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Merluz Vogn di Giorgio Genetelli

Il racconto di un’estate speciale e sognante, perché vissuta dal protagonista con la leggerezza dei suoi undici anni. Un romanzo caratterizzato da uno stile sperimentale che, nella sua commistione tra idiomi dialettali e il lirismo di certi passaggi narrativi, sa tenere il lettore sospeso sul filo di un’ironica nostalgia. Una storia di crescita con un protagonista giovanissimo ma ormai consapevole di essere giunto alla fine di un percorso, oltre il quale sarà sempre più difficile confondere il sogno con la realtà.

Stavamo ancora al di là del bene e del male io e il Nandel, in quei luoghi dell’infanzia dove tenerezza e crudeltà si confondono. Ma era diventato difficile scansare i discorsi sulla decadenza del mondo. Aspettavamo solo il giorno buono per scappare dai quesiti senza allegria, indigesti anche per due come noi che ancora ignoravano il flagello dei ricordi […].

Merluz Vogn si potrebbe definire un romanzo “d’atmosfera”, nel quale le suggestioni e le vivide immagini trasmesse dalla storia raccontata sono decisamente più importanti della trama in sé. L’autore si serve di uno stile di scrittura originale che inserisce nella prosa delle parole in dialetto ticinese, e questa scelta serve a dare autenticità alla vicenda narrata, e ad accorciare le distanze tra il protagonista e il lettore. E con un’operazione intelligente che mira alla comprensione totale della storia, quando vengono proposti brani più lunghi in dialetto, essi sono accompagnati dalla traduzione del testo a fronte.

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Protagonista della vicenda è un bambino di quasi undici anni, che ha davanti a sé un’intera estate di libertà. La madre deve ricoverarsi per motivi a lui sconosciuti, il padre sarà lontano e quindi si trasferirà dai nonni, che di norma sono sempre più permissivi dei genitori. La vicenda è ambientata negli anni Sessanta in un piccolo paese del Canton Ticino, con le sue case di sasso e le carraie polverose, il fiume pescoso e le aspre montagne; nel torpore di un’estate all’insegna di pantaloncini strappati e gelati squagliati, il giovane protagonista percorre forse per l’ultima volta la strada della spensieratezza, prima che la realtà arrivi ad invadere e a cancellare i sogni infantili. L’ambiente in cui egli si muove è un microcosmo perfetto, rappresentato con cura nelle ultime pagine del romanzo come il disegno di una mappa fatta da un bambino. Un microcosmo che contiene in sé mille e più avventure, quelle che può immaginare solo un fanciullo, ai cui occhi tutto è magico, tutto è sogno. Il romanzo parla della genuina follia dei bambini, che vivono la vita con leggerezza perché sono ancora privi del filtro dell’amarezza e del disincanto, che offusca ogni esperienza adulta e che limita l’immaginazione. Il protagonista, insieme ai fidati amici Nandel e Dani, si tuffa in una parentesi temporale privilegiata, nella quale è semplice e confortante mescolare realtà e finzione mentre si gioca a fare i grandi, o i cowboy, o gli indiani. E nella fantasia si vive anche attraverso i racconti del nonno, che come il bambino non ha interesse nella brutale realtà dei fatti; nei ricordi deformati dell’anziano, nelle memorie mitizzate di una vita semplice, si inserisce quella vena di malinconia per ciò che è andato perduto che attraversa tutta l’opera, benché sia tenuta a bada dalla freschezza e dall’ironia della voce narrante. Una malinconia che si acuisce con il passare dei giorni per la mancanza dei genitori e in particolare della mamma, che nella sua ignota malattia sembra voglia ricordare che la crudeltà della vita è sempre dietro l’angolo e non risparmia nessuno, neanche i bambini. Il protagonista vive la sua estate spensierato e felice, ma “la punta di un dolore di cui appena mi accorgevo” sembra evocare l’impercettibile ma inesorabile fine delle sue illusioni.

