Svizzera italiana. Nelle vesti di autore, rappresenta la lingua italiana e la Svizzera nel mondo su mandati ufficiali e traduzioni di sue poesie sono apparse in volume, riviste o antologie in più di 10 lingue.
Ha pubblicato 6 raccolte di poesia tra le quali Maiser (Premio Svizzero di Letteratura 2018) poi prodotto integralmente come radiodramma dalla RSI Radiotelevisione della Svizzera Italiana. …..Dal 2017 è al lavoro per un romanzo in versi basato sulla comunità Walser (Borsa letteraria UBS Cultura e Borsa di creazione della Fondazione Landis & Gyr).

Link: ilgiornalaccio.net


© Cenobio, II/2022

Fabiano Alborghetti, Corpuscoli di Krause, Mendrisio, Gabriele Capelli Editore, 2022, pp. 128.
Di Paolo Febbraro

Ci sono poeti, o meglio scrittori in versi, che appiattiscono qualunque tema, perché non sanno farne un tema musicale, e vedono solo sé stessi, e si riproducono monotonamente, con compiaciuta cecità. Nel libro di Alborghetti, totalmente al contrario, ho trovato l’eclettismo di chi osserva il mondo e concede a sé stesso di seguirlo e farsene seguire; di chi fa risalire l’esperienza nei propri gesti e nei propri tempi, grata o ingrata che essa sia, come un «mezzo di contrasto» (splendida, terribile metafora, che anch’io conosco bene, ahimè) che viene inoculato nel nostro corpo dalla sapienza o dall’insipienza altrui.
Ogni sezione del libro poetico è un libro a sua volta. Tra le tante cose, mi ha colpito come nella Sezione del lavoro Alborghetti adotti (o accetti di essere adottato da) un ritmo monocorde, basato sul nucleo “atona-atona-tonica-atona”, per significare nella scansione l’uniformità della vita cosiddetta “attiva”. Lo stesso accade, non a caso, nella suite dedicata a Gli amanti di Valdaro, dove si dimostra in grado di giocare – come il grande Palazzeschi, e Pagliarani – sulla mostruosa superfetazione chiacchierata che il mondo della disinformazione produce sui fatti, denudati oscenamente ed esposti, consumati. Anche lì il ritmo dominante è quello in quattro battute di cui dicevo, mimesi ironica del giornalismo: ma il verso e la disposizione in strofe sono più rotti, per consentire le incrinature del reale affetto intercalato dal poeta.
Del resto, nulla di sorprendente in un autore che ha compreso l’Intuitu personae: ovvero la capacità di volgere e declinare i linguaggi della tecnica e della scienza (astrofisica, diritto, archeologia, medicina, maestria d’ascia) nella profonda personalità che li invera: «Ha forme diverse e diversa è la voce / in questo lembo di tempo». Già: è un semplice distico in cui già si vede (come da una feritoia) parte del panorama; la disposizione a chiasmo del primo verso – che dice la stessa cosa in ordine opposto – e la rima interna tra lembo e tempo, ad affrontare e risolvere linguisticamente il confronto inesauribile tra momento e totalità. Più volte Alborghetti trova delle sintesi notevoli: «E lui stesso, di sé stesso l’agguato». Ma non c’è dubbio che uno dei cuori di questo suo libro – uno dei cuori di un libro con così tante pulsazioni – batta nei Positroni, e nella versificazione delle poesie che compongono la sequenza, la sua volontà di disegnare la pagina con una geometria variabile, l’intuizione centrale di ciò che non ha centro: «Le coordinate / legano tra loro in funzione di chi osserva / – lo spostamento relativo di chi osserva –. / […] / esiste sempre / chi osserva, colui che vede / i due punti anche se scissi / un altrove assoluto dentro l’altro / e li vede simultanei / in coesistenza». Non è diverso, tutto ciò, dal canto doloroso di Complicanze e altre forme, in cui l’io poetico è in «un altrove assoluto dentro l’altro», essendo lì dov’è e contemporaneamente nell’annaspare della lingua e nel pensiero dell’amata irraggiungibile, perché troppo diversa – nel qui e ora – da ciò in cui si è immersi. L’io poetico è lì davvero una particella sondata, immobilizzata, diagnosticata, e dunque costretta in un’artificialità ammutolita. La parola poetica, infatti, come quella amorosa, non è imitazione della realtà, ma è realtà essa stessa, è flusso, coordinazione, onda; per questo soffre orribilmente la propria negazione («ma agli occhi è tutto uguale»); parlerei quasi, con un ardito neologismo, di “annegazione”. Per statuto, la scienza e la tecnica (che sono umane) rischiano di negare l’umano, il naturale, isolando ciò che non è isolabile, alienando dall’uomo ciò che è dell’uomo. Alborghetti lo dice magnificamente nel verso «il verdetto è un midollo nelle mani del tedesco»: freddezza giudiziaria, alterità lessicale, reificazione, quest’ultima accusata sagacemente, con il corsivo che segnala la parola cosa.
«La speranza, ho imparato, canta sempre sottovoce»: grazie per questo libro, caro Fabiano Alborghetti, e accetta queste mie brevi considerazioni come forma di gratitudine.

