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© ithinkmagazine.it – 7.01.2019

Damiano Leone torna con un avvincente romanzo storico: Il simbolo

Non è del tutto univoco il significato a cui allude il titolo de Il simbolo, il terzo romanzo di Damiano Leone, un corposo romanzo storico dai numerosi colpi di scena. La vicenda è piuttosto complessa: prende avvio al tramonto del primo secolo dopo Cristo, quando su di una spiaggia di Apollonia approda un greco, Fedone, che incontra un vecchio dal passato piuttosto singolare. Inizia così un racconto autobiografico che, impostato inizialmente come un dialogo – e il nome di Fedone non sembra, quindi, casuale –, diviene presto il corpo del romanzo stesso, narrato in prima persona dall’anziano, Ben Hamir, che rievoca la sua storia (e, allo stesso tempo, la Storia vera, con la “S” maiuscola).

Da bambino, Ben Hamir non sembra avere delle rosee prospettive di vita: è il figlio di una prostituta, dalla quale viene costretto a svolgere il medesimo mestiere; è di Sidone, antica città fenicia sottomessa all’impero romano; è circondato da persone senza scrupoli, cui fanno eccezione solo il vecchio schiavo Nadir, quasi un padre morale, e la giovinetta a cui il giovane dona il cuore. Sono la tragedia e la crudeltà a dare alla situazione una svolta drammatica: conosciuto il volto dell’omicidio, Ben Hamir è costretto a fuggire e, allontanandosi su di una nave in direzione della Grecia, sembra abbandonare dietro di sé, in Oriente, anche la propria ingenuità infantile.

Sfruttando attivamente la sua esperienza in campo erotico, il ragazzo prende concretamente in mano la propria vita con risolutezza viaggiando da una parte all’altra del Mediterraneo e, approfittando delle donne e degli uomini che ne condividono il letto, risale la china, incappando infine, a Roma, in una svolta decisiva. La capitale dell’impero è in mano a Tiberio; è controllata da un’élite di potenti; è governata da uomini ricchi e dissoluti, dei quali Ben Hamir, ben avvezzo a riconoscere vizi e debolezze tra le lenzuola, svela i più reconditi segreti.

La padronanza degli intrighi e delle trame della politica, pur in qualità di osservatore esterno, dà al protagonista un potere non indifferente, che lo porta, in breve, a diventare un’attiva pedina dell’imperatore stesso, portando idee e interrogativi nel buio delle stanze da letto, lontano (apparentemente) da occhi indiscreti. Sarà questo ruolo a indurre Ben Hamir a riprendere il suo viaggio e a tornare, vinti i fantasmi del passato, di nuovo in Oriente, in una Gerusalemme sull’orlo di una guerra e in quella Palestina dove, lontano dalle corruzioni di Roma, vive e opera Gesù di Nazareth. È proprio l’incontro tra quest’ultimo e il protagonista, che finirà per accompagnarlo negli ultimi giorni terreni, a rendere vivido il contrasto tra la concretezza spregiudicata della realtà imperiale e la fede del nuovo credo in una forza altra, immateriale.

I contrasti all’interno della vicenda sono violenti, emozionali: è vivo il dolore della morte, che torna e ritorna, e si contrappone e si intreccia al piacere carnale, in un’interpretazione romanzata della dicotomia tra eros e thanatos; ed è a sua volta vivida l’opposizione tra il piacere fine a se stesso e la ricerca del sentimento d’amore, indagato in più occasioni e in diverse nature. C’è l’amore tra il protagonista e una giovane pastorella, che insegna la tenerezza; c’è quello tra un gladiatore e una schiava, che reca il seme della fedeltà; c’è infine quello dei cristiani per Dio e per il prossimo, che supera, a chiudere il cerchio, persino la morte. All’interno di questi contrasti Ben Hamir si muove su più fronti, spinto dal desiderio di trovare una direzione, profondamente permeato dall’opportunismo ma costantemente alla ricerca di una personale serenità. Non sarà la fede a insegnargli il senso dell’interiorità, né la ricchezza a dargli appagamento; ma nella famiglia troverà, per un periodo, la propria quiete. Il simbolo è, quindi, il sigillo imperiale che il protagonista riceve da Tiberio; ma anche i gesti di sacrificio delle anime pure tra la dissolutezza del potere, le mani operose di una contadina, gli sguardi di coloro che hanno conosciuto l’amore in un mondo di turpitudine. Piccoli, grandi simboli che portano Ben Hamir, all’ombra dell’impero, a scoprire, infine, il valore della semplicità.

Anche ogni elemento di contesto, quindi, in quest’ottica ha un significato preciso. Sostenuto da una solida ricerca storica, il volume cerca in ciascun particolare di creare una suggestione completa. Nella capitale si indossano gioielli e toghe ricamate, in Palestina si portano tuniche e barbe; in Grecia si coltivano le olive, in Egitto i cereali; a Gerusalemme ci sono case basse e pozzi di pietra, a Roma domus affrescate e alte insulae. Ogni ambiente è ricostruito con straordinaria minuzia e attenzione al dettaglio, dimostrando una buona conoscenza del contesto storico e contribuendo a catturare il lettore sin dalle prime pagine. Del contesto fanno parte anche usi e costumi: a seconda delle diverse città diversa è la condizione della donna, diverso è (spesso di conseguenza) il modo di vivere la sessualità e il ruolo degli amanti nei confronti del potere. Vario è soprattutto lo spirito con cui i personaggi dell’impero affrontano i problemi quotidiani e si approcciano al mondo allora conosciuto. Che, tra le pieghe di questo romanzo, per una volta pare davvero immenso.

ADRIANO ALIVERNINI

Link: ithinkmagazine.it


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