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Il simbolo di Damiano Leone: un romanzo storico che lascia il segno

Poco lontano da una spiaggia di Apollonia, antica colonia greca, siede un vecchio. Di fronte a lui, il mare, un piatto di fave riscaldate, il cielo che albeggia e un forestiero venuto da Atene, che porta con sé domande e interrogativi. Sciolte le formalità e la lingua con del vino libanese, l’inaspettato interlocutore offre all’anziano l’opportunità di raccontare la propria storia. Una storia lunga come i suoi candidi capelli, inquieta come le braci del suo focolare, tormentata come la tempesta che ha portato il viaggiatore a inciamparvi, lì, ai confini dell’impero.

Inizia così l’ultimo lavoro di Damiano Leone, Il simbolo, un corposo romanzo storico che fa della storia, per l’appunto, la propria chiave di volta. Incorniciata dal classico espediente del racconto nel racconto, la trama prende l’avvio dall’infanzia del protagonista, Ben Hamir, il figlio di una prostituta di Sidone che muove i primi passi tra le storture della vita nel primo secolo dopo Cristo.

L’impatto con il prossimo non è, infatti, convenzionale, né tantomeno gentile: forzato dalla madre a vendere il proprio corpo, il giovane impara sin da subito a venire a contatto non solo con pelle, muscoli e umori, ma anche con debolezze, vizi e ombre dell’animo umano, sparsi tra le genti quasi a ricalcare l’eterogeneità di colori, sguardi e sapori dell’immenso impero di Roma. Gli avvenimenti mantengono inizialmente toni foschi, sui quali si stende più di una volta l’ombra dell’omicidio, e contribuiscono a instillare nel protagonista il desiderio di stravolgere la propria condizione, prima di tutto abbandonando quella terra d’Oriente in cui non sembra esservi altro che turpitudine. È così che inizia il lungo viaggio di Ben Hamir, che, da est, si sposterà continuamente lungo lo scorrere delle pagine, da un’Atene filosofa a una Sicilia agricola, fino alla profondità del cuore di Roma. Sarà proprio questa città a costituire una svolta nella vicenda del giovane: continuando a praticare l’arte amatoria, ma con un ruolo attivo e consapevole delle proprie capacità di seduzione, Ben Hamir scoprirà che tra le lenzuola si insinuano, sottili come i loro fili, le trame della politica e del tradimento, i meccanismi reconditi della società e innumerevoli, potenti segreti. Inizia così per il protagonista un’attività redditizia che, favorita da una “dote” naturale, lo porterà ad accedere alle domus più influenti di Roma e, letto dopo letto, addirittura alla residenza dell’imperatore. Sarà proprio con quest’ultimo, così, che grazie a una singolare successione di eventi il giovane, nato schiavo, intratterrà un dialogo profondo e porrà le basi per un legame affettivo dalla svolta inaspettata. Ma l’incontro con personalità di spicco non termina a Roma, perché il viaggio riprende, e Ben Hamir incrocia lo sguardo con nuove genti e nuove usanze, vivendo quasi involontariamente straordinarie storie, amori e amicizie che lo portano a tornare nuovamente verso est, verso la Palestina di Jeshua di Nazareth e di un nuovo credo, destinato a segnare le sorti del mondo occidentale.

Il “simbolo” a cui riferisce il titolo assume diverse identità. È il sigillo che il protagonista riceve dall’imperatore, a suggellare il legame che li unisce; è il sesso, la chiave che, facendo leva sulla dissolutezza, dal piano fisico accede a un livello razionale popolato da inganni e cospirazioni; è la croce di Gesù, con il quale Ben Hamir condividerà, inaspettatamente, la fine terrena.

Sono molti, quindi, gli spunti che questo romanzo mette sul piatto, cercando di inserire all’interno di una vicenda condita di dettagli fatti, pensieri e avvenimenti storici di varia natura. C’è la Storia con la “s” maiuscola, che si dipana su di un piano fortemente realistico e talvolta affine alla cronaca, ricostruita con una straordinaria perizia di particolari, di descrizioni di ambienti, abiti, cibi e architetture ma anche di atteggiamenti e idee coerenti con il contesto geografico. Ad Atene si parla di filosofia, a Roma di potere, a Gerusalemme di guerra e di religione; e tutt’intorno si vivono, profondamente, i cambiamenti dell’impero. C’è poi la vicenda umana di Ben Hamir, un’esistenza apparentemente semplice che, scorrendo parallela alla storia, finisce con il rimanervi invischiata, con l’interferire con essa e, addirittura, con il modificarla in maniera determinante. C’è molto sesso, ci sono diversi colpi di scena, c’è una grande quantità di personaggi che gravita intorno al protagonista come una scia di meteore senza fissa direzione; e c’è addirittura il seme di riflessioni più profonde sul senso dell’amore e della vita, di morte e di rinascita. Il grande calderone in cui l’autore getta tutti questi elementi, a prima vista disgiunti, assume tuttavia, a dispetto della quantità di pagine, una direzione piuttosto ordinata, distesa sui fatti storici come un vestito un po’ largo che si adatta a un pubblico decisamente ampio. Il segreto del romanzo sta nell’ordinario che diventa straordinario, in quella sorta di “effetto farfalla” che il protagonista opera involontariamente quando, con un gesto o una parola, stravolge il corso degli eventi. Sta nella semplicità di un uomo che, vagando per il Mediterraneo alla ricerca di se stesso, incontra gli altri, quegli “altri” che, quasi per caso, reggono le sorti del mondo allora conosciuto; e sta nella disarmante sincerità che egli dimostra di fronte a essi, quasi immune, talvolta, al loro magnetismo. Ben Hamir è uno di tanti, è la variabile inaspettata che, a sorpresa, finisce per “fare” la storia.

Il libro avvince, diverte, non annoia; scorre e si sviluppa senza intoppi, a metà tra una lettura leggera e un testo impegnato, in grado di strizzare l’occhio agli appassionati di storia antica soddisfando intelligentemente, allo stesso tempo, un’audience generalista.

Link: lecce.nightguide.it


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