Link: edizionicenobio


© strisciarossa.it, 25.07.2022

Quanto freddo intorno a noi, Alborghetti poeta delle nostre vite chiuse
Di Matteo Fantuzzi

Città chiuse e aperte e richiuse / intoccabili, introvabili / nonostante le già note geografie. / Serrande abbassate, come chiusi sono ora gli affetti / estremi facili, parrebbe / ma obbligatorio è il distacco / e tutto è già spiegato e così tante volte: / è per stare più al sicuro. / Quel silenzio quando tutto si è fermato: / depositario di memorie oscure e trame / un silenzio immune, primigenio. Una veglia / uno spazio minerale che ha il respiro dell’asfalto / uno spazio che si stira nell’assenza. / Sono tornati uccelli rari. / Alcuni fiumi sono ora popolati. Animali / da selva attraversano le strade. Accade / questo quando attorno manca l’uomo. / Ci avresti mai creduto ?

Fabiano Alborghetti, poeta oggi svizzero, dedica ai Corpuscoli di Krause la sua nuova opera. Sono i recettori che all’interno della nostra pelle si attivano per segnalare la percezione del freddo, i maggiori come numero (150.000 rispetto ai soli 15.000 recettori di Ruffini che percepiscono al contrario il calore) ma decisamente minori dal punto di vista delle dimensioni. La percezione del freddo è come nel testo sopra citato parte integrante della raccolta e al tempo stesso nodo della nostra società: il combinato disposto tra guerre e crisi sanitarie ha infatti attivato una reazione a catena nelle nostre vite allontanandoci da qualsiasi ottica che non sia privata fino agli estremi confini, le “oscure trame” appunto citate da Alborghetti che nel suo libro fotografa perfettamente la situazione.

Il distacco obbligatorio in buona sostanza non è solo quello percepito ed eventualmente necessario per motivi sanitari, ma è soprattutto una condizione umana insita e risponde probabilmente a quella “mutazione antropologica” citata da Pier Paolo Pasolini nel celebre articolo apparso sul Corriere della Sera il 10 Giugno 1974, quel passaggio con conseguente perdita d’innocenza che aveva mutato la società arcaica in una nuova struttura neocapitalistica.

Fabiano Alborghetti da sempre lavora su questo spostamento di perdita complessiva di innocenza, abbandonando (almeno in alcune sezioni) l’incedere epico poematico, per asciugare ulteriormente il verso in una dimensione ancora più scavata e onirica, lasciando almeno in alcuni testi la realtà lineare per affidarsi al sogno, al mito.

È una scelta in linea con l’attuale letteratura ma è soprattutto una reazione aderente all’odierna situazione dove il distacco è pieno ed evidente anche dal punto di vista ideologico. Ancora una volta non si può che ritornare al Pasolini che fotografava la società degli anni Settanta dichiarando in maniera nemmeno troppo provocatoria, ma decisamente cruda, che “Non c’è più dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista . Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili.”

Nel libro di Alborghetti diventa così centrale la sezione intitolata Gli amanti di Valdaro ritrovamento del Febbraio 2007 di due scheletri risalenti a oltre 6.000 anni fa, recuperati abbracciati durante gli scavi in una zona industriale vicino a Mantova e appartenenti al periodo Neolitico.

Lo sradicamento e la musealizzazione, lo spettacolo creato su questi corpi ormai ridotti ad ossa dal tempo ma ancora uniti nel loro gesto rende forse meglio di molti saggi l’idea di quanto ci sta accadendo nel nostro ruolo tragico di spettatori paganti.

Verran messi nella teca / proprio al centro della sala / una grande, illuminata ed attorno tutti gli altri // come il cane e il cacciatore ritrovati anch’essi assieme / come gli altri senza fama / altri corpi e vasellame. // Sul percorso mappe appese, foto aeree /per mostrare / l’estensione degli scavi. I dettagli, i primi piani. // E le ossa // da vicino, più vicino / come i visi contro il vetro per vedere / per davvero. Nella teca // sono stesi, sono nudi / sono soli e abbracciati. // Nella teca / non c’è il cielo / né il conforto del pudore // né un qualcosa che difenda. / La pietà di un velo steso.

Fabiano Alborghetti, Corpuscoli di Krause, Gabriele Capelli Editore.

Link: strisciarossa


© Pulp Libri, 18.07.2022

Recensioni

Fabiano Alborghetti / Poesia e coscienza post-immune

Fabiano Alborghetti, Corpuscoli di Krause. Poesie, Gabriele Capelli Editore, pp. 128, euro 16,00 stampa, euro 6,00 epub
Di Lorenzo Mari

Poco prima dell’uscita di questo libro, Fabiano Alborghetti me ne ha fatto cenno in termini di nuovo percorso, parlando di rischio e di sfida; non c’è dubbio che ogni libro lo sia, ma, in questo caso specifico, i motivi di disorientamento e riassestamento rispetto alla produzione poetica precedente dell’autore non mancano, in effetti, per chi abbia già letto i suoi libri di poesia, come Registro dei fragili (Casagrande, 2009) e L’opposta riva (Lietocolle, 2006; La vita felice, 2013), o il romanzo in versi Maiser (Marcos y Marcos, 2017). La questione è riportata in modo sintetico anche dalla quarta di copertina delle belle edizioni ticinesi Gabriele Capelli: “Raccolta completamente diversa da qualunque cosa abbia precedentemente pubblicato in volume […]. Poeta solitamente di largo respiro, noto per i romanzi in versi o le ampie narrazioni in poesia, ecco che per la prima volta, si confronta con una dimensione più breve restando però fedele alla sua vena civile più profonda […]”.

