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Fine marzo 2018 – Prenotatelo in libreria

Cover-simbolo-DEFI-GCE

Damiano Leone
Il simbolo
Romanzo storico
15×21 cm, 616 pp, Euro 23,00
ISBN 978-88-97308-44-7

Contemporaneo di un uomo passato alla storia con il nome di Gesù di Nazareth, il figlio di una prostituta muove i primi passi nella Palestina dominata dalle legioni di Roma: due vite assai diverse ma destinate a incrociarsi nei loro giorni più drammatici.

Avviato alla prostituzione, il giovane Ben Hamir trova conforto nell’affetto di uno schiavo comprato per fargli da tutore. Costretto a fuggire, dopo un’istruttiva permanenza ad Atene conquista Roma – o meglio i cuori delle romane – divenendo gradito ospite dei più esclusivi palazzi nobiliari.

Coinvolto nella politica imperiale fino a divenire intimo di Tiberio, proprio da lui apprenderà quanto beffardo possa mostrarsi il fato. Tornato in Palestina per ordine dell’imperatore, ad attenderlo troverà sia un nuovo che un antico amore: ma anche l’odio feroce di Ponzio Pilato, il suo più mortale nemico.

Dopo aver compiuto un gesto in apparenza marginale ma destinato a sconvolgere la storia, abbandonati i lussi e le amanti sceglierà di restare lontano dai clamori del mondo.
Ma Roma non si è dimenticata di lui: dovrà accettare lo sgradito incarico di informatore imperiale, assistendo così a eventi che andranno oltre ogni sua immaginazione.


Dalla quarta di copertina

Un vivace e vasto affresco in cui si snodano vicende e personaggi responsabili di aver influito profondamente sulla storia occidentale del primo secolo dopo Cristo e di quella dei millenni a venire.

A volte ironico e altre drammatico, il romanzo è punteggiato da quasi ignoti ma autentici gossip dell’epoca narrati da un insolito e accattivante protagonista. Viaggiando tra Gerusalemme, Atene, Roma e l’Egitto il nostro “eroe” affronterà non soltanto pericolosi inganni e intrighi di potere, ma di innumerevoli uomini e donne conoscerà i più segreti impulsi dell’eros.


Estratto

La profonda risata d’Archelao l’interruppe.
«A dire il vero, in gioco c’è ancora un partito da non sottovalutare: quello dei cornuti. Camminando per Atene e guardando la foresta di corna ambulanti che la gremisce, pare di stare nel bosco di Maratona. Vuoi per lussuria, curiosità, oppure moda del momento, insomma per un motivo o per l’altro quasi ogni signora di buona famiglia della città non ha potuto fare a meno di voler assaporare le delizie del nostro Priapo!»
Annuendo, Nadir rincarò: «Non so quale di queste fazioni sia la più pericolosa ma, se resti ancora, due nerboruti nubiani come guardaspalle non ti basteranno di sicuro. Nell’Agorà ho perfino sentito bisbigliare di un’alleanza tra mariti ed ex amanti delusi… e sono un po’ troppi per farvi fronte con due soli uomini. Piuttosto, ti ci vorrebbe un’intera falange d’opliti!»


