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© Viceversaletteratura, 17.11.2017

La conta degli ostinati
Racconti

Recensione di Gionas Calderari

La conta degli ostinati è la prima raccolta di racconti di Giorgio Genetelli, pubblicata da Gabriele Capelli. Le diciotto brevi narrazioni che la compongono ci trasportano in un Ticino periferico e discosto, evocato da una toponomastica cara alla biografia dell’autore: Preonzo, Moghegno, la Val Bavona. Persino la comunità fantastica di Sopralerta, «paese granitico incastrato tra franose montagne verticali» (p. 41), si potrebbe facilmente collocare tra i crepacci dell’alto Ticino. I nomi desueti scelti per i personaggi fanno pensare anch’essi al piccolo mondo antico delle comunità rurali, insensibili al passare del tempo.

Una realtà apparentemente idillica, che però viene descritta senza alcuna vena nostalgica. Il paese è l’orizzonte sociale e spaziale nel quale si muovono i personaggi, ma è un orizzonte angusto e soffocante, un limite che i protagonisti dei racconti si sforzano continuamente di oltrepassare. Il villaggio, così come la famiglia, rappresenta la forza omologante della collettività, che opprime il singolo individuo imponendogli modi d’essere a lui alieni.

La lotta coraggiosa o disperata contro questa rete di convenzioni è il tema principale dei racconti di Genetelli. Una lotta libertaria e anticonformista, condotta con tenacia e ostinazione asinina: non a caso, con una trovata graficamente felice, sulla simpatica copertina del volumetto campeggiano i musi di una coppia di asini, fotografata in primissimo piano.

L’ostinazione è quindi una sorta di costante comportamentale che guida tutti i protagonisti e li unisce in una più articolata narrazione corale (quella conta evocata dal titolo della raccolta). Un’ostinazione che l’autore declina secondo un campionario vario e sfaccettato, e che coinvolge un ampio spettro delle passioni umane. Abbiamo quindi l’ostinazione amorosa del Climico, che nel primo racconto (Per un bacio) non dimentica la sua Palmazia e fa di tutto per riaverla, nonostante la lontananza e le resistenze della famiglia. L’ostinazione dell’istrionico Liberio, inventore di giochi e concorsi strampalati, che sconvolge l’ordinaria quotidianità di una borghesia abbiente ed assuefatta con il suo carrozzone colorato, presto eletto a simbolo di rivolta generazionale dai giovani del posto (Matlosen). O la meravigliosa cocciutaggine di don Nicodemo (in Rosso fiür sgiüp), che si convince di poter fare a meno di Dio e delle sue regole e lancia una sfida di sapore rabelaisiano alla diocesi:

«L’inferno non esiste, neanche sulla terra, e non è vero che le disgrazie sono il pegno da pagare per i nostri peccati. Non abbiamo peccati da scontare, ma pericoli da evitare, gioie da vivere con passione e pietà, senza colpe, al diavolo le assoluzioni» (p. 73).

C’è sempre un qualcosa di animalesco e vitale in questi personaggi, che fanno delle proprie chimere la loro unica ragion d’essere. La tenacia nell’inseguire i propri istinti o aspirazioni al di là del buon senso comune è ciò che li rende vivi e conferisce loro un’aura quasi eroica, anche quando i loro obiettivi sono ridicoli o irragionevoli; come per Melchiade, che parte a piedi da Preonzo per raggiungere i confini della Terra e dimostrare come essa sia in realtà piatta, anziché rotonda (Col cane dietro). I personaggi di Genetelli sono eroi tragicomici, figure donchisciottesche: non a caso, lo sciagurato cavaliere della Mancha viene parodiato in uno dei racconti più riusciti della raccolta, Una causa persa.

L’ostinazione può anche essere di segno negativo, quando reitera antichi screzi e impedisce di superare il dolore: ne è un esempio la testardaggine di Mirto, che insiste nel negare il perdono all’amico Giano, colpevole di aver causato la morte del fratello (La disfatta); o la cocciutaggine crudele dei genitori di Uomo, che di fronte al suo ritardo mentale si rifiutano di accettarlo come figlio e sperano di liberarsene spedendolo a Mendrisio in manicomio (Uomo Di Maggio).

Sul fronte linguistico l’autore predilige un registro fortemente espressivo, che non si risparmia di indulgere spesso in risvolti comici. Il mot juste, quando arriva, è sempre inatteso e spiazzante: ad un linguaggio letterario giocosamente complesso, talvolta infarcito di tecnicismi e citazioni colte, vengono abilmente accostate espressioni gergali, voci dialettali, parolacce:

«Il problema era il paese, così fermo e vuoto senza la Palmazia, che di certo, ormai, si stava accoppiando con qualche filibustiere dal passato torbido e dal futuro precario, spassandosela senza ritegno. […] Il Climico soffriva, ma non gli passava nemmeno per la testa che un vero cuore in amore avrebbe preso ali o rotaie per Amsterdam. No, preferiva struggersi un pochetto e poi dedicarsi agli studi, che i filibustieri a queste cose non ci pensano nemmeno, i coglioni.» (p. 13).

Si tratta, in conclusione, di un libro godibilissimo, divertente e ricco d’intelligenza, quella vera, che non è mai pedante ma anzi stimola l’arguzia di chi legge. Non si può fare a meno di affezionarsi ai personaggi di Genetelli e alle loro stravaganze, e l’esito tragico delle loro improbabili imprese commuove e intenerisce: una fusione avvincente di commedia e tragedia, che l’autore gestisce con grande abilità e una perfetta coscienza dei propri mezzi espressivi.

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Scheda libro

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