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Calendario verosimile – Racconti di Mario Casella


A Lisa, Emma e Zeno
per le ore che vi ho sottratto.


Ai volti anonimi annegati nel fiume della cronaca di ogni giorno:
ai 300 e più immigrati inghiottiti dal mare a Lampedusa, agli oltre 1000 civili uccisi dai gas e agli altri centomila morti in Siria, ai quasi 19’000 morti dello tsunami e del disastro nucleare di Fukushima e alle migliaia di persone contaminate, agli oltre 1000 lavoratori morti nell’incendio di una fabbrica di vestiti a basso costo in Bangladesh, ai quasi 3 milioni di rifugiati, ai circa 20mila civili e agli oltre 2mila soldati morti dal 2001 a oggi in Afghanistan, e alle migliaia di altre vittime in tutto il pianeta: ieri, oggi e domani.
Con la speranza che, almeno per il tempo di poche pagine, la fantasia possa riportare a galla i destini personali di alcuni, in questa marea di aride cifre.


«[…] Ampliare la realtà, ma traendo da essa elementi autentici. Talvolta aiuta a rendere un senso più profondo. Tutto dipende da come si fa, se ciò ha riscontro nelle date contingenze reali, nel clima, o se è artefatto, inventato, falso. Perché si sente subito. Il lettore lo sente. Ogni abbellimento, orpello, aggiunta di orrore suona falso. Ma non ha senso neanche esagerare in precisione fotografica […]. Alla fine non è importante se un tizio sia stato ucciso da tre o cinque pallottole. L’importante è rendere la sostanza dell’avvenimento.»
Da un’intervista a Ryszard Kapuściński, citata in
La vera vita di Kapuściński – reporter o narratore?
di Artur Domosławski, p. 438, Fazi Editore, Roma 2012


Indice

Avvertenza
Gennaio – La bufera della vergogna
Febbraio – Sochi: La recita universitaria
Marzo – Doccia da guerra fredda
Aprile – Valanghe di stupidità
Maggio – Ombre oltre la siepe
Giugno – Silicon Taiga
Luglio – Il peso di un velo
Agosto – Profumo di resina
Settembre – Allah, i cani e la bolletta della luce
Ottobre – Compleanno con petrolio
Novembre – La Mano Nera
Dicembre – Occhi blu a mandorla


Avvertenza

Ogni riferimento a personaggi e situazioni reali presenti nei vari racconti è voluto dall’autore. Gli scritti di questo libro sono un viaggio nel reale con il veicolo della fantasia.
I racconti traggono liberamente spunto dalla realtà incontrata dall’autore sulla porta di casa, nel corso di viaggi e spedizioni o nello svolgimento del suo lavoro di documentarista. Il tasso di corrispondenza con il reale varia da storia a storia. Alcuni episodi sono quasi del tutto veri anche se i nomi sono stati mimetizzati e le carte degli eventi un po’ rimescolate.
Altre pagine sono invece frutto della fantasia di chi scrive, ma anche in questi casi è stata la realtà a ispirare il racconto.
Non si tratta comunque mai di storie false. Pur se non sono vere, non sono mai inverosimili. Anche se talora possono sembrare incredibili, non sono impossibili.
Tutti i racconti, distribuiti lungo l’arco ideale di dodici mesi, sono legati a fatti di cronaca autentici, riportati nella parte finale di ogni racconto – il vero Calendario – e che ogni lettore può a modo suo mettere in relazione con le pagine nate dalla fantasia dell’autore.
Come spiegava Ryszard Kapuściński: «Non importa se le pallottole siano state tre o cinque. La realtà è che qualcuno ha sparato per uccidere».

