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© Il colore dei libri, 20.03.2019

Recensione: La chiave nel latte di Alexandre Hmine

Trama

“La chiave nel latte” racconta la storia di un ragazzo di origini marocchine che cresce in Ticino, nell’Alto Malcantone, dopo che la madre lo ha affidato a un’anziana vedova di nome Elvezia. Il romanzo procede per frammenti, ricordi che la voce narrante riporta alla luce: i giocattoli dell’infanzia, le feste religiose, le partite di hockey sull’asfalto, le infatuazioni; ma ci sono anche le vacanze in Marocco, un paese che il protagonista vede per la prima volta a dieci anni e che immediatamente suscita in lui sentimenti di spaesamento e di rifiuto. Pur sentendo sua la Svizzera, non potrà eludere una messa in discussione della propria identità che lo porterà a interrogarsi e a interrogare i lettori fino alle ultime pagine del libro. Una scrittura essenziale e precisa, che mescola con naturalezza lingue e culture diverse, dal dialetto dell’Alto Malcantone a quello del Marocco, dal gergo sportivo ai classici della letteratura italiana.

IL MIO PENSIERO SUL LIBRO

Il protagonista si racconta in prima persona, colpisce la sua freschezza e l’immediatezza degli episodi che racconta.
Lui straniero cresciuto dall’anziana Elvezia :una ticinese doc che gli parla in dialetto e lo alleva con rude affetto.
La madre infatti lo ha “parcheggiato” da lei sin da piccolissimo per non risultare una ragazza/madre che vive in modo non decoroso agli occhi dei parenti, sfrutterà la sua bellezza per avere il meglio dalla vita e dagli uomini e sarà molto indipendente e poco presente.
Elvezia lo tratterà come qualsiasi altro bambino, non sarà mai messa in discussione che non sono parenti ma lei lo alleverà, gli starà accanto e lo sosterrà in silenzio ma costantemente.
Lui intuisce che lo vedono come un intruso grazie ai primi commenti che gli rivolgono i genitori degli avversari durante una partita di calcio, lo bollano come “cioccolatino” “el nerett” che lo lasciano perplesso ma gli scivolano quasi addosso anche se lo mettono a disagio.
Sarà durante il suo primo viaggio in Marocco che vedrà l’abisso culturale e sociale tra la sua terra d’adozione e la sua terra natia ringraziando mentalmente di essere cresciuto in Svizzera.
Il Marocco non lo entusiasma, non lo sente come un luogo dove potrebbe vivere e il non sapere la lingua lo fa sentire anche lì un estraneo tra i suoi stessi parenti.
Negli anni assisterà all’evoluzione della madre che da donna libera e anticonvenzionale si avvicinerà alla religione a tal punto da insistere continuamente nel volerlo più partecipe nelle preghiere, più ligio alle imposizioni poste sul regime alimentare dalla loro religione scatenando invece in lui un rifiuto netto estraniandolo maggiormente e allontanandolo.
Un racconto che sembra un continuo chiedersi chi sia e di cosa fa parte, non è Ticinese e non è Marocchino, non è italiano e non segue i dettami dell’islam….
Elvezia lascerà un’impronta indelebile in lui che lo aiuterà a decidere da solo il proprio percorso e destino ma una domanda resterà sospesa.
Tale domanda è il titolo del libro e solo alla fine ne scopriremo l’importanza e un nuovo tassello di quello che provava questo giovane ragazzo prenderà posto nel quadro generale.

Un libro a suo modo toccante ed attualissimo, dove un viaggio lungo una vita sarà descritto con poche scene ma emblematiche una su tutte quando scopre il suo nome marocchino sul passaporto che non sapeva fosse diverso da quello usato quotidianamente e non riusciva nemmeno a pronunciare correttamente.
Mi è piaciuto.
4/5

Link: Il colore dei libri


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