Home

© Viceversa letteratura
07.06.2018

Recensione “La chiave nel latte”, Alexandre Hmine
di Sandra Clerc

Vincitore del Premio Studer/Ganz 2017 per la migliore opera prima, con La chiave nel latte Alexandre Hmine offre un romanzo autobiografico costituito da frammenti narrativi che si susseguono dall’infanzia all’età adulta.
La premessa ci informa che una ragazza marocchina di diciassette anni si trova su un aereo diretto in Svizzera, dove ad attenderla c’è una sorella. La ragazza è incinta, e fugge per evitare il disonore. Qualche mese dopo la nascita, il bambino è affidato a una vedova di nome Elvezia, che abita a Vezio, un paesino dell’Alto Malcantone. Il libro – vero e proprio romanzo di formazione – racconta la crescita e la maturazione del bambino, che una volta adulto sceglierà per sé, non senza esitazioni, il mestiere di insegnante di italiano. Sullo sfondo la passione per lo sport (l’hockey su ghiaccio, con partite ricreate nel corridoio di casa da bambino, il calcio e il tennis, praticati per anni in prima persona, poi come allenatore), l’amore (la curiosità, gli impacciati tentativi di approccio, le prime esperienze sessuali e alcune relazioni infelici), e il percorso scolastico travagliato. Dopo un inizio svogliato, il protagonista incontra finalmente un professore, quello di italiano, che lo sostiene e lo incita alla scrittura; poi decide di proseguire gli studi all’università e sceglie a sua volta di diventare insegnante. Il romanzo si rivela quasi circolare, poiché tra i banchi dell’attuale docente siede un’allieva diciassettenne incinta.
I ricordi richiamati sulla pagina dall’autore sono tanti tasselli di un’esistenza marcata dalla difficoltà di vivere in bilico fra mondi diversi. La costruzione del libro come catena di brevi frammenti discontinui è la prima delle caratteristiche dell’opera. Questa struttura, particolarmente adatta per rievocare la parte più remota della vita del protagonista (quella risalente all’infanzia e all’adolescenza), tende forse a smorzare la propria efficacia con il procedere della narrazione, senza per questo perdere del tutto il proprio significato di ricostruzione di un’esistenza lacerata. A un livello meno macroscopico, il libro è bipartito: la prima sezione è ambientata prevalentemente a Vezio, la seconda ha inizio dopo che il giovane deve lasciare la casa di Elvezia, ormai anziana e malata. La prima parte è inoltre segnata dal conflitto fra due realtà: la vita di tutti i giorni è interrotta e quasi disturbata dalle visite della madre e alla famiglia di origine, con alcuni soggiorni in Marocco. Nonostante il sicuro affetto che il bimbo prova per la madre, è evidente che la figura di spicco nell’infanzia del protagonista (e in realtà, come si vedrà, nell’intero libro) è Elvezia. È lei che il piccolo chiama in aiuto quando cade e si ferisce:

Piango in fondo alla scala. Le mani graffiate, il sangue che cola, le tempie che pulsano doloranti. Chiamo l’Elvezia e urlo.
Sono seduto sulle sue ginocchia. Non devo tirare su il narìcc, guai. Dice bofagh sü e mi massaggia il bernoccolo con l’Euceta. (p. 12)

Al contrario, la madre sembra costantemente anteporre i propri bisogni a quelli del figlio:

Aggiro il letto, sveglio mia madre con un colpetto sulla spalla e le sussurro che ho fame.
“Che ore sono?” biascica strofinandosi gli occhi. Poi non sento bene, forse mi chiede di aspettare ancora dieci minuti, forse si riaddormenta. (p. 29)

Il bambino assume invece un atteggiamento quasi adulto nei confronti di questa figura materna distratta e che attira gli sguardi e le attenzioni maschili, perfino dei coetanei del figlio, che la credono sua sorella. L’incomprensione fra i due è prima di tutto linguistica, con il netto rifiuto del protagonista di apprendere l’arabo, nonostante le insistenze della madre:

Dar significa casa, per lei. Invece per me è soltanto una preposizione articolata. Dar Elvezia. (p. 36)

Dopo una lunga serie di fidanzati, la donna si sposa. Il protagonista vive l’avvenimento da estraneo, ma sarà presto confrontato con la necessità di trasferirsi presso la madre e il marito. Nella seconda parte, infatti, dopo il distacco da Elvezia, si accentua la difficoltà della convivenza con la famiglia, in particolare per il rigetto linguistico e per il netto rifiuto della religione. Il giovane, che infine si protesta ateo suscitando la reazione scandalizzata della madre, sviluppa tuttavia un’avversione per la carne di maiale che nemmeno lui riesce del tutto a spiegarsi, se non con l’influenza della donna:

