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© LaRegione Ticino, 3.11.2016 – Dove nascono le madri di Virginia Helbling

Letteratura che scava dove è più rischioso
di Yari Bernasconi

È vero: molti libri nascono e scompaiono nel breve volgere della loro pubblicazione. E non è forzatamente un male. Altri libri, però, rimangono nella testa e nel cuore dei lettori. Non so dire se siano libri migliori o più meritevoli; quasi sempre però sono libri che mettono e si mettono in discussione, andando a scavare dove è più rischioso, nei dintorni di quell’«inesauribile segreto» che accompagna l’umanità e che – anche con ottime ragioni – tendiamo a evitare o a diluire nella quotidianità e nell’intrattenimento.
Così, quasi un anno dopo la sua uscita, mi sembra del tutto naturale riprendere in mano Dove nascono le madri di Virginia Helbling, pubblicato da Gabriele Capelli Editore nel dicembre del 2015. Non solo perché mi è rimasto nel cuore, mi ha scosso e mi ha invitato ad alcune riflessioni faticose; ma perché in questi mesi ho ascoltato diversi pareri – pure discordanti e appassionati – sulla “natura” di questo libro. Pareri fondati per lo più su quello che credo essere un malinteso, che vorrei appunto dissipare: no, non vi si racconta “per una volta e senza filtri quello che succede a una madre dopo il parto”, e soprattutto no, per carità, non si tratta di un “piccolo trattato sulla maternità”.
Dove nascono le madri è (e rimane) il diario di una donna in preda a una profonda crisi personale. Certo, la crisi si palesa con l’avvento della maternità e di una semplice quanto irrimediabile scoperta: partorire, avere un figlio, non è un punto d’arrivo. È sicuramente una delle grandi tappe della vita per chiunque ne sia coinvolto, ma non l’unica. Del resto, c’è chi vive e ha vissuto questa tappa come la più bella di una vita, e nessuno vuole metterlo in discussione. Rimane il fatto che la protagonista è colta alla sprovvista: si ritrova da subito sull’orlo del precipizio senza punti di riferimento e senza un reale appoggio familiare, in balia di alcuni (inutili) luoghi comuni.
La maternità è insomma, per Virginia Helbling, il pretesto che porta a una ricerca di sé più vasta e complessa: «Finalmente più donna che madre, più vita che tempo», si legge emblematicamente a un certo punto. Come dire: essere donna non significa soltanto essere madre. La ricerca di sé, appunto, per quanto ritmata da un evento centrale della vita come la maternità, si gioca su un terreno se possibile ancora più ampio. Lo stesso titolo del libro riporta con inquietante ironia a questa prospettiva: già nella prima pagina si capisce infatti che il luogo in cui «nascono le madri» – sempre secondo la prospettiva della protagonista – non esiste, è una costruzione mitica. Come l’idillio alpino per la Svizzera.
Il libro si ritrova quindi per necessità a essere un diario: un luogo dove ritornare a esplorare, nominare e definire, senza paura di confondere – pur con eleganza e una sicura perizia formale – i registri linguistici. E come ogni diario che si rispetti, il testo rappresenta nei pregi e nei difetti chi lo scrive, in questo caso un personaggio femminile a momenti indecifrabile, irritante, in preda a scompensi, eppure così umano nell’aggrapparsi alle parole e alla vita. Gli “altri”, cioè le presenze “altre” che fanno capolino nel diario, sono appena tratteggiati, tenui e poco consistenti attraverso lo schermo della protagonista. Si abbozza anche uno sviluppo narrativo, soprattutto nella seconda parte del libro, ma non si esce mai veramente dalla prospettiva univoca del diario e non è dato sapere se gli avvenimenti siano reali o inventati. D’altronde, come afferma chi scrive: «Questa è la mia voce. Qualunque cosa possiate dire di me non importa».
Ora, Dove nascono le madri è comprensibilmente un libro scomodo, che si fatica ad accettare. Ma è anche necessario chiedersi perché. E la risposta non può certo essere “perché la maternità è tutt’altra cosa e qui si raccontano falsità”, o peggio “come può una donna scrivere un libro del genere?”: queste sono chiacchiere. Il fatto è che Virginia Helbling affronta di petto la realtà, e con lei alcuni temi universali e vertiginosi come quello dell’incomprensione e dell’incomunicabilità. Del rapporto con le convenzioni sociali e il loro peso. Della fragilità dei sentimenti e dell’ambiguità, dell’incoerenza, e allo stesso tempo della libertà dell’essere umano. Mette tutto in discussione. A cosa serve, altrimenti, la letteratura?

Scheda libro

cover helbling GCE defi

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