Mario Casella


La bufera della vergogna

Gennaio

Gli ultimi metri sono i più insidiosi. Farzana salta con destrezza da un sasso all’altro, nonostante l’impaccio delle due taniche di plastica che le occupano le mani. Avvolta in un pesante mantello di lana che la ripara dal freddo, deve evitare di mettere un piede sulla lastra di ghiaccio inclinata che ricopre il pendio verso la riva del fiume Shimshal.
Il buco nel ghiaccio, dal quale tutto il villaggio attinge l’acqua, dista ancora una cinquantina di metri. Lì, sul fondovalle, la superficie scivolosa si appiattisce e si allarga. Dopo aver ritrovato l’equilibrio, Farzana aspetta Jahan e Samina. Le due amiche la seguono, si lanciano grida di scherno e dalle loro bocche escono nuvolette d’aria condensata.
Senza la bottiglia di plastica con il collo tagliato che porta Samina, Farzana non può iniziare a riempire le taniche e nell’attesa accarezza con lo sguardo il filo di ghiaccio che risale il fianco della montagna. La serpentina gelata s’innalza verticale sopra un cono di detriti sassosi, trasformandosi in un’enorme candela bluastra. Appesi come ragni alle loro piccozze, alcuni ragazzi si stanno arrampicando.
«Avete visto dove sono?» grida Farzana alle amiche, mentre affonda la bottiglia nell’acqua gelida del fiume. «Jahan, ne hai parlato con tuo fratello? Cosa ti ha detto?»
Avere la possibilità di scalare le cascate di ghiaccio della valle come fanno già da alcuni anni i più forti giovani del villaggio: è da qualche giorno che le tre coetanee ne parlano mentre, al mattino, riempiono le taniche.
Sul fiume gelato sono sole. Libere di scherzare e di parlare dei propri sogni. La scuola d’alpinismo creata da Karim e Nazir, due dei portatori d’alta quota più sperimentati della valle – con l’aiuto di un gruppo di alpinisti europei conosciuti nel corso di varie spedizioni – ha aperto nuovi orizzonti ai ragazzi di Shimshal.
Quasi ogni famiglia ha un figlio che la frequenta con l’ambizione di poter lavorare durante l’estate per qualche spedizione, o per un trekking nelle montagne del Karakorum.
Gafor, il fratello della gracile Jahan, è già riuscito per due stagioni a lavorare in quota: prima come cuoco e poi come portatore sugli ottomila, attorno al ghiacciaio del Baltoro.
Al rientro ha riportato a casa un bel gruzzolo, un sacco pieno di materiale e una rete di contatti: biglietti da visita, foto e indirizzi e-mail di scalatori occidentali. Per non parlare delle esperienze e dei racconti di scalate che nelle lunghe serate invernali fanno sognare a occhi aperti tutta la famiglia, raggruppata attorno alla stufa al centro della casa di pietre e fango.
Jahan ha invitato più volte Farzana ad ascoltare le avventure del fratello, rompendo così la monotonia del gelo invernale. Sopravvivere al freddo di quei mesi è una lotta quotidiana per i duemila abitanti di Shimshal: un grumo di costruzioni primitive sviluppatosi chissà come sopra i tremila metri, in un’impervia vallata all’estremo nord del Pakistan. Proprio lì, a pochi metri dal confine cinese.
Una mattina dopo l’altra, una tanica dopo l’altra, i favolosi racconti di Gafor e degli altri portatori avevano alimentato la fantasia e l’ambizione delle tre ragazze. Un giorno Farzana, prima di risalire verso il villaggio con le taniche piene d’acqua, aveva lanciato l’idea: «Ma perché non possiamo frequentare anche noi i corsi d’alpinismo? Chi ci impedisce di scalare quelle cascate lassù, anziché romperci la schiena ogni giorno a trasportare l’acqua?»
L’ebbrezza del freddo e l’audacia della spensieratezza tra ragazze avevano cancellato ogni timore nei confronti degli uomini del villaggio. La sera stessa Jahan aveva esortato il fratello a formulare la questione direttamente a Karim e Nazir.