Prologo

Ancor prima che sorgesse il sole, uscendo dalla capanna per vuotare la vescica, mi sono accorto della nave. Se ne sta lì, immobile, in secca sulla piccola spiaggia che s’allarga come una dorata mezzaluna a lambire il dirupo su cui abito da tanti anni.
Ritto ai margini del minuscolo regno di cui al tempo stesso sono re e suddito, sollevo la mano per scostare i capelli candidi che il vento agita sul viso e a lungo osservo quella forma snella: quasi fosse un’altra delle creature marine che, pur enormi e possenti, giunte al termine della vita la tempesta vince e getta poi stremate a morire sull’arenile… Presto però questa creatura non nata per mano di un dio impietoso ma forgiata da quella dell’uomo potrà tornare al mare. Immobili o correndo qua e là, minuscole e indaffarate figure si prendono cura di lei: sì, a vederla da quassù sembra proprio un grande squalo con le sue remore che gli si affaccendano attorno.
Sollevando il volto in quest’impetuoso vento dell’ovest che senza sosta frusta la mia tunica, avverto ancora più intensa la penetrante salsedine di cui è impregnato. Per tutta la notte l’ho udito soffiare. Umido, rabbioso, sibilando col tono lugubremente smarrito degli innumerevoli spiriti di quanti mi hanno preceduto su questa terra tormentata, s’infilava in ogni fessura delle pietre a secco della mia casa. O meglio, dell’umile riparo eretto a sostenere un tetto di canne che ostinatamente così continuo a voler chiamare. Con lo sguardo fisso sulle ultime braci, a lungo sono rimasto sveglio ad ascoltare, cercando di decifrare il messaggio che sempre in simili tetre notti anime inquiete paiono voler sussurrare. Ma come tante altre volte così è stato soltanto per l’ostinazione di un vegliardo: perché fin quando rimarrò tra i vivi, so che mai lo potrò capire.
Rientrando, riattizzo il fuoco per scaldare un po’ di cibo. Alla mia età non si mangia molto, ma è un’abitudine che non ho mai perso. Più della fame, a spingermi ancora a farlo è il piacere di ammirare quella luminosa, sempre così mutevole, calda fiamma scoppiettante. Appena il fumo bianco si alza, guardando fuori noto un cambio di scena. Le remore hanno interrotto la loro frenetica attività per gesticolare verso la rupe.
Sorrido tra me: tra poco avrò visite.
L’uomo che sta risalendo il sentiero è ancora lontano. Mentre seduto davanti casa mangio distrattamente un po’ di fave scaldate, di sottecchi dedico ben maggiore attenzione nel valutarlo. A una prima impressione sembra troppo ben vestito per essere un semplice marinaio. Per fortuna la vista non mi tradisce troppo perché ho sempre amato osservare il mondo e soprattutto gli uomini che lo abitano. Spesso, con un solo sguardo, so intuire quali demoni celino nel loro animo.
«Salve, vecchio, buona giornata! Sai dirmi dove siamo? La burrasca di questa notte ci ha fatto smarrire la rotta spingendoci sulla costa.»
La voce è giovane, il tono melodioso, educato: qualcosa di molto raro da queste parti. Apertamente allora alzo lo sguardo su di lui. Sì, avevo ragione, il manto che lo copre è di lana ben tessuta e sotto di questo intravedo una finissima tunica color zafferano. Non sembra animato da cattive intenzioni, perciò l’invito: «Salve a te, greco. Accomodati, vieni a scaldarti accanto al fuoco. Toglierà l’umido dell’alba dal mantello e scalderà le tue ossa… Dimmi, t’andrebbe un piatto di fave accompagnato da un pugno d’olive?»
Aggrotta la fronte ma le labbra sorridono quando risponde.
«Grazie, dopo una simile notte qualcosa di caldo per lo stomaco è quel che ci vuole.» Esita un istante e riprende: «Di’ un po’, come fai a dire che sono greco?»
Intanto mi si è seduto di fronte sulla panca, afferra la ciotola che gli ho appena posato davanti e comincia a mangiare di gusto. Solo allora, invidiandogli l’appetito della gioventù, replico: «Sei di capelli chiari ma il volto è fine e sbarbato, non rozzo e irsuto come in un barbaro del nord. E la nave, se ricordo ancora bene, ha linee uguali a quelle che una volta si facevano al Pireo: piccola ma agile e veloce. Inoltre indossi autentiche spartane, le migliori calzature da viaggio del mondo, non imitazioni. Infine, nonostante il tuo aramaico sia quasi perfetto, vi affiora la cadenza ateniese. Ti basta?»