Torno con la memoria a quando divoravo i Landjäger, ai panini al salame che mi preparava l’Elvezia in occasione delle gite scolastiche. E tutto questo mi disturba. Mi ammorba. Come è possibile? Mi si presenta, nitido, il volto schifato di mia madre mentre spiega perché il maiale è un animale immondo. Il modo in cui storce la bocca. (p. 129)

L’incertezza identitaria del protagonista è inoltre evidente nel suo rapporto alla lingua. Nel romanzo si mescolano il dialetto dell’Alto Malcantone, l’arabo marocchino, il francese e l’italiano, nei suoi vari registri (regionale, standard e letterario). La sua ignoranza dell’arabo stupisce e infastidisce gli altri, come nel caso dell’addetto al controllo dei passaporti in Marocco:

Senza salamelecchi il poliziotto congeda i tedeschi e le due russe. È il mio turno. Saluto:
“Bonjour.”
Sorride, risponde salam alekum.
“Bonjour” ripeto a voce più alta.
[…] Trovo il coraggio di interromperlo. Alzo il braccio e chiarisco:
“Je ne parle pas arabe.”
Asjnó? Lo stupore. Un marocchino che non parla l’arabo? Continua, nella sua lingua. Perché? Ellej?
Che dice?
Lo capisco dal tono e dal gesto secco. Mi appoggia due colpetti sul petto servendosi del passaporto. Se hai questo, devi parlare l’arabo. (p. 149)

Inizialmente aproblematico, anche il rapporto al dialetto si fa più difficile con il trasferimento in città e i successivi studi universitari, tanto che il suo uso risulta innaturale al protagonista. Lo scambio con un ex compagno di scuola, rincontrato dopo molti anni, è difficile non soltanto per la perdita di immediatezza nell’utilizzo del dialetto, ma anche per un distacco culturale, dal quale non è assente un certo senso di acquisita superiorità, senza dubbio dovuto agli studi letterari compiuti in Italia:

Mi parla in dialetto, disinvolto, come se il tempo si fosse fermato. Ma io tentenno, rispondo a mezza voce:
“Uela lì”, poi però il dialetto non esce, resta imprigionato censurato. Il tempo non si è fermato. Continuo in italiano. Cerco almeno di accorciare la distanza controllando il registro – medio, regionale, con qualche concessione al turpiloquio. (p. 185-86)

Dalla Divina commedia agli Ossi di seppia di Montale, letti in riva al mare in Marocco, a Gli indifferenti di Moravia, i classici della letteratura italiana assumono un’importanza crescente nell’opera: un po’ per la scelta di studi del giovane, e un po’ per la tarda scoperta dell’amore per la lettura. E non è possibile ignorare che il protagonista, leggendo L’assassino di Saba, si chieda anche lui se suo padre sia stato la causa dell’infelicità della sua famiglia, senza poter tuttavia dare una risposta affermativa.
La stesura del romanzo è suggerita da una delle zie, personaggio dalla forte valenza materna, che sembra sostituire Elvezia nel bilanciare il rapporto tra il protagonista e la madre:

Sulla via del ritorno mi fermo a pranzo dalla zia. Accetto volentieri i suoi inviti. Perché cucina bene. Perché non pensa a convertirmi. Perché non vuole sapere quando imparerò l’arabo. Perché non mi stordisce con raffiche di parole inutili. Sta lì tranquilla, stesa sul divano arabo, a schiacciare i tasti del telecomando, sorseggiare birra e fumare Marlboro. (p. 136)

Colpisce, nel romanzo, l’insistita mancanza di nomi propri. Persino il protagonista scopre, dopo quasi trent’anni, che il nome sul suo certificato di nascita non corrisponde a quello sugli altri documenti; e la madre, ancora una volta, sembra non capire lo sconcerto che questo comporta per il figlio: «Tanto il tuo nome vero è quello arabo». Fa naturalmente eccezione il personaggio di Elvezia, nome senza dubbio parlante. E anche il dialetto torna con prepotenza nel finale, genuinamente commovente, che rimanda alla dedica posta in esergo: un verso tratto da una delle “Tre poesie alla mia balia” di Saba. Il lungo apprendistato narrato dal romanzo su come conciliare le due identità del protagonista sembra così compiersi nella doppia dedica dell’opera, quella esplicita, Alla mia famiglia, e quella implicita, a Elvezia.
Questa autobiografia è anche un po’ romanzo generazionale, e piacerà soprattutto a chi è cresciuto nel Ticino degli anni Ottanta. La scelta di non glossare i termini dialettali limita forse il raggio di diffusione del libro, che rimane nonostante ciò una testimonianza riuscita delle difficoltà vissute da chiunque si trovi a dover far convivere in sé origini e culture diverse.

Link: Viceversa letteratura

Scheda libro:

cover-chiave-latte-SG

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.