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La chiave nel latte di Alexandre Hmine
Articolo a cura di Cesare Giordano

Vezio, alto Malcantone, Svizzera. Una giovane donna rimasta incinta prima del matrimonio lascia la sua terra natale, il Marocco, per fuggire al disonore in cui getterebbe la famiglia. Raggiunge la sorella in Svizzera e, per impossibilità economiche, è costretta ad affidare le cure del proprio bambino ad un’anziana vedova di nome Elvezia.

Questa è la storia del primo ed unico romanzo pubblicato dallo scrittore svizzero di origini arabe Alexandre Hmine, vincitore del premio Studer-Ganz 2017. Il testo è frutto di 10 lunghi anni di lavoro e rivisitazioni. Varie bozze saranno realizzate per poi essere corrette o modificate, ma soltanto nel 2017 arriverà la versione definitiva ed ufficiale del romanzo, pubblicato da Gabriele Capelli Editore.

Tutta l’opera è costruita su ricordi e memorie dell’autore, che ripercorre la sua biografia aggiungendo raramente elementi romanzati. Lo scrittore stesso, in varie interviste, ha dichiarato come il processo più difficile per la realizzazione del romanzo non sia stato tanto la ricostruzione biografica generale, quanto l’estrazione di nuclei fondamentali che permettano di ricreare un’ossatura su cui eventualmente inserire i fatti singoli.

Questo “scheletro” narrativo si fonda su alcuni nuclei di ricerca:

– il rapporto tra la cultura e i luoghi della formazione e le origini geografiche.

– L’autore si sente a pieno cittadino svizzero, ma ciò non impedisce che, anche forzosamente e a suo malgrado, debba avvicinarsi alla cultura araba, che per altro dichiara a lui estranea;

– anche in Svizzera, suo paese a tutti gli effetti, fin da piccolo, essendo somaticamente riconoscibile come arabo, è soggetto nel tempo a dover dare spiegazioni del perché faccia scelte che qualsiasi bambino, adolescente, uomo svizzero fa (esempio: ‘’ Perché sei in Svizzera?’’, ‘’perché hai lasciato il Marocco?’’) domande che per lui sono completamente inutili e che a nessun altro cittadino svizzero nelle sue condizioni vengono fatte;

– interessanti gli spunti antropologico-linguistici.

– Vivendo nel Cantone Ticino parla italiano e sa comunque interloquire con le realtà linguistiche locali. Rifiuta invece pervicacemente di imparare l’arabo, nonostante le insistenze della madre, perché quella lingua non lo rappresenta. Cerca una mediazione quando va in Marocco, parlando il francese, che però usa in modo accademico e solo come necessità di mediazione linguistica

La Chiave nel latte è la storia, in parte tormentata, della crescita di un bambino poi ragazzo ed infine uomo a metà fra due culture. Se le sue origini ed il colore della sua pelle dimostrano una certa etnia e cultura di provenienza, la sua lingua e le sue usanze ne dimostrano un’altra. Svizzera e Marocco: questi i due mondi con cui deve confrontarsi il protagonista della storia. La differenza culturale tra la madre biologica marocchina ed Elvezia per esempio o anche la lingua araba che continua a sentir parlare dai suoi ‘’familiari’’ e il dialetto svizzero e l’italiano impiegati dalla vedova. Tutto ciò rappresenta la chiara evidenza di una ricerca di multiculturalità, volontaria o involontaria, che il protagonista sente non appartenergli.

Anche lo stile del romanzo riflette quest’identità frammentaria e confusa. I periodi sono brevi, paratattici. Non esiste né subordinazione né coordinazione così come la divisione in capitoli. L’unico principio di organizzazione che sembra seguire la trama è il raggruppamento in paragrafi che trattano ogni volta di un nucleo tematico preciso, ma anch’essi non seguono un ordine logico-linguistico convenzionale, ma cronologico. È il tempo della narrazione a dare struttura alla narrazione stessa. Il tema è di quotidiana attualità. L’affondo culturale è uno degli elementi più tipici del romanzo novecentesco europeo, come il flusso di coscienza. È anche in questa scelta che l’autore sembra volersi inserire in modo definitivo in un contesto culturale europeo che solo sente suo. Accattivante è proprio la scelta stilistica che sembra apertamente voler dare un senso di opacità agli eventi narrati, come se fossero visti attraverso uno schermo nebbioso che riflette in qualche modo la vita dell’autore.

Link: culturificio.org


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