La bella testa ricciuta si solleva. Mentre sulla pelle abbronzata sottilissime rughe si formano all’estremità degli occhi per diramarsi verso le tempie, il volto si apre in un sorriso.
«Ehi! Sembri piuttosto sveglio per essere un anziano pescatore.»
«Ti ho forse rivelato che lo sono?» rispondo con eguale allegria.
Adesso pare davvero disorientato. Poggiando la ciotola sul banchetto mal piallato, sbiancato dalle intemperie e vecchio almeno quanto me, borbotta: «Scusa, non mi sono presentato. Il mio nome è Fedone ed è vero, sono ateniese e viaggio per lavoro. Tu chi sei?»
Allungando la mano per porgergli una coppa di vino del Libano, rispondo: «Beh, anche se la gente del villaggio oltre le dune ha l’abitudine di chiamarmi soltanto vecchio, potresti usare un nome che una volta era abbastanza conosciuto: Ben Hamir. Per rispondere invece alla tua prima domanda, devi sapere che la nave ti ha portato nei pressi di Arsuf. O come molti la chiamano ora, Apollonia. Dimmi, dove sei diretto?»
«Ascalon. Poi da lì proseguirò per Gerusalemme.»
«Cosa ti porta alla città santa? Dopo le rivolte di questi ultimi anni non è altro che un cumulo di macerie pieno di cani inselvatichiti…» ridacchiando aggiungo «e non parlo solo d’animali.»
Apprestandosi a rispondere, deterge le labbra con il dorso della mano. Dall’impaccio che mostra nel farlo capisco che non gli è gesto consueto. Purtroppo non posso farci nulla, non possiedo pezze di lino profumato da porgergli.
«Sto seguendo le tracce di un avvenimento accaduto laggiù più di mezzo secolo fa» afferma poi. «Sono uno storico e da una nobildonna romana che vive ad Atene ho ricevuto l’incarico di scoprire cosa c’è di vero su quanto sostengono i seguaci di una nuova setta a proposito del loro fondatore. Per la verità credo che siano tutte panzane, ma come rifiutare? Senza contare che la donna paga bene, di storici disoccupati ce n’è anche troppi.»
Allungo il braccio per riempirgli la coppa vuota mentre domando: «Quale setta? E come si chiamava il fondatore? A quel tempo la terra di David traboccava d’innumerevoli fazioni come di mirabolanti messia».
«Si definiscono cristiani. Il nome del loro capo era Jeshua anche se ora è chiamato Christus o Chrestus secondo le versioni… Ehi, che hai? Sembra che tu stia vedendo uno spirito dell’Ade.»
Ha ragione. Nel sentire quel nome, per un attimo, simile a un fantasma riemerso da un lontano passato eppure così nitido nella sua indescrivibile sofferenza, ho rivisto un volto. Un volto che nonostante le innumerevoli persone conosciute in vita mia mai ho dimenticato. Traggo un profondo sospiro e con la voce che m’esce in un mormorio, ammetto: «È davvero uno strano destino quello che ti ha voluto portare su queste spiagge… perché l’uomo di cui parli l’ho conosciuto proprio nei suoi ultimi giorni di vita».
Senza quasi rendermene conto riempio una coppa per berne d’un fiato il contenuto. Non lo faccio da anni perché il vino è forte, così di solito lo bevo alla greca con due parti d’acqua. Ora però ne sento davvero il bisogno. Con un sospiro di soddisfazione che mi esce spontaneo nell’assaporare l’asprigno dono di Dioniso mi asciugo le labbra, e tornando ad alzare gli occhi sull’ospite ne colgo l’espressione incuriosita.
«Hai davvero conosciuto quell’individuo? Gli hai parlato? Lo puoi descrivere?» chiede chinandosi in avanti.
«Quante domande, figliolo! In ogni caso sì, a tutte e tre.»
Scuote il capo borbottando: «Il Fato è davvero bizzarro… Deve esser vero che perfino gli dèi si piegano al suo volere. Lo sai? Pensavo di dover cercare a lungo quelle tracce, finendo magari con il restare invischiato in mille dicerie senza mai arrivare a nulla di preciso. Invece la prima persona che incontro in questo paese mi sta dicendo di averlo conosciuto direttamente».
