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© WebMagazine24, 22.11.2018

Intervista a Damiano Leone, autore del romanzo storico Il simbolo

L’autore Damiano Leone ha svolto la professione di chimico, prima di dedicarsi alla produzione artigianale di repliche d’armi e armature antiche. Da questa passione è nata la necessità di studiare a fondo la storia antica, l’arte e la letteratura classica.
Dopo il suo ritiro dall’attività lavorativa ha trovato il tempo per realizzare un’altra sua grande ambizione: quella di dedicarsi attivamente alla narrativa. Pubblica per Leucotea i romanzi storici Enkidu nel 2012 e Lo spettatore nel 2015, mentre per Gabriele Capelli Editore esce Il simbolo nel 2018.

«Per chi ha amato il suo terzo romanzo Il simbolo e vuole conoscere il suo lavoro più a fondo, ci racconta di cosa trattano le sue due precedenti opere, Enkidu e Lo spettatore?».

Enkidu, il primo dei miei lavori a essere pubblicato dalle Edizioni Leucotea è anch’esso un romanzo storico. Ambientato nell’antica Mesopotamia e ispirato all’Epopea di Gilgamesh, narra le vicende del famoso re di Uruk e del suo amico Enkidu. L’opera originale incisa su tavolette d’argilla risale a circa cinque millenni fa, e questo ne fa il più antico poema dell’umanità di cui sia rimasta traccia scritta. Molto in sintesi, nel romanzo ho cercato di offrire interpretazioni razionali ad avvenimenti avvolti nell’alone della magia e della superstizione, restituendo al protagonista una dignità umana che sicuramente gli competeva. D’altra parte, come spiegare altrimenti la trasformazione del grande re di Uruk, dapprima noto per la sua sfrenatezza, nell’equilibrato pastore di popolo che poi ogni tradizione successiva gli attribuisce? Quanto a Lo spettatore secondo romanzo anch’esso pubblicato con Leucotea, pur includendo vari episodi risalenti a epoche diverse non è propriamente un romanzo storico: quanto una valutazione disincantata della nostra presunta grandezza, intellettuale ed etica, come razza dominante del pianeta. Attraverso una trama ricchissima e articolata in cui l’orizzonte degli eventi non riguarda solo il nostro minuscolo mondo, o il nostro tempo, il protagonista acquisisce gradualmente coscienza di sé e delle condizioni umane, ponendo e rispondendo alla domanda principe tanto in voga di questi anni: l’umanità riuscirà a sopravvivere a se stessa… e soprattutto lo merita veramente?

«Il personaggio di Fedone, colui che ascolta la storia del protagonista de Il simbolo Ben Hamir, non può non rammentare l’omonimo filosofo greco, che diventa voce narrante del Fedone platonico. L’opera di Platone ha come tema fondamentale l’immortalità dell’anima, e non sembra un caso che proprio questo misterioso personaggio diventi il depositario della storia della straordinaria vita di Ben Hamir, e che la possa tramandare ai posteri, eternando le sue gesta e rendendolo quindi immortale. C’è un criterio nella scelta dei nomi dei personaggi del romanzo? Quali di loro hanno significati che contribuiscono a dare un valore aggiunto alla storia raccontata?».

Certamente, come da voi giustamente osservato e interpretato, il nome di Fedone non è casuale. Per quanto riguarda altri personaggi inventati, che però non sono poi molti in tutto il romanzo, anche qui ci sono significati nascosti. Ad esempio Susannah, il cui nome ebraico è anche quello di un profumato e bellissimo fiore di campo, vuole sottolineare la bellezza genuina e il carattere dolce ma anche fiero della compagna più amata da Ben Hamir. Poi Jezebel, la madre di Ben Hamir porta il nome della regina moglie di Achab che la tradizione ebraica dipinge come archetipo di corruzione e dissolutezza femminile. Anche la sua morte, cadendo l’una da un terrazzo e l’altra gettata dalla finestra, accomuna le due figure. Infine ci sono alcuni personaggi tratti dalla vita reale come il gladiatore Ganthar e il centurione Lucio di cui non voglio dare altre indicazioni per ovvi motivi: ma pure il vecchio Rufo, nobile di antica data ridotto in miseria dal vizio del gioco. Per finire, e spero di non aver ecceduto ma non ho saputo trattenermi, anche il nome latino di uno dei discendenti di Ben Hamir è preso a prestito da quello di mio figlio.

«Che cosa significa per lei essere un narratore della Storia? Che responsabilità comporta raccontare di eventi tanto lontani dalla contemporaneità, costruendoci intorno storie e personaggi inventati che interagiscono con momenti e persone realmente esistiti?».

Sono ben consapevole della responsabilità di narrare, oltre che vicende romanzate, veri e propri avvenimenti storici. Io stesso non sopporto letture che riportino clamorose incongruenze con eventi reali, o comunque accettati dalla storiografia moderna. Forse per questo sono stati necessari più di tre anni per scrivere il romanzo: perché ho voluto fare molta attenzione a non falsare nulla di quanto documentato, infilando eventi e personaggi solo nelle pieghe della storia dove, reperti archeologici, cronache e letteratura, non sono ancora riusciti a gettare piena luce.

