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Tra Native America e casa natia
Di Walter Rosselli

Giorgio Genetelli, Merluz Vogn, romanzo, Gabriele Capelli Editore, 2020

Ne succedono di tutti i colori. Di cose verosimili e inverosimili. Ovvio, si dirà. Si tratta di finzione, altrimenti che romanzo sarebbe? Ma nel Merluz Vogn di Giorgio Genetelli talvolta la finzione si sdoppia e ci si trova di fronte a una finzione nella finzione, a una parziale mise en abyme del romanzo, come nella scena di un pomeriggio al riale: «“Da una riva all’altra del Potomac c’erano almeno cento iarde e il grande capo Nugru Biuvete osservava carico di piume lo scorrere impetuoso. In mezzo alle rapide una piroga come un fuscello, governata da Merluz Vogn con una sola pagaia scheggiata. Nello sguardo di Nugru Biuvete tutta l’apprensione del padre. Al suo fianco Coreisge Lusente, l’uomo della medicina, fumava una foglia di tabacco recitando il Sacro augurio: Scperemm c’ug ruii. […]” Tutto in cronaca diretta, col Nandel a impazzare nelle vesti di Nugru Biuvete, Merluz Vogn a trascrivere le gesta e il Dani nella parte complicata di Coreisge Lusente. […]»

Dai nomi dei presunti pellerossa e ancor più dall’augurio del pacato e altrettanto presunto uomo della medicina si intuisce che ci si trova in un ambiente di paese in cui il dialetto è ancora la lingua franca. E dalla situazione narrata si capisce che i giochi tra bambini (veri protagonisti del romanzo) si fanno all’aria aperta, con gli scarsi o inesistenti mezzi a disposizione, con l’ausilio della configurazione del territorio e soprattutto lavorando sodo con l’immaginazione che qui si palesa nella narrazione momentaneamente colta al volo dal personaggio chiamato Nandel.
Occorre ora precisare che il Nandel è il miglior amico dell’io narrante e che assieme a quest’ultimo attraversa tutto il romanzo condividendo quasi tutto, compresi parecchi passaggi narrativi?
Un certo don Chisciotte era uscito di senno leggendo troppi romanzi di cavalleria. Al Nandel del romanzo la lettura dei pochi e consunti Tex che girano di mano in mano in paese ha invece alimentato la fantasia e la creatività. Sì, perché il Nandel (da pronunciare rigorosamente con l’accento sulla ‘a’, salvo nei momenti di maggior gloria in cui può essere accostato al grande attore di Marsiglia) è un raccontatore senza pari. Voce off nelle scaramucce tra visi pallidi e pellirosse messe in scena dal vivo o con le figurine di plastica, cronista sportivo nelle regate su ruscello o roggia con modellini in polistirolo e teatrale regista capace di trasformare una banale sgambata in montagna in un’epica attraversata delle grandi pianure del Nuovo Mondo.

Due protagonisti e un pugno di personaggi infantili che appaiono più sporadicamente, alcuni adulti perlopiù maldestri, due nonni in sottofondo, un papà e una mamma in filigrana, la libertà di un’estate senza controlli né vincoli e un’assenza che pesa. Un vero ambiente di paese di alcuni (parecchi) decenni fa, in cui il giro ciclistico della Svizzera è ancora un avvenimento da non perdere, soprattutto per gli opulenti campioncini distribuiti dagli sponsor, in cui si gioca a pallone sul sagrato della chiesa o sulla carreggiata e le rare automobili che passano non sono fastidi ma motivi di celia, un ambiente in cui i nonni raccontano storie e i bambini si divertono anche quando si annoiano. E accanto ai divertimenti le lezioni di vita, quasi en passant, negli insegnamenti di alcuni adulti benevoli, nei sinceri e incredibili racconti del nonno e nei suoi laconici commenti, ma soprattutto nelle esperienze dirette del narratore protagonista e del suo pard Nandel, avventure vissute e altre sognate, e lezioni di vita perfino nelle sigarette e nei toscanelli rubati e fumati di nascosto tra ragazzi o con la formativa complicità del nonno.

Il tutto narrato con vivida freschezza e senza nostalgia, seppur con la consapevolezza di aver vissuto qualcosa di unico che non si ripeterà.

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