Per un lungo momento rimane pensieroso soppesandomi con lo sguardo, finché riprende con slancio: «Di quelli come te, e intendo in vita, non credo ce ne siano rimasti più molti. Senti, ho un’idea. Siccome ci vorrà un po’ di tempo prima che i marinai riparino la falla, potrei compensarti bene se vorrai narrare ciò che ricordi di lui. Dopotutto, questa tappa imprevista potrebbe rivelarsi una gran fortuna!»
Senza esitare rispondo: «Per me va bene. Però sono curioso di sapere perché la tua nobildonna s’interessa tanto a quell’uomo. Deve aver speso parecchio per un incarico simile, questa turbolenta provincia di Roma è sempre malsicura per uno straniero. Per un greco poi, i pericoli sono notevoli».
«Beh, sì, ha pagato una somma notevole, quindi ho accettato il rischio. In ogni modo sono ben protetto, mi scortano una decina di mercenari che mi seguiranno dappertutto e, detto tra noi, credo siano ben più pericolosi di qualsiasi tagliagole avessi la ventura d’incontrare… Comunque, per rispondere alla domanda su cosa abbia spinto l’aristocratica dama a sborsare generosamente quel denaro, ti posso dire che tra gli intellettuali di tutte le più grandi città dell’impero è di moda disquisire di metafisica o di strane religioni. Le novità che le racconterò al mio ritorno le serviranno unicamente, credo, per pavoneggiarsi con gli amici letterati. La sua lussuosa casa diverrà così ancor più ricercata e per un po’ forse riuscirà a dimenticare la noia d’esser disgustosamente ricca.»
Annuisco sogghignando. Dal tempo in cui ero ambito ospite nelle loro dimore, il mondo dei potenti non è per niente cambiato.
«D’accordo» dico appoggiandomi al muro di casa e guardando il mare che si sta illuminando sotto i primi raggi del sole. «Ti racconterò la storia di quell’incontro. Ma salvo non ce ne sia davvero bisogno devi evitare di interrompermi. Sai, sono vecchio e potrei faticare a riprendere il filo dei ricordi… Sì, sono davvero vecchio, sicuramente molto più di quanto amo ammettere. A volte, preso dalla senescenza, m’illudo perfino d’essere immortale. Tuttavia so di non esserlo e prima che l’onda del nulla venga a sommergermi per sempre, voglio fare quello che da una vita mi riprometto eppure non ho mai fatto con nessuno. Voglio parlare di un incontro che ebbi molto, moltissimo tempo fa e dell’uomo conosciuto in quell’occasione. Rammento che parlammo di tante cose senza d’altra parte convenire quasi su nulla. Sì, ancora oggi non so chi di noi avesse ragione né lo saprò mai: forse, solo le nere, vellutate ali della morte porteranno alla verità… se poi davvero c’è, una verità. Comunque sia, è stato uno degli uomini che durante il corso della vita mi ha colpito di più. Forse, come qualcuno dice oggi, era solo un pazzo blasfemo o secondo il parere di molti un ingenuo visionario. Di lui tuttavia con sicurezza so almeno una cosa: non era malvagio né corruttibile, aveva coraggio nonostante conoscesse l’angoscia della paura e il suo cuore appariva buono e sincero. Ed io, che nel corso di una lunga esistenza non ho mai trovato tali qualità racchiuse in un solo uomo, non provo vergogna nel dire di essergli stato accanto nell’ultimo giorno della sua vita. Sì, allora ero un giovane con poco più di trent’anni, il sole aveva da poco raggiunto lo zenit e… pendevo indecorosamente da una croce appena fuori Gerusalemme. Ma adesso, prima d’iniziare a raccontare quel poco che so di lui, concedimi di spiegare come mai la vita mi condusse in quella scomoda quanto imbarazzante posizione: tanto più che sino a non molto tempo prima ero al culmine del benessere e della fama. Abbi pazienza con un povero vecchio chiacchierone, ansioso di riandare con la mente alla giovinezza: a quest’età cibo, sesso e gioco d’azzardo son reminiscenze ormai lontane come i miti di Omero. A farmi compagnia rimangono solo i ricordi e il loro narrare diventa l’ultimo piacere consentito.»