«Una parte importante del suo romanzo è dedicata alle storie d’amore, indagate nelle loro diverse esternazioni. Commuove l’amore puro e disperato del giovane Ben Hamir per Miriam, e ancora di più il sentimento profondo e totalizzante che lega la stoica schiava Lin al coraggioso gladiatore Ganthar. Questi ultimi danno a Ben Hamir una grande lezione di vita, che cambierà per sempre le sue prospettive e che lo spingerà a riflettere e a mettersi in discussione. Chi è diventato il protagonista alla fine della sua vita, quando lo incontriamo su una spiaggia solitaria, lontano dal mondo? Che cosa ha imparato da tutti coloro che ha incontrato sulla sua strada?».

Nelle ultime pagine del romanzo Ben Hamir fa un’affermazione che rivela il suo stato d’animo nel definire se stesso e nel considerare le innumerevoli esperienze accumulate nel corso degli anni: “Ho sfiorato il fulgore degli astri al vertice dell’impero e sono sprofondato nella miseria e nella disperazione. Sono stato donna e uomo assaporando il piacere in tutte le sue forme: ho osservato da vicino la luce del bene come l’orrido, oscuro baratro del male, l’egoismo e l’amore, la serenità di una famiglia o la spaventosa follia della guerra. Ed io stesso, di volta in volta, ne ho sperimentati nella carne e nello spirito la dolcezza o l’amaro…” Direi quindi che è diventato un individuo abbastanza cosciente di essere semplicemente un uomo e, allo stesso tempo, in grado di accettare con coraggioso orgoglio tutto il fardello di questa consapevolezza.

«Colpisce nel romanzo l’eterogeneità del mondo femminile: vi sono figure tragiche come Lin, altre angelicate come la Miriam della gioventù di Ben Hamir o ancora perfide e contro natura come la vedova Miriam, madre di uno dei suoi figli. E poi c’è la rappresentazione dell’erotismo e della spregiudicatezza che non risparmia neanche il sangue del proprio sangue, Jezabael, e ancora la figura di donna che è tutt’uno col potere e con la ricchezza, incarnata dall’ambiziosa moglie di Seiano. Che ruolo hanno, e che valore apportano alla storia i personaggi femminili del suo romanzo?».

Così come nella vita reale dove ogni persona possiede un proprio carattere ben definito, anche nel romanzo ho badato a delineare al meglio le varie personalità. Il valore apportato dai personaggi femminili, che sono assai spesso motore delle vicende e quindi rivestono sempre ruoli di grande importanza, è quello che detiene tutt’oggi l’altra metà del cielo: quello di condizionare, o addirittura di determinare direttamente ogni aspetto della società.

«Tra i tanti personaggi con cui Ben Hamir interagisce, rimane impressa la figura di Nadir, uno studioso ridotto in schiavitù e comprato dalla madre del ragazzo per fargli da tutore. Un uomo tutto d’un pezzo, estremamente generoso e votato al sacrificio; un faro nella vita spesso oscura del protagonista. Vuole raccontarci qualcosa di lui? È un personaggio nato dalla sua fantasia, o ha preso spunto da una o più figure realmente esistite?».

Collegandomi innanzitutto alla domanda precedente sui criteri che hanno determinato la scelta dei nomi, devo rivelare che il soprannome di Nadir, che in realtà si chiamava Nearco, deriva dall’arabo Nazir, che è la direzione direttamente verticale del luogo in cui ci si trova. Forse datogli da un mercante di schiavi per ironizzare su quel corpo minuscolo, deforme e chinato verso terra, rivela invece ben altri significati considerando che nascondeva una grande anima capace di esprimere e trasmettere le più alte virtù. Quanto alla genesi del personaggio ammetto che è di fantasia, sebbene sia ispirato da non pochi filosofi che in ogni tempo e luogo hanno destato ammirazione per le loro qualità umane e intellettuali.

«Il romanzo Il simbolo si presterebbe molto bene a una trasposizione cinematografica. Lei cosa ne pensa?».

Anche se più di qualche lettore mi ha scritto auspicando con entusiasmo una versione cinematografica, chi mai mi crederebbe se dicessi che non me ne importa? Quindi sì, sarebbe una faccenda interessante da seguire. Però ho ben presente che ci sono grandissimi romanzi storici mai presi in considerazione dal cinema, mentre altri, a volte piuttosto scadenti, sono stati scelti per esser trasposti sul grande o piccolo schermo. Inoltre bisognerebbe vedere cosa ne trarrebbe un regista: perché non sono sicuro che un romanzo così complesso e movimentato come Il simbolo che copre un secolo di storia mediterranea e narra di tanti personaggi di spicco, possa esser facilmente concentrato in un paio d’ore di proiezione. Certo, ci sono anche registi di altissimo valore che probabilmente ci riuscirebbero… ma questo, forse, sarebbe sperare troppo!

Link: WebMagazine24


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