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© Viceversaletteratura, 08.07.2021

A Zurigo, sulla luna
Dodici mesi in Paradeplatz
Yari Bernasconi, Andrea Fazioli

Recensione di Ariele Morinini

Anticipato sulle volanti pagine di un blog, il reportage narrativo A Zurigo, sulla luna. Dodici mesi in Paradeplatz, scritto a quattro mani da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli, trova ora una sistemazione libraria nel catalogo dell’editore Gabriele Capelli. L’opera, scandita in dodici episodi (più uno) e suggellata da un’appendice documentaria, nasce da un esperimento curioso, condotto assecondando un rigido programma:

“Nel 2018 siamo andati ogni mese in Paradeplatz, a Zurigo, restando un paio d’ore nella piazza per osservare tutto ciò che accadeva […] Questo libro è dunque un mosaico di materiali raccolti mese dopo mese: testi scritti a quattro mani, testi individuali ma rivisti vicendevolmente, fotografie, appunti, poesie.” (p. 4)

Guidati da questo disegno, i due scrittori hanno interrogato pazientemente, a scadenza mensile nel corso di un intero anno, un luogo simbolico della Zurigo delle banche e del capitale: la centralissima Paradeplatz. Come pittori en plein air, Bernasconi e Fazioli si sono misurati, in stagioni e con umori mutati, con i personaggi, le situazioni e le dinamiche che animano il più celebre crocevia della capitale economica elvetica. Ne risulta un’opera a un tempo esperienziale ed esistenziale, di descrizione e introspezione. Il libro muove infatti da un concetto archetipico dell’arte, quello dell’osservare per osservarsi: dalla cronaca di piazza si accede così all’intimità biografica, dalla presa diretta al recupero memoriale. E lo stereotipo, che rapidamente cede il passo all’imprevisto, viene sconfessato dalla quotidianità, colta di sorpresa dagli autori e fissata nei loro taccuini.
A Zurigo, sulla luna porta a compimento gli esperimenti letterari avviati in precedenza dai due scrittori, ognuno sul proprio tavolino, o meglio: sulla propria panchina. La cronaca di piazza combina l’osservazione empirica di Fazioli, sperimentata nella raccolta di racconti Succede sempre qualcosa (Casagrande, 2018), con le cartoline in versi di Bernasconi, reinterpretate con l’agio e il respiro dilatato della prosa. Nel libro le due scritture si rispondono e assecondano, finendo per fondersi e diventare una sola: tolta la sensibilità individuale per il ductus dell’uno o dell’altro, l’unico appiglio per distinguere le penne risiede nel colloquio che si instaura tra gli autori. Un colloquio solitamente mediato, che risuona disordinatamente tra le pagine e che solo in rari casi viene strutturato nel testo, ad esempio nel mese di Luglio:

“Yari, quale animale maggiormente ti piacque allo zoo di Zurigo?
§
Caro amico di penna, il gorilla è il mio animale preferito.” (p. 69)

Il dialogo attorno al quale si articola l’opera, muovendo progressivamente da una voce singolare a una plurale, non coinvolge unicamente i due scrittori e il circostante, ma si arricchisce con la lettura di una poesia riportata a testo, che accompagna gli autori in ogni incontro zurighese. Così, il componimento letterario, che spazia dalla contemporaneità al medioevo di San Francesco o di Guinizzelli, offre una chiave di lettura del reale e viceversa: i versi suggeriscono nuove interpretazioni del presente e il presente offre scorci inediti sulla poesia. Esemplari a tale proposito sono le rapide considerazioni degli autori sul Laudes creaturarum, attualizzato e collocato nel contesto di Paradeplatz:

“Sarà l’inesorabile bellezza di novembre, ma sono sfiduciato. Eppure, quasi ottocento anni fa, tale Giovanni di Pietro di Bernardone, umbro d’origine, sembrava nutrire una maggiore fiducia in quello che gli stava intorno, tanto da scrivere una delle poesie più memorabili fra le memorabili. Già. Chissà cosa direbbe oggi Francesco d’Assisi della sora nostra madre Terra. Siederebbe pure lui al riparo dalla pioggia, nel tripudio d’asfalto, rotaie e addobbi natalizi. Osserverebbe passare i fenicotteri rosa con le rampe a mollo in un blu-piscina pubblicitario, su uno dei tanti tram. Poserebbe lo sguardo sulle due alci dorate all’entrata del fioraio. Loderebbe il suo Signore per Paradeplatz. Poi, con una piccola dose – diciamo una punta – di cinismo, ricorderebbe una volta di più la sora nostra Morte corporale, | da la quale nullu homo vivente pò skappare.” (p. 100)

Oltre alla presenza esplicita e programmatica, i riferimenti letterari sono diffusi ed emergono qua e là nella prosa di A Zurigo, sulla luna, stratificando la descrizione del circostante e dando profondità alle relative riflessioni. Spigolando nel testo, si veda il dantesco «Cleopatràs lussurïosa» di Inferno V 63 (p. 90) o i paragrafi trascritti da Il sergente Studer (p. 100) e da Il grafico della febbre (p. 101) di Friederich Glauser, caro a Fazioli: a riprova della stringente relazione di questa opera con i cantieri degli autori.
Dalla specola di Paradeplatz, come anticipato, la cronaca valorizza l’unicità dell’attimo, la singolarità di ogni evento, in un ventaglio irriducibile e imprevedibile di possibilità, che invitano alla riflessione. L’osservazione diventa allora il pretesto per convocare sulla pagina un repertorio aneddotico o per sistemare gli appunti diaristici in uno sviluppo riflessivo articolato e armonizzato. Fra i numerosi esempi, è rappresentativo l’incipit del secondo paragrafo di Aprile, nel quale la contingenza suggerisce a Fazioli l’equazione di Schrödinger come chiave d’interpretazione della realtà presente, introdotta nel testo con un excursus:

