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© La Provincia di Sondrio, 14.05.2020

Quei bimbi ripudiati e mandati a servizio
Di Clara Castoldi

Tirano. Una scrittrice valposchiavina ha raccolto le storie in un libro presentato on line con la libreria “Il mosaico”.
Fariña: «Era usanza in Svizzera, ma la gente preferisce non pensarci». “Per una fetta di mela secca” li ricorda.

Un testo onesto, non furbo, dallo stile asciutto e chiaro.
Una storia forte e leggera nel contempo. Che commuove. E si legge d’un fiato e che lancia un’ancora di salvataggio nell’avere fiducia nel cambiamento.
Presentazione pubblica, tramite la diretta Facebook della libreria Il mosaico di Tirano, per il libro fresco di stampa dell’autrice valposchiavina Begoña Feijoo Fariña “Per una fetta di mela secca” pubblicato da Gabriele Capelli Editore.
La storia tocca un argomento delicato della storia Svizzera, ma che ha la capacità di assurgere a vicenda universale.
Fra gli anni Quaranta e Ottanta del XX secolo, in Svizzera vigeva la prassi di affidare – contro la volontà dei diretti interessati – bambini e giovani a istituti o contadini.

«Se la mamma non poteva mantenere il figlio lo dava ai contadini per farlo lavorare»

De Girolamo: «Grande libro»
Molte delle vittime di tali decisioni sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni.
«Verrà spiegato a me e ricordato a tutte le altre che siamo ragazze incivili, che abbiamo bisogno di essere istruite – si legge fra le pagine –. Ci verranno elencati i nostri difetti e ci verrà ricordato che siamo lì perché fuori nessuno ci vuole, perché le nostre madri sono incapaci di gestire bambine così maleducate, così impure, così lontane da Dio e dalle sue leggi».
Un «libro che ha una grande dignità e profondità», ha affermato Olimpia De Girolamo, insegnante di teatro e di italiano, durante la presentazione, dove si è evidenziato il non semplice percorso seguito da Fariña sia nel reperimento delle informazioni (a volte la scrittrice ha dovuto mandare molte mail per ottenere un’informazione) sia nella stesura stessa del libro.
«Ho scoperto le misure coercitive nei confronti dei bambini in atto fino al 1981 tramite un documentario – ha svelato l’autrice –. Fare la scelta di scrivere questo romanzo è stata conseguente. Mi sono domandata se fossi autorizzata a parlare di qualcosa che non mi tocca, con il rischio di invadere la sfera privata di persone che hanno portato sulle proprie spalle questa sofferenza. Mi sono sentita obbligata per far sentire e conoscere quanto successo; ho sentito responsabilità come scrittrice di dare voce al dolore».

«Sono stati sfruttati, rinchiusi in istituti, maltrattati e anche sterilizzati»

La voglia di cambiamento
«Le persone sapevano che queste cose accadevano – aggiunge –, ma preferivano non pensarci. Per certi versi era più facile nascondere un problema piuttosto che risolverlo e provare ad affrontarlo. Ai tempi capitava che una mamma divorziata finisse in povertà e non riuscisse a mantenere il figlio, pur amandolo, oppure il padre si risposava e non sembrava giusto dare al figlio una nuova madre».
In questo libro, la parola diventa un balsamo, uno strumento di cura in tutti i sensi. La protagonista legge e sfoga le ingiustizie del mondo. «Ci sono persone che sono ancora arrabbiate con la vita e con chiunque, mentre la protagonista vuole uscirne e vuole trovare una giustificazione – prosegue Fariña –. Lei ha fiducia nel cambiamento».


In istituto solo per aver preso la merenda a un compagno

“Per una fetta di mela secca” è la storia di Lidia Scettrini. Un nome e una storia di fantasia utilizzati per raccontare quella che è stata l’esperienza di molti.
In seguito al divorzio dei genitori, Lidia resta a vivere con sua madre a Cavaione. Stanca delle prese in giro da parte di alcuni suoi compagni un giorno ruba la merenda a Piero (una fetta di mela secca, appunto). Accusata dai genitori del bambino – e a causa della povertà in cui lei e la madre vivono – viene mandata in istituto, dove subirà maltrattamenti da parte di alcune suore e sarà poi data in affidamento a un contadino.
Nella nuova “casa” c’è anche Anne, la moglie malata del contadino, unico spiraglio d’amore per Lidia. Alla morte di Anne, Lidia, ormai diciannovenne, può finalmente liberarsi dall’orrore di quella vita e tornare a Cavaione per rifarsi una vita cercando di tenere a bada il dolore dei ricordi. Nel 2018 e in seguito all’istituzione del fondo di solidarietà istituito dalla Confederazione e dai Cantoni a sostegno di ex vittime delle cosiddette “misure coercitive a scopo assistenziale”, Lidia si troverà a dover compilare il modulo di richiesta, rievocando tutto ciò che le è stato rubato e scoprendo in sé la forza di vivere il presente.


L’autrice è Begoña Feijoo Fariña, nata a Vilanova De Arousa, nel nordovest della Spagna, vive in Svizzera dall’età di 12 anni ed è laureata in scienze biologiche. Trasferitasi a Brusio nel 2015, ha fondato, con Chiara Balsarini, la compagnia «inauDita» e ha pubblicato il suo primo libro, una raccolta di racconti dal titolo “Potere p-ossesso dello Zahir e altre storie”.
Nel corso del 2018 Begoña ha ricevuto la borsa letteraria della Fondazione Pro Helvetia, è stata nominata organizzatrice di eventi all’interno della commissione Casa Besta del Comune di Brusio, ha collaborato con la Pgi per la rappresentazione di alcuni spettacoli teatrali per e con ragazzi. Ha messo in scena anche a Spazio Centrale ad Arquino la pièce “Maraya, dell’amore e della forza”, di cui è autrice e attrice unica. È presidente della sezione Valposchiavo della Pro Grigioni Italiano e direttrice artistica della stagione teatrale “I monologanti” che si è interrotta a causa dell’emergenza virus.


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