I due portatori avevano accolto con una certa sorpresa la richiesta ma, dopo averne brevemente discusso, si erano dichiarati entusiasti dell’idea di iniziare all’attività alpinistica anche le ragazze.
Non si poteva, però, pretendere di scalare il ghiaccio verticale senza prima acquisire un minimo di dimestichezza con l’attrezzatura su un terreno più facile. Pochi giorni dopo, Farzana, Jahan e Samina cominciarono a scendere al fiume, camminando in un modo diverso dal solito. Il ghiaccio, inclinato verso il greto del corso d’acqua, non poneva più problemi di equilibrio: ai piedi avevano un paio di variopinti scarponi sui quali erano montati dei ramponi da ghiaccio.
Era stata Farzana a proporre l’utilizzo dei ramponi per scendere e risalire dal fiume ghiacciato durante la spola quotidiana per l’acqua.
Bastarono pochi giorni.
Una sera Karim e Nazir mandarono il fratello di Jahan a chiamare le tre ragazze: «Domani si scala. Abbiamo pantaloni, giacche, guanti, caschi e piccozze per voi. Provateli e cercate le vostre misure: è tutta roba lasciataci in dono per la scuola dai nostri amici occidentali. Domani, appena avrete portato l’acqua a casa, saliremo con voi alla cascata di ghiaccio e inizieremo l’istruzione con le corde».
Fu una notte insonne per le ragazze. All’alba si ritrovarono tutte prima del solito al fiume, così da poter salire al più presto alla cascata.
Dopo aver litigato con nodi e corde, dopo aver lottato contro il senso di vertigine e la paura di cadere e dopo ripetuti voli – sapientemente trattenuti dalle corde nelle mani di Karim e Nazir – le prime donne di Shimshal a cimentarsi sul ghiaccio verticale iniziarono a familiarizzare con l’equipaggiamento, con lo sforzo fisico e a scoprire la grinta necessaria per scalare quelle colonne gelate.
Giunto il momento di affrontare una nuova sfida, la salita come prime di cordata, non ce ne fu il tempo. Il ghiaccio cominciava a dar segni di cedimento: si era fatto poroso e risuonava in modo cupo e soffocato ai colpi di piccozza. La temperatura si era rialzata a causa dell’imminente primavera. Dopo il crollo di alcune cascate, Karim e Nazir dichiararono chiusa la stagione dell’arrampicata su ghiaccio. Era invece alle porte il periodo che avrebbe portato i primi gruppi di escursionisti e scalatori sulle montagne pachistane del Karakorum.
Per i due fondatori della scuola era imperativo scendere nella cittadina di Gilgit per contattare su Internet i potenziali gruppi interessati all’ingaggio di portatori, o alla ricerca di ogni altro tipo di sostegno logistico. Chiusa la scuola, Karim e Nazir salutarono i partecipanti al corso di formazione, promettendo di rifarsi vivi al più presto con eventuali proposte d’ingaggio per i più esperti.
La stagione del Kutch, la tradizionale transumanza delle donne del paese verso gli alti pascoli del Pamir, era alle porte. Tutte e tre avevano affiancato ogni anno madri, sorelle, zie o nonne per quell’appuntamento. Negli anni precedenti, a fine maggio, erano salite con tutte le donne del villaggio ai pascoli di Shuizerav per accompagnare un migliaio di yak e centinaia di pecore e capre.
Dopo aver munto e pascolato il bestiame per un mese, tutto il gruppo si spostava più in alto, a Shuwerth, il pascolo estivo vero e proprio, situato a quasi cinquemila metri d’altezza. Era un’esperienza massacrante, ma alla quale ogni donna del paese era chiamata dalla propria famiglia.
