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© montagna.tv, 10.09.2019

Gli 8000: vette raggiunte… o quasi. Tolleranza 0… o no
di Agostino Da Polenza

Il dibattito sulle “bugie” e le zone di “tolleranza” attorno alla verità proclamata dagli alpinisti, incontenibili biografi di se stessi e delle proprie imprese e performance, è in corso da tempo, di certo da prima che ne parlasse Jurgalski, di cui ho scritto recentemente.

Basta citare Mario Casella, ottimo alpinista e appassionato giornalista, che ha pubblicato “Il Peso delle ombre – Racconti veri o false storie?” (Gabriele Capelli Editore), una bella narrazione giornalistica di alcuni casi noti di bugie e di dubbi che la storia dell’alpinismo ancora non ha del tutto digerito.

Una questione delicata questa della “verità alpinistica”, spinosa, alla quale i nostri lettori hanno reagito in gran parte con commenti attenti che esprimono anche competenza e buon senso e che voglio riproporre e commentare.

Logica l’analisi di Pietro: “Ho letto l’articolo di Jurgalski, è davvero molto interessante!! Però devo dire che si tratta veramente di affermazioni “non-verificabili”. È basato soprattutto su studi minuziosi delle foto di vetta e rilievi topografici fatte con le tecniche più moderne per stabilire il punto più alto. Inoltre, si aggiungono dettagli di interviste private agli alpinisti, ma molti di quelli citati non sono più in vita per confermare o meno i dati dello studio”.
Interessante la citazione di alpinisti che volontariamente, ad esempio per rispetto religioso, non hanno posato i loro piedi su una cima, fermandosi pochi metri sotto. La regola Jurgalski della “tolleranza” per Piero funziona.

Matteo riporta il problema a casa e ci avverte che sul nostro Gran Paradiso la “Madonna di vetta” fa evitare al 99% dei salitori l’ultimo sforzo verso il punto più alto della montagna. E conclude: “La cima è solo un simbolo, non un traguardo con fotofinish”. Tolleranza dunque.

Easystile se la prende con il sottoscritto in vacanza e con poca voglia di scrivere. Perdono. Elogia poi giustamente Moro per aver espresso apprezzamento per il lavoro di Jurgalski e un poco sdegnato si chiede perché le verifiche “non sono state fatte con perizia e cura al riconoscimento della cima?”. E si risponde: “Perché lo show doveva andare avanti”. L’unica cosa che mi vien da dire è che “prima” ci si fidava della parola e del racconto degli alpinisti, ora meno. Di principio rimane che se uno dice e scrive che è in cima, si suppone che sia arrivato lì, se uno dice o fa pensare di esserci arrivato lì senza ossigeno, si suppone che sia così. Rubo, spero perdonato, dal libro di Mario Casella una citazione di Buzzati che oltre ad essere innamorato delle montagne fu anche direttore del Corriere: “Che un alpinista menta è cosa inconcepibile. Titolo di nobiltà degli uomini di montagna è questa assoluta legge d’onore che non ha mai avuto bisogno, grazie a Dio, di norme e sanzioni”.

L’alpinismo puro poi non so bene cosa sia, so che da quando è nato l’alpinismo ha ricevuto vari e diversi “comandamenti”: dal primo “by fair means” di Mummery, si è passati al pensiero di Preuss, Comici, Cassin, Bonatti, Berauhult, Messner, alle suggestioni di Ueli Steck, fino a Tommy Caldwell e Alex Honnold e senza dimenticare i nostrani Matteo Della Bordella (alpinista) e Stefano Ghisolfi (atleta) e moltissimi altri. E si è andati oltre, finoai Campionati Mondiali Giovanili di arrampicata appena svoltisi ad Arco, dove la diciottenne Laura Rogora, aggiudicandosi l’oro boulder nella categoria Junior e aver conquistato l’oro lead e il titolo della combinata (che somma le tre specialità che vedremo alle Olimpiadi), si è guadagnata il diritto di rappresentare l’Italia a Tokyo nel 2020. Ma è chiaro che le regole olimpiche e gli atleti che saranno alle Olipiadi nulla hanno più a che vedere e vogliono avere a che fare con Mummery e discendenti.
Invece le categorie/classifiche di merito alpinistico e arrampicata, esistenti e consolidate (perché è indubbio che esistano, ancorché ampiamente negate con grande ipocrisia), servono al “pubblico” per orientarsi su chi siano i più bravi atleticamente e/o che “la sanno raccontare meglio” e i più cliccati.

Bah, username di un altro commentatore, ci regala un suo lapidario e dotto commento: “Onanismo intellettuale”. Non si capisce se dell’autore, dei commentatori, di entrambi o dell’argomento. Fa piacere che anche lui partecipi.

Luciano ci ripropone invece il vecchio proverbio: chi s’accontenta (della verità con “tolleranza” indefinita) gode. Contento lui.

Mentre Luciano Ratto ci ri-provoca con i 22 Ottomila. Gli ho chiesto copia del lavoro scientifico che ha predisposto per questa sua proposta, peraltro dal punto di vista geografico piuttosto fondata. E a lui fanno eco Luigi Bignami e Matteo. Montagna.tv, se lo riceverà, con piacere lo metterà a disposizione dei lettori.

Forse ha ragione “Bah” su questa discussione: trattasi di “se… mentali” (scusate la traduzione in un linguaggio più da campo base e da falesia). È peraltro vero che a qualcuno della propria attività alpinistica importa solo per se stesso o che talvolta questa è talmente modesta da non interessare nemmeno i soci della propria sezione CAI o gli amici del bar. Ma raccontarla pare piaccia a tutti.

Certo, quando invece sei un alpinista di mestiere, o lo vuoi diventare, e devi trattare il tuo valore al mercato della pubblicità e della notorietà, quando sgomiti per la tua visibilità e autorevolezza, scoccia un po’ doversi confrontare con dei “casciaball”, come li avrebbe definiti Riccardo Cassin, sempre poco propenso alle mediazioni semantiche. Ma così va il mondo dell’alpinismo, con buona pace di Eberhard Jurgalki e dei suoi estimatori, tra i quali sono certamente iscritto.

Approfitto ancora di Casella utilizzando un’altra citazione, questa volta di Peter Stignitz, intellettuale, sociologo e statista, che trovo appropriata per chiudere queste mie considerazioni: “Un buon bugiardo inizia sempre dall’autoinganno”.

Link: montagna.tv


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