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Luglio 2018

Nostalgia di colore in terra elvetica: Alexandre Hmine.
a cura di Giovanni Nacca

Il romanzo autobiografico nasconde sempre l’insidia dell’autoreferenzialità, della fastidiosa deriva apologetica, col risultato di mettere a repentaglio criteri di oggettività e di imparzialità. Nel caso di La chiave nel latte di Alexandre Hmine (Lugano, 1976) il rischio è tenuto a bada, grazie a una scrittura costantemente sorvegliata, accorta, asciutta. È la storia di un ragazzo di origini marocchine che nasce e vive in Ticino, nell’Alto Malcantone, e che col passare degli anni dovrà fare i conti con un complesso percorso identitario.

La giovane madre, per evitare il disonore nel proprio paese, si reca in Svizzera dalla sorella e affida il bambino a Elvezia, anziana bisbetica e un po’ burbera, ma che lo colma comunque di affettuose premure. A lei l’autore ritornerà nel momento più delicato della sua vita, quando straziato da un sentimento di nostalgia, la cercherà per un ultimo e impossibile gesto di gratitudine. Il tappeto della memoria è srotolato con perizia. I ricordi, tratti dal pozzo della memoria, si susseguono veloci, a scatti: quasi la sequenza fotografica di un intimo album che, per molto tempo, l’autore ha custodito segretamente e che adesso, in tempi di generale imbarbarimento, decide di sfogliare in pubblico. Un libro che illustra una difficile integrazione. Un libro, peraltro, coraggioso che si affaccia in un’Europa sempre più sferzata da venti xenofobi.

La storia vede il bambino crescere coi coetanei a scuola, nei giochi, nelle feste, nello sport (gioca benissimo a tennis, calcio, hockey) e la diversità di colore sembra non essere un problema. Poi, cominciano i distinguo sin dai primi incontri di calcio, sin dai primi innamoramenti. Volano, con apparente innocuità, le indicazioni del mister di fermare «quellonero», «quellonegro», oppure serpeggiano le prime insidiose domande dei compagni sull’identità del padre, mai conosciuto. L’odio verso il diverso si scatena durante le schermaglie amorose: lui, il «Vucumprà», il «negro di merda» che osa rubare le ragazze (bianche) agli altri (bianchi).

Ricordi e impressioni che, seppure appena abbozzati, innescano immagini vivide di una difficile quotidianità in cui coniugare cultura occidentale e maghrebina, adattarsi al salotto arabo o a quello europeo, la diversità del cibo, il rifiuto di imparare l’arabo, la difficile scelta di essere ateo, anche se poi scopre di non riuscire a mangiare carne di maiale. Proprio in virtù di queste scelte, vive un rapporto conflittuale con la madre e col marito di lei, un perfetto estraneo che non potrà mai sostituire la figura paterna. La narrazione, che si avvale anche di una felice sintesi tra vari idiomi (italiano, arabo, dialetto ticinese) è spesso puntellata di precisi dettagli: la miracolosa pomata Euceta, gli immancabili biscotti Zwieback e l’Ovomaltina a colazione, il mitico Arbre Magique in macchina, le gigantesche videocassette. Elementi che riaffiorano da una sorta di fondale giurassico in cui l’autore si orienta per ricostruire vicende e circostanze tuttora cariche di vibrante tensione.

Lentamente, alla passione per lo sport subentra la passione per la letteratura italiana, suscitando sorpresa e perplessità non solo in famiglia, ma anche nell’ambiente universitario che mostra tutte le crepe di un radicato, quanto camuffato, pregiudizio. Le vicende sentimentali s’intrecciano con lo studio dei grandi autori della storia letteraria: Dante, Machiavelli, Foscolo, Leopardi, Moravia, Montale…. Oggi, il ragazzo marocchino è diventato uno stimato docente di lettere, anche se confessa di continuare a combattere con i demoni della sua «lunga notte» e di aver, finalmente, compreso l’enigma dell’azione compiuta anni addietro e che dà il titolo al libro.

Notevoli le pagine finali del romanzo. In una notte di capodanno, tra brindisi e auguri, il diffuso senso di spaesamento del giovane precipita in una disperata fuga dalla folla festante. Una fuga non solo dagli altri, ma anche dal tempo che nel suo avanzare, implacabile, divora i giorni della vita. La sfasatura tra tempo cronologico e tempo interiore genera l’irrefrenabile desiderio di un ritorno a ciò che è stato un tempo: un ritorno a chi, più di ogni altra persona, è stata per lui fonte d’amore: «Corro nella neve, deciso, sopra i morti, verso il suo loculo. Corro grintoso, assicurandomi con la sinistra che il romanzo non fuoriesca dalla tasca del giubbotto». Ad aspettarlo, come sempre, la sua amata vecchina a cui, commosso, sussurra: «A ta l’ lengi mì, Elvezia, pian pianìn, come ta fasevat tì quand che a sevi pinìn e a me setavi gió süi tò ginöcc, visìn a la stüa…».

Link: pignataromusica.it

Scheda libro:

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