In maniera del tutto inattesa, prima di scendere a valle, Karim e Nazir avevano parlato separatamente con Farzana, Jahan e Samina: «Ragazze! Avete fatto ottimi progressi, ora avete bisogno di accumulare esperienza, di partecipare a qualche spedizione o trekking. Potrete capire come si lavora con gli stranieri, imparare le parole fondamentali in inglese per fare questo mestiere, gestire gli imprevisti e, soprattutto, tornerete a casa con un po’ di soldi che faranno piacere alle vostre famiglie. Non vi garantiamo nulla, ma entro pochi giorni dobbiamo sapere se, nel caso di una concreta possibilità d’ingaggio, sareste pronte a partire».
Le parole dei responsabili della scuola erano state accolte dalle ragazze con un misto di gioia e paura. Farzana, Jahan e Samina avevano intuito che una simile prospettiva si sarebbe potuta avverare un giorno, ma non si aspettavano una tale rapidità. Quella sera tornarono dalle loro famiglie con una richiesta rivoluzionaria.
Farzana, dopo aver aiutato a preparare la cena, annunciò ai suoi la nuova prospettiva di lavoro, e chiese di rinunciare al Kutch, alla transumanza, per poter accompagnare, in caso di un ingaggio, una o più spedizioni alpinistiche in visita nel Karakorum durante la stagione estiva.
La discussione durò poco perché, come Farzana scoprì più tardi, il fratello Qurban – preavvertito da Karim e Nazir – aveva parlato con i genitori e si era fatto garante per la sorella: «Farò in modo che ci assumano entrambi nelle stesse spedizioni; dividerò la tenda con lei e veglierò su di lei nel corso di tutto il periodo. Farzana è stata tra i migliori al corso di quest’inverno. Può fare grandi progressi e contribuire in modo sostanziale al benessere della nostra famiglia. Lasciatela partire con me. Non ve ne pentirete.»
Le parole del fratello, accompagnate dall’urgente necessità di soldi per riparare il tetto della casa, convinsero i genitori, che avanzarono una sola ma insindacabile richiesta: a fine maggio Farzana sarebbe comunque dovuta salire ai pascoli di Shuizerav per aiutare la mamma, le altre donne e i bambini della famiglia a iniziare la stagione della transumanza.
L’obbligo di presenza si prolungava fino al Mergichikh, la tradizionale festa che, a fine maggio, marca il passaggio di testimone tra gli uomini e le donne di Shimshal nella gestione del migliaio di yak di proprietà delle famiglie della valle. In quella giornata gli uomini che rientrano a valle, dopo aver svernato con gli yak sui pascoli nel Pamir cinese, s’incontrano a Shuizerav con le donne che salgono dal villaggio per poi assumersi l’onere del pascolo estivo fino a ottobre. L’incrocio di queste transumanze stagionali e l’incontro tra gli uomini e le donne della valle è la festa principale di Shimshal. E la famiglia di Farzana non era disposta a rinunciare all’aiuto della figlia.
Poi, passata la festa e il momento duro della salita con le pecore e le capre ai pascoli, la ragazza sarebbe potuta partire per le montagne del Karakorum.
Anche Jahan non ebbe problemi. Rimasta orfana fin da bambina, gli zii che l’avevano presa a carico non si opposero al progetto di partenza, convinti soprattutto dalla prospettiva di un’inaspettata entrata finanziaria.
Per la coetanea Samina, invece, il sogno s’infranse contro la barriera del suo matrimonio, combinato pochi mesi prima dai genitori. All’età di sedici anni il papà l’aveva promessa in sposa alla famiglia di Jan, un ragazzo di un anno più vecchio, che Samina aveva incrociato alcune volte a scuola ma con il quale non aveva quasi scambiato parola. La famiglia del promesso sposo era fra quelle che possedevano più yak in tutto il villaggio. Uno yak a Shimshal era un lingotto d’oro con quattro zampe: l’unità di misura del benessere. Per Samina perdere un’occasione simile sarebbe stato un delitto imperdonabile.