Ciò nonostante, e come si evince anche da quest’ultima citazione, dei Corpuscoli di Krause si può annotare – a prescindere dalla scelta dell’andamento narrativo-poematico o della poetica del frammento – l’insopprimibile coerenza di fondo, tanto testuale quanto extra-testuale, con quanto già messo in campo da Alborghetti in precedenza. Si pensi, ad esempio, all’Opposta riva, con la lunga frequentazione degli spazi e delle persone che popolano la cosiddetta “immigrazione illegale” che precede e dà corpo alla scrittura di un libro dedicato proprio a questa vicenda. Più di dieci anni dopo, nella nota dell’autore per i Corpuscoli di Krause, la necessità dell’esperienza e della sua continua oscillazione tra l’immedesimazione e il confronto con un’irriducibile alterità diventa una descrizione aggiornata delle occasioni montaliane, in quanto “sollecitazioni termiche e sensoriali che emergono dalle cronache o dalle (molte) realtà” (recepite, appunto, tramite i corpuscoli di Krause).

Montale non è presente soltanto qui: ritorna anche nell’esergo alla sezione “Intuitu personae” con alcuni versi da “Personae separatae” della Bufera e altro. Il riferimento non pare tanto territoriale – anche se la prima sezione della Bufera fu effettivamente pubblicata a Lugano nel 1943, con il titolo Finisterre – quanto a una possibile soluzione materialista del dibattito teologico cui già Montale alludeva: l’indistinzione, o invece la separatezza delle anime, in Paradiso. Per Alborghetti, la soluzione è fornita dal concetto giuridico di intuitu personae, riguardante i contratti tra persone, basati sulla fiducia reciproca, che si estinguono alla morte dei contraenti; miniatura del contratto sociale, essa è anche la riproposizione – in una dimensione ristretta, ma con un ampio orizzonte trascendentale – della “vena civile” dell’autore.

È una vena profonda, che permea anche i Corpuscoli, esprimendosi in modo immediato e viscerale nella prima sezione del libro, “L’occhio di Plimsoll”, scaturita dall’esperienza del fenomeno pandemico. Differentemente da un altro poeta ticinese come Fabio Pusterla, autore di un Requiem per casa di riposo lombarda (Marcos y Marcos, 2021) nel quale si ode un maestoso “Dies irae”, Alborghetti sceglie di citare Hotel Supramonte di Fabrizio De André (letteralmente: “Quando ti svegli, se hai ancora paura / ridammi la mano”) e, soprattutto, di terminare ogni testo di questa sequenza “con una domanda: non rivolta al presente bensì al futuro”, come si legge nella nota finale dell’autore.

Stilema, questo, che si ritrova anche in altre sezioni del volume e che rappresenta forse la condensazione più riuscita di questa fase della scrittura poetica del poeta, addivenendo a un’interrogazione che non è mai moralistica né scontata, ma posa il suo sguardo sulle rovine del presente senz’attitudine nostalgica o retorica, per condividere un dubbio che può ispirare nuove parole e nuove azioni: “Dire rovina è dire perdita, o dolore. / […] Sono l’impronta di una frattura. Ma non sono anche l’esorcismo alla paura?”.

Coerentemente con la poetica di Alborghetti, questa riflessione è votata, più che alla ribellione, a una resistenza che, nel farsi ideale, offre un contraltare più sicuro e convincente a quella resilienza – post-pandemica, ma non soltanto – diventata oggetto di chiaro investimento ideologico poco oltre la dogana di Chiasso. E non è una riflessione limitata alla sequenza d’occasione: se il tema pandemico si dirama nelle sezioni successive – come ad esempio in “Legni, colombe”, dove si legge che “il dolore torna / come fosse epidemia”, o ancora nel “respiro […] distaccato dal corpo” della sezione “Landesstreik 1918” – egualmente distribuita è anche la chiamata alla resistenza. Interpella direttamente, senza fronzoli, chi legge (“Potrebbe essere peggio, resisto. / E tu?”, sempre dalla prima parte), ma nel farlo rifugge da ogni retorica dell’eroismo.

Ciò non vuol dire che gli eroi cessino di esistere, bisogna soltanto saperli distinguere: come si legge in “Spartaco (1847-50; 2019-20)”, hanno la forma specifica di “un corpo alzato con l’anima che segue / un corpo divenire un avviso di guerra / un reagente che vuole diventare”. Forma che risulta chiaramente impressa, a livello individuale e poi forse anche collettivo dal radicamento nella materialità del lavoro umano e nel suo duraturo legame con l’oppressione economica e politica. Lo mostra l’intera “Sezione del lavoro”, che si apre, peraltro, con un esergo in cui fa capolino Gondrano, il cavallo stakhanovista della Fattoria degli animali orwelliana. L’etica del lavoro capitalista – parecchio simile, su entrambi lati della dogana di Chiasso – comprende anche “le cose da imparare per far parte del sistema”, e cioè per riprodurre all’infinito la propria sottomissione. Prendere coscienza di questo significa anche dare nuova forma e sostanza anche quella dichiarazione – “Io non vado più a votare” – contenuta in Poemetto della vergogna (poesia qui riproposta, dopo essere stata pubblicata nell’importante antologia poetica Calpestare l’oblio, pubblicata nel 2010 dalle edizioni Cattedrale per impulso della rivista culturale Argo).

