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Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni, Letture

“La chiave nel latte” di Alexandre Hmine
di Silvana Arrighi

Vedo l’Elvezia. I capelli sono grigi, laccati all’indietro, gli occhi stretti e scintillanti, le vene del collo in rilievo. Indossa una gonna scura al ginocchio, le calze di lana che gli zoccoli. È seduta a capotavola, scomposta. Vedo anche la zia e suo marito. Lì, in piedi, davanti alla credenza del tinello. Lei è vestita di nero. Sulla sua pelle mulatta luccica l’oro. Lui porta una camicia chiara. È quasi calvo. Guardano tutti verso il basso. Sorridono amabilmente. Guardano me. Io sono sul tappeto, non so se seduto o sbagliato. Forse è solo una fotografia, forse l’ha scattata mia madre.

Siamo in un piccolo paese fra le montagne del Canton Ticino. Elvezia è una donna anziana, alle cui cure una ragazza affida il proprio bambino di sette mesi, fuggendo dal Marocco dove le toccherebbe, a soli diciassette anni, affrontare le conseguenze e il disonore di una gravidanza sconveniente. Da quel momento il bambino (innominato, ma si può giurare che si chiama Alexandre…) cresce in un microcosmo di paese, parlando unicamente un ruvido dialetto e ignorando del tutto la sua lingua madre, fra il tennis e il calcio giocato per strada, feste di piazza, le prime emozioni d’amore, con scarsi contatti con il mondo di città e brevi vacanze a Casablanca, incontrando sporadicamente la mamma e il resto della sua famiglia. A scuola, insegnanti e compagni sempre più spesso gli chiedono di dove sia, dando per scontato che comprenda l’arabo e lo parli. Ma lui mastica il tedesco e il francese, parla malamente l’italiano e non sa una parola di arabo. È abituato a mangiare la polenta ma non il maiale, il cui solo odore gli dà la nausea. Ha scarsi legami affettivi, e più che a chiunque altro vuole bene ad Elvezia che, con i suoi cibi semplici e le sue poche frasi asciutte, riesce a dargli il nido caldo di cui ha (tutti abbiamo…) bisogno. Nella confusione di affetti e relazioni, il giovane svizzero-marocchino sceglie l’Italia per i propri studi universitari: si laurea in letteratura italiana, nei classici e nello studio del latino trova una sorta di patria dell’anima che va oltre le molte patrie che la vita gli ha imposto.

Opera prima di grande sensibilità, La chiave nel latte utilizza una narrazione in prima persona, costruita per flash interiori che mescolano fra loro eventi sparsi dall’infanzia all’adolescenza alla maturità in un singhiozzo di lingue diverse e mischiate, capaci di riflettere la difficoltà di chi cresce in un mondo non suo e nel contempo ha radici lontane ineludibili e stampate sui lineamenti del viso. Il disagio delle origini poco conosciute, la fatica di sentirle proprie, il malessere nel percepire la diffidenza verso il “diverso” negli occhi del prossimo traspaiono limpidi pur nella esposizione frammentata, fatta di piccole inquadrature sul passato, sorta di didascalie in un album di fotografie sfogliato velocemente, in un fluire continuo di memorie e riflessioni. Il linguaggio utilizzato dall’autore non ha incertezze, e conduce il lettore attraverso un vero cesello di sentimenti e lacerazioni fino ad un’ultima pagina che, svelato finalmente il significato del titolo, gli lascerà una nota dolce e davvero emozionante.

Con questo suo romanzo d’esordio, Alexandre Hmine ha vinto il Premio Studer/Ganz 2017 per la migliore opera prima. Merita di poter varcare i confini nazionali ed avere notorietà più ampia.

Alexandre Hmine, “La chiave nel latte”, pp.208, euro 18, Gabriele Capelli Editore, 2018

Giudizio: 5/5

Link: Cabaret Bisanzio

Scheda libro:

cover-chiave-latte-SG

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