Il matrimonio andava concluso al più presto ed era impensabile che Samina potesse partire. Fu un duro colpo: Samina pianse in silenzio l’intera notte, rannicchiata sotto una coperta nell’angolo del locale dove dormiva con il resto della famiglia. Aveva sognato una vita diversa, ricca di novità e si ritrovava rinchiusa senza speranza tra quattro mura di fango, in una valle isolata e fuori dal tempo.
La partenza per il terrazzo erboso di Shuizerav portava ogni primavera un’eccitazione senza eguali nel villaggio.
Farzana questa volta aveva la testa tra le nuvole: si era dimenticata di mettere nel sacco la pentola per lavorare il latte, aveva legato al contrario il carico della famiglia su uno yak e, quella mattina, si era quasi dimenticata di scendere al fiume per l’acqua.
I suoi pensieri erano assorbiti dall’ingaggio come cuoca per una spedizione confermatole da Nazir un paio di giorni prima. Ad aumentare l’eccitazione contribuiva la prospettiva dell’incontro, durante la festa di Mergichikh, con Malang, il più bel ragazzo del villaggio.
L’anno prima Malang era stato scelto dall’assemblea degli anziani come uno dei quindici shpun, l’ambìto e pericoloso incarico di accompagnare le centinaia di yak di Shimshal nel Pamir cinese per trascorrervi l’inverno e poi rientrare al villaggio per il Mergichikh. Solo gli uomini più promettenti di Shimshal potevano ricoprire questo prestigioso ruolo, che li avrebbe obbligati a trascorrere il rigido inverno sugli altopiani cinesi, al di là di alcuni impervi passi di oltre cinquemila metri.
Malang era uno dei ragazzi più atletici del villaggio. Sulle cascate di ghiaccio era il migliore della scuola d’alpinismo: riusciva a passare dove Karim e Nazir non osavano salire. Il suo sorriso e il suo carattere espansivo avevano conquistato Farzana che non vedeva l’ora di rivederlo. Al rientro a valle, dopo l’esperienza iniziatica come shpun, Malang sarebbe stato celebrato dalla comunità come un vero uomo.
Giunte alla spianata di Shuizerav, le donne si misero a cucinare. Gli shpun andavano accolti con l’onore conquistato nel corso dei lunghi mesi invernali trascorsi nell’isolamento sui pascoli di là dalle montagne, in Cina.
Farzana, al riparo di un muro di sassi, stava facendo bollire un pentolone d’acqua per il tè, quando dal pendio sovrastante arrivarono i primi fischi e le grida dei pastori. Avvolti da una nuvola di polvere, centinaia di yak divoravano il pendio e dietro di loro una quindicina di uomini correvano a destra e a manca per incanalare la valanga lanosa.
In un batter d’occhio ogni famiglia, dopo aver abbracciato gli shpun, cercò e contò i propri yak, guidandoli poi verso i vari recinti di pietre. Le donne, soddisfatte, si dedicarono infine al festeggiamento degli shpun.
Nonostante il volto impolverato e segnato dalla fatica, Malang sembrò a Farzana ancora più bello di quanto si ricordasse. Sorridendo, gli porse una tazza di tè bollente.
Mentre uomini e donne intonavano canti e incrociavano i racconti su quanto accaduto d’inverno al villaggio e sui pascoli cinesi, i due ragazzi si sedettero un po’ appartati nell’erba a chiacchierare.
Non si erano mai parlati prima da soli, ma la tempesta ormonale dell’età e l’eccitazione della festa fecero sì che, dopo qualche battuta scherzosa sui rigori invernali, la discussione slittasse sugli impegni dei mesi seguenti. La reciproca attrazione alimentò l’intensità del momento. Farzana raccontò con fierezza le giornate trascorse con la scuola d’alpinismo e coronate da un ingaggio come cuoca per una spedizione europea al Gasherbrum 2.
La risposta di Malang colse Farzana di sorpresa: «Ma guarda! Io sono stato ingaggiato come portatore d’alta quota al Broad Peak. Lo sai che i nostri campi base saranno al massimo a cinque ore di cammino uno dall’altro? In caso di brutto tempo farò certo un salto a salutarti».