Già in quel testo, Alborghetti si dichiarava “esule due volte, senza terra, appartenenza”, sottolineando come la possibilità di appartenere a un nuovo Paese e a un nuovo sistema non soddisfi automaticamente i bisogni né plachi le angosce di chi si ritrova “il […] grido inascoltato // il dolore più potente forse in onda tra due spot”. E tuttavia, Corpuscoli di Krause è anche una chiara testimonianza dell’importanza della comunità letteraria trovata oltre confine, sul suolo elvetico: Alborghetti, che è stato Premio Svizzero di Letteratura nel 2018, segnala in nota la protettiva presenza del maestro Giovanni Orelli (i “Quattro frammenti (misericordia del ricordo)” contengono quattro riferimenti ai libri del poeta ticinese, morto nel 2016), di Vincenzo Vela, ma anche di coetanei e collaboratori come Flavio Stoppini o Prisca Agustoni.

Tuttavia, anche la comunità letteraria è flagellata da “Troppe rane // concertini. Troppe cene di cretini”. Il rifugio può essere allora nel dialogo con la scienza, che, di fatto, permea tutto il volume, a partire dal titolo e per arrivare fino a “Positroni”, suite messa al vaglio dell’occhio esperto di Carlo Rovelli. O forse il rifugio può essere nel frammento, che non è mai soltanto diaristico: si legga la sezione “Complicanze e altre forme” per saggiare, insieme all’autore, la propria fragilità di esseri umani.

I rifugi, in effetti, possono essere molti altri ancora; su questo, però, il libro non si pronuncia mai in modo definitivo, al di là di un’affermazione conclusiva che finalmente cede al tono consolatorio: “La speranza, ho imparato, canta sempre sottovoce”. Forse, ancora più sottovoce, Alborghetti dice che, in realtà, i rifugi non esistono, ed è meglio ripartire, allora, dalla coscienza, non solo post-pandemica, ma che riguarda ogni orfanità, poetica ed esistenziale, che “adesso non siamo più immuni”. Che sia venuta l’ora di mettere questa coscienza, non post-pandemica ma post-immune, di nuovo in comune?

Link: Pulp Libri


© Cult, Luglio e agosto 2022


© Radio Popolare, 19.06.2022

Durante la trasmissione si parla anche di “Corpuscoli di Krause” di Fabiano Alborghetti.
Dal minuto 39.28


© Corriere dell’italianità, 15.06.2022

Autori tra Italia e Svizzera
Intervista a Fabiano Alborghetti, autore dei “Corpuscoli di Krause”


© Alto Adige, 13.06.2022

Segnalazione del libro di poesie di Fabiano Alborghetti su Alto Adige del 13 giugno 2022.


© swissinfo, 28.05.2022

Fabiano Alborghetti: tutto parte da un corpuscolo
Lo scorso mese di marzo Fabiano Alborghetti ha pubblicato la raccolta “Corpuscoli di Krause”, i cui testi sono stati composti tra il 2010 e il 2021.

Il poeta Fabiano Alborghetti ha proposto una lettura della sua recente raccolta di poesie “Corpuscoli di Krause” alle Giornate letterarie di Soletta. Per l’occasione, Keystone-ATS lo ha incontrato.

La raccolta, per i tipi Gabriele Capelli Editore, è uscita lo scorso mese di marzo. Il titolo prende il nome dai 150’000 “sensori del freddo” presenti nella cute e “attivi da 0 a 40°C”. Questi si riattivano a 45°C: “ma perché se devono avvertire il freddo si riattivano quando in realtà fa caldo?”, questa la domanda che Fabiano Alborghetti si è posto.

“Per me è stato un segnale d’allerta per una rinnovata attenzione verso qualcosa quando la realtà non è più normale”, spiega. Questo qualcosa può essere qualsiasi cosa, e nella raccolta è presente sotto diverse forme, dalla pandemia alla morte.

L’occhio di Plimsoll

Ad aprire il libro, composto di sei sezioni distinte ma che dialogano fra loro, la poesia “L’occhio di Plimsoll” commissionata dall’ambasciata svizzera in Israele per il progetto “Wake-up! Diplomacy Towards a Healthy Future” (Sveglia! La diplomazia verso un futuro sano), spiega Alborghetti.

“Questo programma era teso a offrire contenuti culturali o di riflessione in un tempo di pandemia, nel 2021”, precisa. All’interno del titolo “L’occhio di Plimsoll”, che voleva usare in precedenza ma non ci era mai riuscito, ha trovato il fil rouge “in cui riuscire a parlare non soltanto della pandemia ma delle frizioni, delle difficoltà”.