Capitolo 1
Prime esperienze a Gerusalemme

«Sì, ragazzo mio, è proprio così: tutti gli uomini si possono classificare in due archetipi principali. Alcuni, guardando vicino, percepiscono la struttura intima delle cose; altri, scrutando lontano, colgono i legami dell’insieme. Capaci d’analisi i primi, di sintesi i secondi. Gli uni son bravi a far di conto, divengono capaci scribi, amministratori puntigliosi oppure buoni ufficiali; gli altri sovente diventano poeti, scultori, filosofi… o semplicemente sognatori.
Tuttavia ne esiste ancora un terzo tipo, anche se talmente raro da essere quasi introvabile. Può perfino succedere che in un’intera vita non l’incontrerai mai. Racchiudendo in sé ambedue le qualità innalzate al massimo grado, queste persone divengono generali inarrivabili come Alessandro il Grande, filosofi come Pitagora o Socrate, architetti che con le loro straordinarie opere hanno sfiorato la magia come Imhotep. Oppure degli eccentrici alla Diogene che, anche nella loro follia, gli dèi hanno voluto far grandi. Per quanto ti riguarda lo devo proprio ammettere: non so ancora a quale di queste categorie farai parte… o meglio, a volte penso che nessuna ti si addica mentre altre che ti vadano a pennello tutte e tre. Perché, anche così giovane, sei la persona più complicata e mutevole che io abbia finora incontrato.»
Avevo sette anni e l’uomo che mi stava parlando sembrava una specie di scherzo della natura. Piccolo, con una ben visibile gobba sulla schiena, in bilico sulla cima di un corpo esile esibiva un enorme cranio quasi calvo. Per finire, accanto agli occhi di cui uno semichiuso e cieco, il ricurvo naso spezzato ombreggiava la bocca in gran parte sdentata. Eppure perfino quell’insieme disarmonico d’imperfezioni umane mostrava un pregio: perché brillante e color del cielo, l’unico occhio era illuminato da una tale luce di serenità da parer impossibile che albergasse nel cuore di un individuo così crudelmente segnato dagli dèi. Era il mio tutore da quando l’anno precedente e assieme a mia madre Jezabael arrivai a Gerusalemme scappando da Sidone. Su chi mi fosse padre non sapevo nulla tranne una cosa: almeno a giudicare dal mio riflesso nello specchio, non doveva essere semita né di alcun’altra etnia di queste parti. Per anni immaginai fosse uno tra i tanti marinai, forse perfino gallo o germano, che in cerca di divertimento sbarcavano ogni giorno a Sidone.
Poco fa ho detto scappando… già, e fu proprio di fretta che per tre giorni, con mia madre e un paio d’uomini, viaggiai a dorso d’asino attraverso aspre colline infuocate di giorno quanto gelide di notte fino ad arrivare la mattina del quarto nella città di David. In breve tempo ci sistemammo in una casetta appena fuori le mura. Come per molti non ebrei, pareva la scelta migliore da farsi. Generalmente gli arroganti e presuntuosi cittadini non amavano trovarsi tra i piedi i gentili tranne che non fosse per un qualche affare da concludere con loro.
Dopo aver licenziato gli uomini che ci avevano accompagnati da Sidone, una delle prime cose di cui volle fornirsi mia madre fu una serva. Così nella nostra nuova casa entrò Ona, una giovanetta bionda figlia dei popoli dell’estremo nord, comprata al mercato degli schiavi a buon prezzo perché affetta da zoppia. I suoi lunghi capelli d’oro avrebbero altrimenti fruttato ben altre somme al venditore. Infatti, nonostante fosse carina e in mezzo a un popolo di teste dai capelli scuri simili fattezze risultassero piuttosto ambite, secondo i giudei una persona visibilmente colpita da Dio era da tenersi alla larga.
Non era a causa di una delle tante guerre o carestie, che da sempre imperversano in queste terre, il motivo per cui eravamo fuggiti, ma solo le inevitabili conseguenze della più recente tra le numerose malefatte architettate dalla donna che diceva d’avermi partorito. Con sé portava un forziere sottratto a un ingenuo spasimante che aveva incontrato – tra le sue candide, profumate e tornite braccia – una tragica quanto prematura fine. Almeno questo mi confessò molto tempo dopo indorando e abbellendo la storia sino a trasformarla in un’epica fuga da un malvagio sfruttatore di donne indifese. Conoscendola bene comunque, non faticai a capire che le cose dovevano essere andate proprio all’opposto.
Fenicia di nascita, faceva ascendere le proprie origini ai filistei, un popolo d’origine pelasgica insediato anticamente nel sud ovest dell’Anatolia. Migrato in massa nella parte più fertile della Palestina divenne il più acerrimo nemico degli ebrei. Devo subito aggiungere che era una femmina splendida: ma non basta perché di belle donne il mondo è pieno. Era anche molto furba, permeata in ogni sua fibra da una sorta d’astuzia animalesca che le faceva sempre intuire dove stava il proprio tornaconto. Sapeva cantare e ballare divinamente e con la parola riusciva ad ammaliare qualsiasi maschio l’ascoltasse. Conosceva le arti dell’amore come poche e chiunque fosse stato una volta nel suo letto avrebbe ucciso per potervi ritornare. Disposti a pagare cifre altissime pur di passarci una notte assieme, gli uomini le impazzivano dietro. Nonostante questo le permettesse di guadagnare somme tali da comprare una piccola città, dilapidandone enormi quantità per il proprio piacere ne era sempre a corto. Comunque, non volendo privarmi di un precettore acquistò lo schiavo più a buon mercato che riuscì a trovare. In effetti Nadir, questo il soprannome del futuro maestro, rimase per molto tempo invenduto sulla piazza; almeno fin quando mia madre offrì una somma talmente bassa da non valere nemmeno i miseri stracci che quello si portava addosso. Ormai stufo di rimetterci dandogli da mangiare perché a ogni giorno trascorso la sua perdita sarebbe aumentata, il venditore frigio accettò. In ogni caso, dalla strizzata d’occhio rivolta alla splendida donna che gli stava davanti e dal sorriso che in cambio gli fu elargito, quella notte un paio d’ore di piacere nel suo letto credo debba essersele godute.


Damiano Leone è nato a Trieste nel 1949.
Di formazione tecnica, nella prima parte della vita si è interessato alle discipline scientifiche.
Da oltre un trentennio si dedica allo studio della storia antica, dell’arte e della letteratura classica, corroborando le nozioni letterarie con frequenti visite a musei e siti archeologici di tutta Europa.
Soltanto dopo il suo ritiro dall’attività lavorativa ed essersi trasferito in un paesino montano del Friuli ha potuto trovare il tempo e la serenità per realizzare un’antica ambizione: quella di dedicarsi attivamente alla narrativa.
Dopo aver terminato il romanzo storico “Enkidu” nel 2012, nel 2015 pubblica “Lo spettatore”.

 

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