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© L’Osservatore magazine – 23, Millelibri
8.06.2019 – Cla Biert, La müdada

Com’era verde la mia valle…
Di Michele Fazioli

Ecco, tradotto in italiano da Walter Rosselli per l’editore Gabriele Capelli, a quasi sessant’anni dalla sua uscita in romancio, un romanzo sorprendente, caldo di emozione e di struggimento per il trascorrere del tempo e per l’inesorabile cambiamento di una comunità di montagna. Potremmo chiamarlo un “Fondo del sacco” romancio, con la coscienza di una mutazione (“müdada” vuol dire cambiamento, trasformazione) cui si può assistere passivamente oppure nella quale si può cercare di vivere con sguardo dinamico e senza tagliare le radici. Cla Biert, nato nel 1920, morto nel 1981, fu uno scrittore e intellettuale romancio importante. Questo suo romanzo è il cantico di un’epoca (fra gli anni ‘20 e gli anni ‘60 del ‘900) in cui il villaggio di Plaz, in Bassa Engadina, vive la trasformazione economica, sociale ed esistenziale (comune anche alle nostre valli ticinesi) che di fatto sancisce la fine della civiltà contadina della montagna, con le piccole comunità di secolare tradizione poste di fronte alle sfide dell’accelerazione tecnologica e delle lusinghe della città. Nulla sarà più come prima, e tuttavia la gente tenace di lassù, sia che rimanga ad affaticarsi su prati e alpeggi verticali, sia che parta per la migrazione verso un benessere sognato, sa che non rinuncerà mai a quella radice: «Si può vivere dappertutto, si abita dove si può, ma la patria l’abbiamo in un luogo solo in questo mondo», scriveva Buolf Tach, un emigrante che a metà ‘800 aveva lasciato Plaz. Viene in mente la celebre frase di Pavese in La luna e i falò: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Discendente di quel Buolf Tach è il giovane Tumasch Tach, protagonista del romanzo (ma attorniato da un “coro” vivido di personaggi importanti e comprimari coloriti). Tumash è contadino, lavora duro con i genitori e i fratelli usando strumenti immutati da secoli. È bello, sensibile, inquieto, piace alle ragazze, lui insegue amori veri. Legge le lettere del suo avo emigrato e coltiva il sogno di andarsene via anche lui, tuttavia frenato dal timore di uno strappo troppo doloroso. Intorno si muove l’aria del cambiamento che investe la comunità e Cla Biert descrive queste “scene dalla vita di un villaggio” con la tecnica della descrizione in presa diretta: storie private nella storia pubblica, brusio di gente, chiacchiere, affetti, pettegolezzi, solidarietà e invidie; e la politica, le fazioni, i gruppi familiari, la montagna, la commistione fra il ritmo antico, atavico, e i sussulti del nuovo. Tumash si strugge perché ama Violanda, la quale ci sta e non ci sta. Finché un giorno appare, mentre lui sta segando l’erba su un prato, una ragazza bella, intrigante, straniera, una villeggiante che alloggia in un grande albergo engadinese: i due si guardano, si fiutano, si piacciono. Vedremo come andrà a finire… Al netto di qualche momento di bozzettismo e di qualche indugio descrittivo di troppo, il romanzo dello scrittore romancio è bello, avvince, parla di un mondo che fu anche il nostro.

Link:

L’Osservatore Magazine

circolodeilibri.ch


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