“L’occhio di Plimsoll, è un segno convenzionale sulle fiancate delle navi per permettere loro una navigazione sicura riguardo al carico”, spiega.

Alborghetti è partito dal presupposto che anche l’essere umano è una nave e deve portare molti fardelli. Da qui la poesia è nata molto velocemente: “Normalmente ci metto tanto tempo a trovare la voce per uno scritto, in questo caso è uscita come un fiume”.

“I testi di questa prima sezione si chiudono volutamente sempre con un punto di domanda che poi bizzarramente è diventato anche il punto di domanda che chiude il libro”, spiega.

Questo “per interrogare noi stessi su quello che possiamo fare ma non solo nel qui e ora ma, più in generale, verso il futuro”, precisa. “Questo punto di domanda è qualcosa che ci muove verso un cambiamento”.

Un messaggio di speranza quindi, perché “laddove avviene l’ombra, e nella vita di ombre siamo chiamati a sperimentarne anche troppe e troppo spesso, la speranza è quella che ci porta al domani”, spiega.

Viaggio fra diverse dimensioni

Nelle note del libro si scopre che per scrivere diverse poesie Alborghetti si è immedesimato nel tema, ad esempio tagliando legna nei boschi per “Legni, Colombe” o intervistando varie persone in cerca di lavoro per la “Sezione del lavoro”. “È il mio stile, io devo vivere di persona tutto quello che scrivo”, afferma.

“‘Legni, Colombe’ parla di resistenza del legno, che poi è una metafora per la violenza, ho voluto fare l’esperienza di persona”, prosegue. Il “mettersi in rapporto con gli altri, con la vita delle altre persone e con un sentimento che non è il mio, mi permette di capire talvolta meglio anche me stesso”, afferma.

L’ultima sezione è invece dedicata alla fisica quantistica e per scriverla “ho studiato tantissimo”.

Esperienza collettiva

Nella raccolta Alborghetti allude all’esperienza collettiva. “La grande Storia arriva a essere tale perché ci sono tante piccole storie fatte da tanti piccoli uomini e nell’insieme poi arrivano a comporre il monolite, ma tutto parte da un corpuscolo, da qualcosa di molto piccolo, dalla storia personale”, spiega.

“La letteratura non può dare una risposta perché le persone devono essere interrogate, devono trovare soprattutto la risposta da sé secondo la propria cultura, formazione, sensibilità”, indica. L’obiettivo è stimolare la riflessione perché ognuno giunga alla sua propria risposta da sé.

“La poesia soprattutto ha più libertà rispetto alla prosa perché ha un linguaggio diverso, perché può lavorare per frammenti”, spiega.

Alborghetti viene spesso descritto come un poeta di largo respiro, perché attraverso le sue poesie racconta un’intera storia. “Normalmente in poesia scrivo romanzi, sin dal primo libro ho sempre svolto le mie narrazioni in poesia come un libro in prosa”, spiega. “Corpuscoli di Krause” è diverso però perché composto di molte “micro-narrazioni”.

Due testi sono molto personali e riguardano “una mia malattia personale e la morte di mio padre, laddove però cerco di rapportarmi comunque con le esperienze degli altri”, afferma. In particolare, riguardo all’esperienza della morte, che ci accomuna tutti, dice di aver allargato lo “sguardo per cercare comunque di parlare di molti altri e soprattutto di parlare della consapevolezza del perdono prima che la morte accada”.

Oltre ad essere poeta, Alborghetti, nato a Milano nel 1970 e residente in Ticino, è promotore culturale e presidente della Casa della Letteratura per la Svizzera italiana. Nel 2018, con il romanzo in versi “Maiser” si è aggiudicato il Premio svizzero di letteratura.

Link: swissinfo


© Rivista di Lugano, 20.05.2022


© Rete 55, 17.05.2022

Poetando Video-Poesia – Fabiano Alborghetti

Fabiano Alborghetti, poeta, presidente della casa della letteratura per la Svizzera italiana con sede a Lugano, promotore culturale e direttore della collana di poesia di Gabriele Capelli editore e condirettore della collana di poesia Svizzera per RIL Editores è l’ospite di Luisa Cozzi.
Qui la puntata andata in onda su Rete 55, martedì 17 maggio, per Poetando Video Poesia, nella quale Alborghetti ha presentato il suo ultimo libro “Corpuscoli di Krause”; buona visione!