L’inverno seguente

Le ciglia incrostate di neve s’incollano una all’altra sigillando gli occhi. Malang arranca contro la furia del vento nella neve profonda. Accompagnato da Ullah, ha lasciato da un paio d’ore il precario riparo ricavato con l’aiuto degli altri shpun sotto un enorme masso al margine della radura. Due notti prima, una fitta e interminabile nevicata ha costretto il gruppo a trovare riparo in quella buca accanto a una promettente conca erbosa.
Malang non ricorda nella sua esperienza di shpun dell’anno precedente una simile bufera. Nemmeno i suoi colleghi più anziani hanno mai vissuto una tempesta di neve di tale intensità.
«Maledizione! Perché non ho preso con me la maschera da bufera che uso per le spedizioni?» rimugina tra sé, mentre, con la forza della disperazione, avanza nella neve cercando un segno, una traccia degli yak scomparsi nella neve.
Sente un groppo di rabbia e disperazione salirgli nella gola. «Dove sono finiti i mille yak che ci ha affidato il villaggio? Non possono essersi tutti volatilizzati!»
La neve arriva ormai all’altezza delle ascelle. È impossibile muoversi. «Torniamo al campo, Malang! Prima che il vento e la nuova neve cancellino la nostra traccia» urla Ullah. «Vedrai che gli altri avranno ritrovato gli yak. Gli animali saranno andati nell’altra direzione…»
Sconsolato, Malang si gira con un furioso colpo d’anca nel gelido manto nevoso. Il suo ginocchio va a sbattere contro una punta. Una fitta di dolore è seguita da un grido straziante di disperazione: «Le corna di uno yak! Sepolto qui sotto c’è uno yak!»
«Lascia perdere, Malang! Ormai è morto, non vedi? Pensiamo piuttosto a salvare la nostra pelle: io non sento più né mani né piedi. Dobbiamo tornare!»
Quanto hanno camminato ancora per ritrovare il masso e il muro di sassi improvvisato come riparo dal vento? Malang non ne ha idea. Ha marciato come un automa seguendo il solco tracciato da Ullah nella neve, noncurante del freddo, del vento e dell’insensibilità alle mani e ai piedi. Il cervello ha lavorato a pieno regime mentre il corpo lottava per non annegare in quel mare lattiginoso. Un vortice dal quale i ricordi delle ultime settimane riaffiorano in modo disordinato tra un respiro affannato e un’imprecazione di rabbia.
«Perché tutto questo deve succedere proprio a me?!»
Eppure tutto era iniziato nel migliore dei modi: le ore trascorse con Farzana al campo base del Gasherbrum a fine estate e la nuova missione invernale come shpun che gli aveva assegnato l’assemblea di Shimshal.
Sognava ogni giorno gli occhi azzurri di Farzana, le sue guance arrossate dall’aria in quota e il suo sorriso. Malang non aveva perso tempo e nello stesso giorno della sua designazione come responsabile degli shpun per il nuovo anno, decisa dall’assemblea degli anziani, aveva chiesto e ottenuto dalla famiglia la promessa di matrimonio per Farzana.
Prima della partenza per il Pamir cinese i due ragazzi avevano avuto il tempo di ritrovarsi sul greto del fiume.
Felice per il consenso ottenuto dai genitori, Farzana era ancora più entusiasta per la notizia che avevano annunciato proprio in quei giorni Nazir e Karim: la scuola d’alpinismo avrebbe organizzato una spedizione invernale al Mingligh Peak, una montagna di seimila metri che domina la vallata. Nella lista dei componenti del gruppo c’erano anche il suo nome e quello di Jahan.
Scalare per aiutare alpinisti stranieri è un conto, ma tentare una vetta di propria iniziativa e con un gruppo di compaesani è altra cosa!
L’inverno, però, si è preso la sua rivincita: centinaia di yak sono morti sepolti dalla neve, trasformati in pezzi di ghiaccio senza vita. Un disastro. Una vergogna insostenibile per uno shpun.
Distrutto da questi pensieri, Malang sorseggia con gli altri shpun una tazza di tè. D’improvviso il rombo di un elicottero squarcia il silenzio della vallata. La macchina volante fa un paio di giri sopra le tracce lasciate nella neve dai pastori e poi scarica dal portellone alcune reti di fieno per i pochi animali sopravvissuti e alcuni teloni mimetici imbottiti di razioni militari di sopravvivenza.
«Al villaggio quindi hanno capito…» Malang non si dà pace. «Deve aver nevicato molto anche a valle e hanno chiesto aiuto anche per noi. Ma non s’immaginano di certo quale catastrofe ci ha colpiti! Come farò a rientrare a Shimshal? Ad annunciare la morte di centinaia di yak?»
Uno shpun non può rientrare senza gli yak al proprio villaggio. Malang lo sa: ogni yak morto è una famiglia condannata ad anni di povertà. La comunità aveva scelto lui e gli uomini più in gamba del villaggio proprio perché la loro esperienza era la miglior garanzia per l’unica ricchezza delle famiglie.
Malang si sente un ladro: «Ho rubato la loro fiducia. Sono un ladro di fiducia e d’ora in poi sarò sempre visto come tale».
Pochi giorni dopo, quando la neve concede una tregua e la temperatura si rialza, gli shpun si mettono in cammino verso valle.
Ai pascoli di Shuizerav, Farzana sbuca di corsa da un recinto di sassi. Gli corre incontro, spinta dall’orgoglio della cima conquistata poche settimane prima.
Ma Malang cambia traiettoria, si sottrae al confronto con le donne del villaggio.
Piantata nelle sue sbrindellate scarpe da ginnastica, Farzana capisce che la montagna che l’ha unita a Malang ora li divide.
Fino a un istante prima era la donna più felice e fiera del villaggio. In quel momento è solo la promessa sposa di un uomo sconfitto. Un uomo alla ricerca del coraggio per spiegare al villaggio che molti recinti, le casseforti in sasso di ogni famiglia, resteranno vuoti quella primavera. Inutile attendere: dalla montagna non scenderanno altri yak. Quelli sopravvissuti sono tutti lì. Un pugno di mosche…
L’inverno ha portato a Farzana la gioia e addirittura un po’ di fama all’estero tramite i siti web che hanno pubblicato la notizia dell’ascensione invernale femminile al Mingligh Peak. Quello stesso inverno, però, ha anche bruciato l’orgoglio dell’uomo che vuole sposare.
Il giorno dopo, seduti sulla riva del fiume, Farzana e Malang riempiono le taniche d’acqua. Acqua generata dalla neve che si è sciolta al sole: è da lì che devono ricominciare.

