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© La bottega dei libri, 26.11.2020

Recensione: “Per una fetta di mela secca” di Begona Feijoo Farina, Gabriele Capelli Editore
di Beatrice Castelli

Fra l’inizio degli anni Quaranta e quello degli anni Ottanta del XX secolo, in Svizzera vigeva la prassi di affidare, d’ufficio e contro la volontà dei diretti interessati, bambini e giovani a istituti o contadini. I numerosi collocamenti che avvennero in quel lunghissimo periodo interessarono bambini provenienti da famiglie povere, figli illegittimi o appartenenti a situazioni familiari precarie, ragazzi considerati difficili, scomodi o ribelli.

Molte delle vittime di tali decisioni di collocamento coercitivo sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate in istituti psichiatrici o penitenziari, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni.

“Non volendo rincasare subito, e nonostante il freddo, tuo padre decise di darmi il seme da cui saresti nata e io lo accettai e cominciai ad avere cura di te, come si fa con i germogli nell’orto in primavera.”

Lidia Scettrini è ancora una bambina quando viene strappata via da sua mamma dai servizi sociali, per aver rubato un pezzo di mela ad un suo compagno di classe e soprattutto perché figlia di genitori separati, dunque secondo le leggi di quell’epoca, inadatti a crescere una bambina nel modo appropriato. Inoltre la situazione economica della mamma viene riconosciuta insufficiente per poter prendersi cura di una bambina.

Lidia viene tolta dalla madre senza nessun riguardo e portata via in un orfanotrofio gestito da suore malvagie. L’orfanotrofio è popolato da bambini rifiutati dalle madri oppure da famiglie giudicate troppo povere o inadatte da poter farli crescere adeguatamente. In questo luogo freddo e inospitale, cibo e affetto scarseggiano; i bimbi ritenuti più grandi hanno l’obbligo di non piangere mai, non dire mai di no, non sporcare il letto….

I neonati vengono lasciati piangere, attaccati al biberon e ignorati fin quando qualcuno si accorge di loro. L’unica atmosfera che avvolge l’istituto è la tristezza infinita di ogni bambino e la nostalgia di casa.

Bambine addestrate come soldati eternamente in fila, da suore senza scrupoli convinte di lavarsi la coscienza durante le ore dedicate alla messa. In quell’orribile posto, le bambine sono private di ogni cosa, sia fisica che umana e rese disciplinate solo per paura delle botte… ignare che ad attendere ognuna di loro c’è anche l’atroce e irreversibile sterilizzazione, sfregio eterno nella loro esistenza.

Se hai paura delle botte è difficile ridere, anche di fronte alle cose buffe.

Le punizioni per le disobbedienze sono disumane; la fame, il freddo, l’essere derise e le percosse sono all’ordine del giorno e la piccola Lidia deve imparare presto le dure leggi di questa sua nuova vita, anche se in cuor suo vive sempre la speranza di poter presto ritornare dalla sua mamma, fino al giorno in cui tutte le ragazze dell’istituto, raggiunta un’età giudicata “adeguata” saranno consegnate a famiglie per lavori domestici e dove continueranno ad essere maltrattate e persino violentate. La stessa sorte toccherà a Lidia la quale coraggiosamente affronterà questo suo percorso di vita… riuscendo in età adulta a ritornare nei luoghi della sua infanzia. Purtroppo la sua mente resterà definitivamente ferita con cassetti difficili da chiudere, chiedendosi se tutti questi anni di brutture siano state giustamente meritate per aver rubato una fetta di mela secca.

Grazie alla sua notevole maestria, l’autrice proietta il lettore sin dalle prime righe, nel mondo di Lidia, coinvolgendolo totalmente, facendogli provare la tristezza, l’angoscia di un percorso difficile da vivere.

Un racconto intelligente, minuziosamente curato in tutta la sua struttura, uno stile narrativo crudo, commovente e a dir poco impeccabile. Con grande capacità, l’autrice ci presenta una concreta e triste realtà non troppo lontana dai giorni nostri, sotto forma di racconto brillante dalla forma raffinata e dal forte impatto emotivo.

Tutti i personaggi sono molto ben costruiti e l’autrice arriva nel cuore e nell’animo del lettore provocando rabbia, tristezza infinita ma anche grande speranza dettata dall’intelligenza della protagonista.

L’autrice
Begoña Feijoo Fariña, nata a Vilanova de Arousa, nel nordovest della Spagna, vive in Svizzera dall’età di 12 anni ed è laureata in scienze biologiche. Trasferitasi a Brusio nel 2015, ha fondato, con Chiara Balsarini, la compagnia «inauDita» e ha pubblicato il suo primo libro, una raccolta di racconti dal titolo “Potere possesso dello Zahir e altre storie”. Nel corso del 2018 Begoña ha ricevuto la borsa letteraria della Fondazione Pro Helvetia, è stata nominata organizzatrice di eventi in seno alla commissione Casa Besta del Comune di Brusio, ha collaborato con la Pgi per la rappresentazione di alcuni spettacoli teatrali per e con ragazzi, sta curando la rassegna teatrale “i monologanti”, e recentemente ha messo in scena la pièce “Maraya, dell’amore e della forza”, di cui è autrice e attrice unica.

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