© Viceversa letteratura, 17.05.2022

Recensione: Corpuscoli di Krause di Fabiano Alborghetti
di Ariele Morinini

Con il titolo Corpuscoli di Krause, Fabiano Alborghetti raccoglie una scelta eterogenea di testi e suites poetiche, ordinate in sei partizioni di ampiezza variabile. L’intestazione, di una complessità estranea alla sua poesia, fornisce una chiave di lettura efficace per decifrare le tensioni e le dominanti attorno alle quali si struttura la silloge: i corpuscoli di Krause sono dei recettori naturali che permettono all’uomo di percepire il freddo; alla sensibilità di queste terminazioni nervose si accostano metonimicamente i componimenti dell’opera, che fanno dell’empatia la propria cifra stilistica. I testi sono originati da sollecitazioni di vario tipo, che hanno motivato negli anni – tra il 2010 e il 2021, ci informa una nota d’autore – la stesura delle varie parti del libro. In questo senso, Alborghetti è poeta d’occasione, più vicino tuttavia a una pratica rinascimentale della poesia che a quella montaliana. Infatti, le circostanze all’origine dei componimenti, tolte quelle di natura personale o biografica, sono connesse a iniziative esterne, istituzionali: esposizioni artistiche (Legni, Colombe), progetti editoriali (Sezione del lavoro, Spartaco, Poemetto della vergogna, Quattro frammenti (misericordia d’un ricordo)), concorsi internazionali (L’occhio di Plimsoll), celebrazioni d’anniversario (Landesstreik 1918) e discorsi pubblici (Equazione delle responsabilità per ogni nuovo anno). Di conseguenza, questi testi prendono distanza dal più canonico procedimento introspettivo e in alcuni casi persino dai trascorsi individuali: secondo un modus operandi ben noto ai lettori di Alborghetti, anche questa raccolta presenta una poesia sperimentale, in senso etimologico. Dando seguito a una procedura inaugurata con il poemetto L’opposta riva (Lietocolle, 2006) e consolidata successivamente con Il registro dei fragili (Casagrande, 2009), l’autore ripropone in Corpuscoli di Krause una poetica fondata sull’esperienza documentaristica, quasi da reportage; un’esperienza non spontaneamente vissuta, ma praticata con il fine di tradurla in parole: così, in particolare, le suites Legni, Colombe e Sezione del lavoro. La prima, redatta in occasione della mostra “Di legni e di colombe” dell’artista Flavia Zanetti, è allestita dopo aver lavorato nei boschi del Malcantone come taglialegna per alcune settimane; la seconda, composta su invito della rivista letteraria «Groundzero», nasce dalle informazioni raccolte, con l’ascolto e il dialogo, in un ufficio di collocamento. Come documentano queste poesie, Alborghetti è poeta empatico, capace di calarsi in situazione, di filtrare vicende diverse, anche critiche o marginali, alla luce della propria sensibilità e di travasarne i sedimenti emotivi in ampie lasse di versi.

A compensare il sostanziale antilirismo dell’insieme, alcune sezioni spostano invece l’attenzione sul vissuto personale, sull’io: ed è forse questa la vera novità della raccolta. In particolare, a tale postura si devono le serie Intuitu personae, una breve narrazione in versi dedicata alla morte del padre, e Complicanze e altre forme, nella quale l’esperienza di un ricovero si fa spunto per la riflessione sulla fragilità dell’uomo e sull’attesa. A queste, si somma quella a un tempo individuale e collettiva della pandemia, dalla quale nasce L’occhio di Plimsoll, una sorta di cronaca del primo anno di emergenza sanitaria, scandita nelle dodici mensilità.

Se è vero che la raccolta si distanzia, per impostazioni e contenuti, da quanto pubblicato in precedenza, è innegabile che sul piano formale i Corpuscoli di Krause non rinunciano del tutto al sistema del poemetto o della narrazione in versi, caro all’autore. Con l’eccezione di due poesie autonome, la raccolta comprende infatti delle suites, redatte nel segno della coesione e compattezza narrativa: la serialità che struttura le partizioni è dichiarata sin dai titoli dei singoli componimenti, giocati sulla sostituzione di poche variabili entro schemi definiti (Cenni, classificazioni, attese; Movimenti, visioni, mancanze; TAC, attese, parole) o sulla progressione dell’ordinale, arabo o romano. Si veda, ad esempio, la sezione Landesstreik 1918, una sintesi di sguardo poetico e storico-documentario, nella quale la scansione numerica decrescente acquista sfumature semantiche, ricordando un conto alla rovescia. Anche fuori dalla dinamica seriale, la minore estensione dei testi raccolti nella silloge è in ogni caso estranea alla brevitas. La poesia di Alborghetti è fluente, non è mai epigrammatica o gnomica: posta l’equazione tra romanzo in versi e romanzo, i corpuscoli sono allora assimilabili, per ampiezza e funzionamento, a dei racconti in versi.

Oltre a quella narrativa, nella raccolta emerge anche un’esigenza di chiarezza, di comprensibilità. Alla celebre categorizzazione proposta da Franco Fortini, che distingueva tra la poesia “oscura” e la poesia “difficile”, andrebbe aggiunta per Alborghetti una terza categoria: la sua è una poesia “inclusiva”, di facile lettura. L’autore non si allinea a una tendenza poetica che ha fatto scuola dalle Occasioni in su, non intende insomma «torcere il collo all’eloquenza». Al contrario, l’eloquenza della narrazione non è mai tradita, persino nelle suites più complesse sul piano del significato: ad esempio Positroni, che discute in versi alcuni concetti della fisica quantistica. Qui, come più diffusamente nella silloge, l’autore compensa la difficoltà con ampie note, che spiegano e contestualizzano; mentre poco in questo senso è demandato alla ricerca e alla fatica del lettore. Nel complesso, la leggibilità del libro, come dei precedenti, è favorita dalla predilezione di Alborghetti per una poesia del contenuto su una poesia della forma, per una poesia della realtà su una poesia letteraria. E quando presente, il dialogo con la letteratura è mediato da citazioni scoperte: ad esempio da Primo Levi («Se questo è un uomo non sfiora il pensiero», p. 53 mio il corsivo) o da Hotel Supramonte di Fabrizio De André («Quando ti svegli, se hai ancora paura | ridammi la mano», p. 12); oppure i riferimenti sono dichiarati in nota: si veda l’incipit pusterliano di TAC, attese, responsi o i titoli orelliani disseminati in Quattro frammenti (misericordia del tempo).

