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© tio/20minuti, 5.01.2021

Un ticinese alla volta del mondo, per trovare suo padre (ma anche sé stesso)
“Sotto il cielo del mondo” di Flavio Stroppini è un romanzo di viaggio originale e tutto da leggere
di Filippo Zanoli

MENDRISIO – Partire dal Ticino, su una nave mercantile seguendo le tracce del padre marinaio. È questo il filo rosso che si srotola fra le pagine del nuovo romanzo dello scrittore e drammaturgo ticinese Flavio Stroppini.

“Sotto il cielo del mondo” (edito da Gabriele Capelli Editore), nelle librerie già da un mesetto, porta l’autore di Gnosca di nuovo in viaggio, e a ricreare sulla pagina le esperienze vissute in prima persona, seguendo in giro per il mondo l’iter di un cargo della marina mercantile svizzera.

Partiamo dal protagonista, Alvaro Giacometti, come nasce? Lo consideri un tuo alter-ego?
Non mi piace l’idea di avere un alter-ego, già si fatica a gestire noi stessi… Alvaro è un personaggio di finzione al servizio del racconto e con il racconto al suo servizio.
Volevo un personaggio forte, che condensasse molti caratteri selvatici che ho incontrato. L’alter-ego è l’ambiente in cui si muove, le vicissitudini che incrocia, il mondo in cui vive la sua storia.
Alvaro Giacometti è nato – omaggio ad Alvaro Mutis e Giovanni Giacometti – cercando un protagonista, diverso da me, che potesse vivere il mondo come l’ho visto.
Anche se, in realtà, tutto parte da una nave veramente esistita: La Rhin, nave cargo della marina mercantile svizzera, di cui ho ricevuto i piani per sbaglio e dopo una decina d’anni ho voluto ricostruirene la vita.
Ecco, se davvero volessi un alter-ego, potrebbe essere proprio la Rhin. Un’imbarcazione di 118 metri, nata nei cantieri di Danzica e morta nel Gujarat, in India, al confine con il Pakistan.

Il viaggio, come metafora – ma anche come atto – fa parte della tua opera letteraria fin dagli albori. Come mai? Perché pensi che l’uomo viaggi?
Il viaggio ci striglia e ci toglie di dosso le chincaglierie del quotidiano. L’uomo viaggia per incontrare. Quando incontri qualcuno hai tre possibilità: ignorare, eliminare o conoscere. Ecco, penso che l’uomo viaggi per conoscere.
Sono nato in un piccolo paesino del Ticino, per me il viaggio era Salgari e London. Koudelka diceva che se vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Insomma, si viaggia per non diventare ciechi.
Dunque per me più importante del viaggiare è diventato il partire e il ritornare. Perché il viaggio lo vivi quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi. Oggi, in questo pantano in cui siamo invischiati siamo tornati a sognare il viaggio e a ricordarlo.
Da una parte mi auguro che quando avremo sorpassato questo periodo torneremo a viaggiare “incontrando” e non “eliminando” gli altri per le nostre esigenze. Poi non è che ci creda molto, non penso che la Pandemia ci abbia migliorati in quanto esseri umani.
Credo che il viaggio di questi tempi sia il quotidiano andata/ritorno, guardando quel che pensavamo di conoscere con curiosità e tornando a interrogare il mondo con il “perché” dei bambini.

Il viaggio via mare fra nazioni e continenti di Alvaro, scrivi, è stato anche il tuo. Ci puoi spiegare brevemente come mai, e com’è stato?
Viaggiare in mezzo mondo, vivere i porti e trovarsi in situazioni fuori dall’ordinario è stato arricchente. In verità mi piace trovarmi in quella situazione nella quale non ho idea di come cavarmela.
Può essere tra i cani randagi dei cantieri di Danzica, come in un bar di Algeria o in un isola popolata solo da serpenti sul lago di Prespa in Macedonia. In questo viaggio, come negli altri progetti, ho cercato di vivere la quotidianità delle gente di luoghi diversi dai miei.
Passando dall’imbarcarmi su di un peschereccio in Irlanda, al respirare le notti di un villaggio autosufficiente tra Birmania e Thailandia fino al vivere la follia del cantiere di smantellamento navi più grande del mondo in India.
Grazie a una borsa della Fondazione Svizzera per la Radio e la Cultura e al sostegno delle Ambasciate Svizzere per i progetti “Settimana della lingua Italiana nel mondo” e alla collaborazione con diversi media sono riuscito a vivere i viaggi che mi ero immaginato per Alvaro.

In diversi tuoi lavori, fra teatro e radiodrammi ma anche su carta, riprendi o segui la traccia di personaggi celebri. Cosa cambia per te lavorare a un romanzo come questo, con una materia assolutamente più “malleabile” e a tutto orizzonte?
Per una volta “lontano” dal raccontare un personaggio celebre questo viaggio è stata un’avventura che ho goduto. È stato il riprendermi dei pezzi di me che se ne stavano sparpagliati altrove raccontando storie già un po’ raccontate.
È stato uscire dal mestiere, per usare il mestiere, per fare meglio il mestiere. Ne sono uscito arricchito e con la convinzione che non c’è una tipologia migliore o peggiore di storia. C’è la storia, e come la racconti.

Link: tio/20minuti


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