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© andreaconsonniwrong, 25.08.2020

“Merluz Vogn” di Giorgio Genetelli (Gabriele Capelli Editore) e divagando sul dialetto

“Il territorio a sud del paese era quasi inesplorato, ostruito dai torrioni in ferro della raffineria di petrolio e dai possibili veleni che le facevano da fossato. Ci si arrivava per una stradina minacciosa per le spine di robinia. Più giù la discarica dei rifiuti, che raggiungevamo in bici in cerca d’oggetti preziosi: barattoli da attaccare con lo spago ai portapacchi, per sferragliare; camere d’aria da farci munizioni per i fucili ad elastico; pentole per pozioni magiche; copertoni da bruciare nei bivacchi; enormi ratti da prendere a sassate; misteriosi pezzi di ricambio per macchinari ancora da inventare. Fili di fumo acre si levavano qua e là tra la spazzatura aggrovigliata. Il Gat, in una delle poche volte che venne con noi distogliendosi dal truccare motorini, portò un fucile ad aria compressa che da dieci passi spappolò un ratto. Senza scrupoli da parte di nessuno, men che meno dopo il paragone del Nandel con quegli sporchi coyote dei fumetti. Però poi tirammo alle bottiglie, faceva meno schifo. Altre croste di cui vantarsi.” (pag. 23)

Mi sono avvicinato con alcuni dubbi e un po’ di circospezione al romanzo di Giorgio Genetelli, “Merluz Vogn” (Gabriele Capelli Editore) per la definizione trovata nel retro che lo definisce “romanzo post-dialettale”. Come più volte ho ripetuto non sono innamorato del dialetto, tutt’altro. Anche se capisco perfettamente i dialetti brianzolo, milanese e legnanese/varesotto non lo parlo e quasi mai nella mia vita, salvo i miei parenti, ho frequentato persone che lo parlassero abitualmente. Sono anni che rifletto sul motivo della mia non conoscenza del dialetto: forse perché provengo da una famiglia coi nonni che in mia presenza e in pubblico prediligevano utilizzare l’italiano, forse perché son nato e cresciuto in un’epoca (fine anni Settanta-inzio anni ’80) che tendeva a mal sopportare, almeno dalle mie parti, il dialetto, oppure perché a scuola ho avuto insegnanti tendenzialmente del Sud o forse anche perché in cortile e nelle varie squadre di calcio dove ho giocato tantissimi ragazzi e famiglie non erano brianzole. Ho pensato anche alla mia insofferenza per la vita di provincia e a come al liceo non avessi alcun compagno che comprendeva il dialetto lecchese. Devo però constatare come mio padre, da quando è in pensione e frequenta maggiormente il paese, è tornato a utilizzare il dialetto con maggiore insistenza rispetto al passato. Non mi è mai piaciuto il suono del dialetto e questo vale per la quasi totalità dei dialetti che ho sentito nella mia vita. Quanto lo sento finisco quasi per irritarmi. Un’amica diceva che è perché son snob, un cittadino mancato. Contenta lei di pensarlo contenti tutti.

E allora perché, direte voi, ho deciso di leggere un romanzo “post-dialettale”?

Perché ero interessato a leggere un romanzo ticinese e perché avevo voglia di un romanzo ambientato nell’infanzia/adolescenza ma “Merluz Vogn” ha soddisfatto solo in parte le mie aspettative. È un romanzo che racconta l’ultima vera estate di un ragazzino in un mondo in trasformazione. Il padre è salpato per lavoro, la madre è finita in clinica perché “ha bisogno di riposare” e allora il ragazzino finisce dai nonni che stanno a poca distanza ma che sembrano vivere in un altro mondo.

Genetelli ci fa vivere le giornate estive fatte di avventure insieme al fedele amico Nandel, vissute come se ogni giorno fosse un numero di Tex fra Kiowa e Mefisto con tentativi di volo che finiscono nel letame, gare di barche costruite con gli scarti, agguati, costruzioni di castelli, partite calcio, puntate in discarica a recuperare piccoli e utili tesori, furtarelli, litigi, ghiaccioli, il passaggio del Giro di Svizzera, alternati a disperati racconti sui ticinesi che cercarono la fortuna in America o a storie di paese con i suoi personaggi strani eppure mitici.

L’utilizzo del dialetto non si fa mai veramente invasivo e nemmeno troppo respingente e si intreccia perfettamente alla storia anche se talvolta il romanzo arranca in passaggi sin troppo naif che alla lunga diventano stucchevoli e lasciano la sensazione di un romanzo con dei quadretti che non riescono a stabilire una vera empatia con la storia raccontata e i personaggi. La voce narrante mi è quasi sempre parsa distante, fredda. Insomma non sono riuscito ad affezionarmi ai personaggi e poche volte ho recuperato l’atmosfera della mia infanzia (l’ho trascorsa in cortile, chiuso in camera a leggere, in giro per le colline da solo con la bici di mia madre e non ho alcuna voglia di rivivere quei giorni che tanto dolorosi sono stati per me), forse anche proprio per il dialetto che mi ha raffreddato il piacere della lettura e parecchi passaggi mi hanno anche annoiato. A furia di amore per le piccole storie si finisce talvolta per evaporare.

Salvo poi una parte finale che è di una malinconia così struggente che è impossibile non commuoversi.

“Stavamo ancora al di là del bene e del male io e il Nandel, in quei luoghi dell’infanzia dove tenerezza e crudeltà si confondono. Ma era diventato difficile scansare i discorsi sulla decadenza del mondo. Aspettavamo solo il giorno buono per scappare dai quesiti senza allegria, indigesti anche per due come noi che ancora ignoravano il flagello dei ricordi. I nostri vecchi lasciavano che le cose rovinassero nella gramigna, e che le risate di un tempo si strozzassero nelle lamentele degli sconfitti senza battaglia. Troppi morti.” (pag. 105)

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