Alla coerenza narrativa che attraversa la raccolta corrisponde una compattezza stilistica, che permette ad Alborghetti di accostare misure e forme diverse. Anche in questo senso la continuità con l’esperienza poetica precedente risulta chiara: lo testimonia, ad esempio, l’uso della strofetta di tre versi (con un verso di congedo) che struttura una buona percentuale dei componimenti riuniti in Corpuscoli di Krause e che già era impiegata dall’autore agli esordi, in Verso Buda (Lietocolle, 2004). Alludendo alla terzina dantesca e a quella magistralmente mutuata nel Novecento da Pasolini, la terzina di Alborghetti è di fatto svuotata delle sue ragioni profonde, strutturali, e vale in sostanza come consuetudine grafica. Lo documenta il fatto che la strofetta può essere costituita da versicoli irrelati e di varia misura («Avevi ragione tu a dire | che se nulla c’è da dire, allora è meglio | un buon tacere. Troppe rane […]», p. 61) come da doppi ottonari variamente assonanzati, una forma metrica largamente praticata già nelle precedenti raccolte («col dolore nella testa che non smette da tre giorni | con la stanza verso casa e la flebo nella mano | con la voglia del pigiama e un timore da accudire», p. 109). Questo metro, che accenna agli alessandrini narrativi di Gozzano, genera un ritmo binario, cantilenante, coerente con l’impianto discorsivo della poesia. Anche i componimenti anisosillabici mantengono una cadenza analoga; più mossi sul piano metrico-sintattico, questi ultimi impiegano la versificazione con funzione apparentemente pausativa o sintattica, che si sostituisce o somma alla punteggiatura. Si veda, ad esempio, la prima parte del quinto movimento della suite dedicata agli Amanti di Valdaro:

Dice uno li esponiamo:
una mostra itinerante
e la stampa prende nota e riporta la notizia
mentre dopo la tivù fa riprese degli scavi
cerca bene di mostrare
quei due corpi ancora assieme: è una storia
copertina per il mese di febbraio. (p. 71)

In conclusione, Corpuscoli di Krause è un libro originale, distinto dalle esperienze poetiche più comuni e praticate in lingua italiana. Tuttavia, per le sue caratteristiche, questo tipo di poesia è forse più efficace sul largo respiro, per narrazioni con una maggiore apertura toracica, e risulta invece strozzata nella brevità della suite. Nondimeno, la raccolta, per la sua forza empatica e per la serietà dei contenuti veicolati, trasmessi con una lingua e uno stile piani, che non sentono il bisogno di nascondersi dietro i riboboli e gli eccessi retorici di certa letteratura, è lettura godibile, che può conquistare anche i frequentatori meno assidui del genere.

Link: Viceversa letteratura


© Cooperazione n. 19, 10.05.2022

Tempo libero/Bestseller

A una voce di Sabina Zanini e Corpuscoli di Krause di Fabiano Alborghetti


© Corriere del Ticino, 22.04.2022

Due voci autentiche immerse nei tortuosi percorsi della vita

POESIA / Le intense raccolte in versi di Fabiano Alborghetti e Giuliana Pelli Grandini svelano al lettore, con originale e ispirata sensibilità, le asperità e le sorprese del quotidiano confronto con la sofferenza e la meraviglia dell’esistere.
Di Laura Di Corcia

Alcune affinità, al di là delle sostanziali distanze e differenze, legano due libri di due autori ticinesi freschi di stampa, ed entrambi pubblicati presso editori che operano sul nostro territorio. Corpuscoli di Krause di Fabiano Alborghetti (Premio svizzero di letteratura per il libro Maiser), pubblicato per Capelli editore, e Talismano di Giuliana Pelli Grandini, uscito per i tipi della casa editrice Alla chiara fonte, mostrano infatti due scritture nervose, mai appagate, che cuciono un rapporto certamente molto diverso con la realtà ma in entrambi casi non pacificato e traballante.

«I corpuscoli di Krause – precisa Alborghetti, spiegando il senso della sua ricerca condensata nell’ultimo libro – sono recettori sensoriali termici e tattili. La cute possiede 150 mila recettori di Krause per il freddo, mentre soltanto 15 mila di Ruffini per il caldo. I corpuscoli di Krause si attivano già a temperature molto basse, prossime allo zero, e interrompono la trasmissione dell’impulso a 40 gradi». E quindi questi testi, organizzati in sei sezioni – quasi dei libri dentro al libro – e con ampie parti dedicate alla pandemia e al lockdown, al tema del lavoro e della giustizia sociale, alla violenza, sono, secondo il poeta, «corpuscoli, sollecitazioni termiche e sensoriali emergere dalle cronache o dalle molte realtà. Temperatura del mondo, riattivata quando essa diventa disfunzione». Abbonda in questi testi il punto interrogativo, come segno di incertezza verso una realtà disgregata come quella della pandemia. «Ci si aggira nel vuoto, una vita / accanto a una vita, accanto a una vita. / La mia paura somiglia un poco alla tua?», recitano alcuni versi molto forti, che accolgono il disorientamento provato durante gli interminabili mesi di lockdown.