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Oggi il Nandel aveva deciso di volare. Da mesi ne parlava, da settimane trafficava. Per una volta volle fare tutto da solo. Quando si intestardiva piegava la testa di lato, nervoso, e tanto valeva assecondarlo.
I preparativi per il volo gli presero la giornata. Il Nandel è meticoloso ma irascibile, per via del Rhesus negativo che, diceva citando i suoi, gli aveva fatto rischiare la pelle al momento di nascere. Quindi fece tutto lui e zero obiezioni.
Io servivo solo da assistente e un po’ mi annoiavo e un po’ ero curioso di vedere come sarebbe andata a finire. Aveva un piano di dettaglio: traiettoria altezza atterraggio pubblico onorificenze, gloria. Calcoli mattutini rivisti dopopranzo quando, lanciando un sasso attaccato all’apparecchio, notò che andava giù un po’ troppo svelto. Il botto dell’atterraggio lo lasciò dubbioso.
«Se sbatti le braccia magari funziona…»
«Noio mighi!» (Non annoiare)
Ampliò la capienza della vela: da Cà dal Geni prendemmo in prestito un ombrellone dell’Alemagna. Riprovò col sasso e gli parve che la gravità fosse, se non vinta, almeno messa in discussione.
Passammo dai suoi nonni (che se i miei erano vecchi, i suoi parevano preistorici) per una merenda, verso le quattro. Una banana mangiata sbattendo la lingua sul palato lo aiutò ad avere idee al potassio sulle cose che cadono.
La giornata era limpida e nel campo di atterraggio fiorivano i denti di leone, un tappeto giallo che sembrava una distesa di bucce di banana. Gettò quella della sua, a completare il panorama. Dalla terrazza di cemento della stalla, tre metri più in su, osservò il mondo piccolo così. Ridiscese e armeggiò al velivolo, come un Icaro pronto a bruciarsi. Ovviamente non sapeva chi fosse Icaro. Eravamo ancora fermi a Mefisto.
Facemmo il giro delle carraie e delle piazze convocando spettatori della nostra età, anche più piccoli. Si affollarono ilari, pronti a vederlo spiaccicarsi. Salì le scale fino al trespolo, una studiata esibizione di sé e dell’apparecchio: l’ombrellone al quale stavano attaccati, sopra, quattro ombrelli “direzionali” neri e, sotto, una gerla sfondata a far da imbragatura. Qualcosa come una mongolfiera. Lo aiutai a infilarsi nella gerla. Poi mi scacciò, ispirandosi alla solitudine dei Kiowa (aveva sempre in mente la riuscita e i nemici di Tex Willer) e chiese silenzio.
Mentre il sole del tardo pomeriggio lo salutava propizio, proclamò:
«L’é oro da varèe, merdoi» (è ora di volare, merdoni) scatenando motteggi e curiosità nei ragazzini giù in basso. Sembrava un capo inca pronto al sacrificio. O un condor deforme.
Contò un conto alla rovescia in avanti: «Un – un e mez – dui – dui e mez…». Poi, con le mascelle serrate e l’apparecchio gonfio d’aria, mosse un passo nel vuoto. Volteggiando interminabile tra gli ohhhhh! sopra le teste roteanti, planò come una gallina oltre la distesa di denti di leone e la buccia di banana. Dritto nel letamaio.


TRAMA
Merluz Vogn è la cronaca, sognata e reale, di un’estate randagia alle soglie dell’adolescenza, in un Ticino presente e irrimediabilmente perduto nella “corrente del tempo”. Una realtà in cui il paese si fa “mondo” e dove il confine sfuma nell’epopea da fumetto. Figure surreali e leggende da osteria fanno da cornice alle avventure di un paio di amici, immaginate per “sbaragliare” le giornate estive e lenire l’ingombrante assenza di una madre. Con Merluz Vogn Giorgio Genetelli rivisita luoghi e atmosfere della sua opera prima, Il becaària, e ci offre un romanzo post-dialettale da cui la nostalgia è volutamente bandita.

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BIOGRAFIA


Giorgio Genetelli (Preonzo, 1960) è un giornalista, falegname, scrittore, blogger, telecronista sportivo e calciatore. Per Gabriele Capelli Editore ha pubblicato nel 2017 la raccolta di racconti La conta degli ostinati e nel 2020 la nuova edizione de Il becaària e il romanzo Merluz Vogn.


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