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© L’Osservatore, 07.11.2020

Se non promette, mantiene…
Di Elena Spoerl

Dei primi romanzi si dice spesso che sono “promettenti”. Ma L’anno senza estate – romanzo d’esordio di Bérénice Capatti, appena uscito da Gabriele Capelli editore – è un testo che non promette: già mantiene. È una storia valida, come valida si dimostra la scrittura dell’autrice, che vive a Lugano, ha alle spalle dei libri per bambini e per ragazzi e lavora principalmente quale traduttrice.

Nel romanzo si percepiscono forza, freschezza e competenza, sia nella narrazione che nello stile. A cominciare dalla circolarità del testo, dove la fine ricalca e conferma l’inizio. O, viceversa, è forse l’inizio che anticipa la fine?

Promettente è semmai, già in apertura, il futuro della protagonista, la giovane Sara a cui il destino apre un’inattesa quanto eccezionale ascesa, sia professionale che sociale.

Bambina abbandonata in istituto, Sara proviene da un ambiente povero, senza affetti e senza benessere. Il lettore la conosce ventenne, quando lavora come barista all’Orinbocca e abita da un’amica che convive con un poco di buono. Sara ha una certa grinta, affronta la sua gioventù precaria senza demordere e frequenta corsi serali per migliorare le sue competenze professionali. Al bar viene notata da Francesco Salemi, un anziano industriale che le offre un posto come sua assistente. Sara supera il periodo di prova, è assunta, trova una certa sicurezza economica ed entra in contatto con la famiglia di lui, conosce l’attività di un’impresa affermata e l’ambiente borghese.

A un tratto Francesco la guardò. «Grazie» disse, come se si accorgesse soltanto allora di averla davanti.
Posò la sua mano su quella di lei. Non strinse troppo come aveva fatto nel sogno, ma intrecciò le dita calde alle sue in un modo che non poteva essere equivocato.
«Le famiglie sanno essere pericolose» osservò con una secca risata. Si sforzava di mostrare un’espressione tranquilla, ma l’impronta della rabbia non era sparita. «Pensaci bene prima di avere dei figli.»
«Oh, non ne avrò» replicò lei con voce sicura. «Preferisco non trasmettere a nessuno il mio pessimo carattere.»
«Hai un pessimo carattere?» chiese Francesco, divertito.
«Più o meno come te.»
Lui scosse la testa. La mano non si era mossa.

La storia si snoda tra la Brianza, Milano e Lugano. Le descrizioni – mai troppo lunghe e che si alternano gradevolmente ai dialoghi, allo svolgimento e alle riflessioni dei personaggi – si rivolgono quindi spesso a una geografia a noi familiare.

Il primo capitolo ricalca l’ultimo, abbiamo detto in apertura. La loro prima frase è identica: Il Vecchio morì sul sentiero per la capanna Quarnei all’inizio di giugno.

Una morte accidentale? Le 254 pagine del libro tengono in sospeso il lettore fino alla fine. Non si tratta però di un giallo. Tutto ruota attorno a un dramma. La fine di Francesco fa da preludio all’inizio della vita adulta di Sara. Il giorno che cominciò a lavorare per lui, circa un anno prima di quell’anno senza estate, Sara infatti sentiva finalmente di andare incontro al proprio destino, e non ai miseri surrogati che aveva frequentato fin lì.

Link: L’Osservatore


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