“Facciamo un passo indietro. Nel 1926, a Zurigo, Erwin Schrödinger scrisse un’equazione differenziale per ciascuna funzione d’onda quantistica. Leggenda vuole che l’ispirazione gli sia venuta mentre contemplava le increspature sulla superficie dell’acqua nella piscina del Dodler. In realtà, a quanto sembra, Schrödinger andava al Dodler soprattutto per guardare le ragazze in costume (ma è pur sempre faccenda di curve)”. (p. 40)

Solo in alcuni paragrafi la descrizione equivale invece al resoconto, alla registrazione del campo del visibile, dando forma a combinazioni asindetiche non prive di interesse; un interesse insito nella ricchezza e nella vitalità stessa della quotidianità ritratta:

“Altre cose viste: due ragazze che si scattano un selfie davanti ai bancomat; un cieco che entra da Lindt & Sprüngli; ventinove fra uomini e donne che camminano con un bastone (compreso il cieco); due scolaresche; un uomo che si soffia il naso nella maglietta; un mozzicone di sigaro cubano in un vaso; una donna con un velo ciclamino; una madre che sprona i figli a camminare gridando, in italiano «È laggiù la fontanella!»; tredici carrozzine, innumerevoli cravatte; nuvole; bandiere; un elefante a rovescio; due monaci buddisti con l’ombrello; un carretto a pedali che trasporta champagne; due donne che indossano abiti dello stesso colore del cielo; un candelabro; cani; sigarette; ciclisti; un uomo altissimo.” (p. 60)

Come suggerisce il brano citato, la registrazione dell’esperienza vissuta in Paradeplatz avviene per note che i pescitaccuino (il neologismo, che àltera un’invenzione lessicale di Salinger, definisce gli osservatori a loro volta osservati, p. 29) appuntano sui loro quaderni. Tale procedura operativa è testimoniata dall’appendice documentaria collocata in calce all’opera: valorizzando questo materiale di lavoro, gli autori riferiscono anche del “vuoto”, di tutto quello che non è stato trattenuto sulla pagina, delle possibilità offerte da una realtà stratificata e inevitabilmente interpretata dallo sguardo del singolo. Nell’economia complessiva, più che per portare a compimento il libro, gli appunti finali, nei quali come detto si intravvedono i nodi al rovescio del tappeto, sembrano ammiccare al lettore e suggerire collazioni e potenziali ricostruzioni genetiche. In questo senso, la scelta di accludere le postille certifica da un lato l’origine diaristica dell’opera e dall’altro la sua dimensione letteraria: riprendendo l’analogia impiegata sopra, nello scarto tra scartafaccio e testo vanno riconosciuti i momenti di peinture d’atelier, di lavoro a tavolino. Si veda, ad esempio, il divario tra l’annotazione e il suo corrispettivo a testo, mediato dall’elaborazione letteraria (e dalla rielaborazione mnemonica, forse), di un paragrafo di Dicembre:

“Si materializza una limousine. Scende un idiota in completo scuro, masticando la cicca.” (p. 140)

“Da una limousine tirata a lucido scende un individuo sicuro di sé, dallo sguardo sfacciatamente determinato. Mastica una gomma sbattendo la bocca, con un gesto che mette in evidenza i muscoli della mascella.” (p. 109)

Tolto il divertissement filologico, a fianco di alcune note estremamente sintetiche, si veda tra le altre il salace «limone stilnovista» (p. 122), suggerito dalla lettura della poesia di Guinizzelli, alcuni appunti, meritevoli di lettura in quanto tali, sono invece articolati e sviluppano una tensione lirica propria:

“Ci sono momenti di silenzio nei quali la piazza sembra respirare, come un nuotatore che riemerga da un’immersione. Il suono delle voci e quello delle campane riguadagnano la piazza, come un ricordo dimenticato, un sogno di cose perdute sognato nelle prime ore del mattino, prima di svegliarsi.” (p. 131)

Da ultimo, nel libro l’apparato fotografico, stabilendo una connessione diretta tra l’esperienza di piazza e la sua elaborazione testuale, fa da cerniera tra l’appunto e la lezione definitiva, oltre che fungere, in un qualche modo, da testimonianza.

In conclusione, A Zurigo, sulla luna di Bernasconi e Fazioli è un libro che dimostra una grande fiducia, oltre che nell’osservazione del reale, nella scrittura. Quest’ultima è un’opera che accoglie di buon grado la sfida di dare senso alla quotidianità, anche la più dimessa e occasionale, nella quale, ci insegnano gli autori con il loro sguardo attento, si trovano imprevedibili soluzioni vitalistiche. La letteratura, con questo libro, che riesce al contempo spontaneo e profondo, rivendica un’importante funzione conoscitiva, esercitata con sorridente curiosità.

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