Incertezza che emerge anche fra le pagine potenti e visionarie di Giuliana Pelli Grandini, che alternano versi e prosa poetica: «Liscia il femore ( lungo) / maschio papà… nonno? ». Se nell’impianto di Alborghetti abbiamo un confronto più diretto con la realtà e la storia, in quello dell’autrice c’è, come fa notare la giornalista culturale e critica Manuela Camponovo, un’attenzione e una cura verso l’universo familiare, e quindi verso «le storie, avventure e tragedie, che affondano nel passato e che proseguono con i figli e nipoti, quell’universo-bambino che tanto influenza, anche nella forma stilistica, la scrittura ». Interessante citare alcuni versi: «Lui sa tutto (o quasi) di Robin Hood e dei cavalieri della tavola rotonda. Riempie a matita pagine e pagine di lettere e numeri alti e sgangherati. Non cancella mai. Io non capisco se è grande o piccolo, se il suo è il mondo degli adulti o il mio di bambina».

Spiraglio oltre il dolore

Dicevamo un rapporto diverso con la realtà, fra i due autori: la ricerca letteraria di Fabiano Alborghetti è infatti tutta o quasi tutta improntata su un confronto diretto e non mediato con le cose di cui ha scritto. Per scrivere, sembra dire l’autore, bisogna prima immergersi, toccare con mano, vivere in prima persona. «Prima di scrivere l’Opposta riva – precisa infatti il poeta – sono stato tre anni a contatto con i clandestini. E per quanto riguarda Maiser, ho vissuto sette anni con il protagonista, malato di Alzheimer. La poesia, per me, è quel linguaggio che permette la distanza come la vicinanza: quando scrivo sono per me sullo stesso piano. Entrambe le cose, quindi la distanza e la vicinanza, diventano il palcoscenico alla normalità avendo a paragone l’opposto; rendono vivibile e guardabile ciò che è inaccettabile».

Se l’occhio di Fabiano Alborghetti tende a soffermarsi sui soprusi che la storia fa subire alle vite di ciascuno, il mondo di Giuliana Pelli Grandini è racchiuso nella fiaba e nel mistero della vita vissuto come percorso iniziatico. «I miei testi sono sono fortemente connessi alla mia vita – spiega l’autrice. Molte volte sono andata indietro, a cercare i momenti legati all’infanzia e man mano mi sono avvicinata all’età matura. Fra me e la fiaba c’è un rapporto fortissimo, ma la fiaba non arriva tutti i giorni. Quando mi viene a bussare alla porta, però, si tratta sempre di una rivelazione. È proprio lì, nel suo nucleo più profondo, che avviene la mia scoperta, ovvero quella di essere qualcuno al centro di questa fiaba. Questa operazione non è facile, essere infante e avere la forza di raccontarlo. È doloroso ». Molto spesso il mondo degli adulti e quello dei bambini si mescolano, nell’universo di Giuliana Pelli Grandini, e non si capisce chi faccia parte di un insieme e chi dell’altro. «Scrivo quando sento questo grumo dentro di me, che è qualcosa che si muove e che mi mette sulla strada del racconto ».

Infine, queste due scritture, sembrano accomunarsi su un punto: l’idea che, al di là del dolore, possa e debba esistere uno spiraglio. E così entrambe le raccolte si chiudono con un omaggio alla vita, ai suoi percorsi tortuosi ma autentici. Scrive Alborghetti: «La speranza, ho imparato, canta sempre sottovoce. / Ha un canto basso, in controluce. Sembianze nitide e tenaci / e guarda bene: non somiglia a tutti noi?»

Link: CdT


© Il Quotidiano del Sud (Ed. Irpinia), 02.04.2022

Letti per voi – Un libro per il week end


© Convenzionali, 21.03.2022

Libri
“Corpuscoli di Krause”
di Gabriele Ottaviani

Corpuscoli di Krause, Fabiano Alborghetti, Gabriele Capelli editore.

Quando la lirica si fa narrativa, immagine, suono, racconto, rappresentazione sublimata e al tempo stesso concreta ed evocativa del reale: questo e molto altro è la nuova raccolta di Alborghetti, che mantiene una straordinaria coerenza spirituale con la produzione precedente modificando radicalmente la forma, dedicandosi a una brevitas che si fa parcellizzazione del reale, che penetra in ogni suo meandro andando a riscoprirne l’essenza e a dare voce all’inconnu.
Da non perdere.

Link: Convenzionali


© l’Informatore, 4.03.2022

Il lavoro di Alborghetti si traduce in spettacolo
Poesia al Museo

One thought on “Fabiano Alborghetti, “Corpuscoli di Krause” – Poesie

  1. Pingback: Video: BitBooks. Qualche minuto di ascolto – Turné RSI LA1 | gabriele capelli editore

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