* * * * * * * * * *

Due le notizie cui si ispira il racconto: la prima risale al 3 gennaio 2011, la seconda all’inverno dell’anno successivo.
“Un gruppo di giovani ragazze della valle di Shimshal ha scritto un nuovo capitolo nella storia dell’alpinismo pachistano raggiungendo la vetta del Mingligh Peak (6.050 m) il 3 gennaio 2011, una giornata ventosa con temperature invernali fino a 38 gradi sotto zero. La cima si trova a cavallo del passo di Shimshal, al confine con la Cina.”

Dalla pagina Facebook della Shimshali Mountaineering School (Pakistan)

Valle dell’Hunza (Pakistan),
19 marzo 2012
“Una squadra di esperti civili e militari delle Province del Nord ha visitato la valle di Shimshal per valutare sul posto la situazione di crisi venutasi a creare dopo la nevicata senza precedenti e per soccorrere con l’elicottero una decina di pastori bloccati sui pascoli in quota al confine tra Pakistan e Cina. (…) Oltre 300 yak e 1700 tra capre e pecore sono morte fino a ora sugli altri pascoli di Ghujerav e del Pamir a causa della grande nevicata. Si teme che molti altri animali possano ancora morire in queste ore.”

dal “Pamir Times”, 19 marzo 2012


Sochi: la recita universitaria

Febbraio

Febbraio 2007

Un cuscino, voluminoso ma leggero, un paio di lattine di birra, due panini, un maglione, ma soprattutto un paio di scarpe decenti da calzare una volta giunto all’aeroporto. Prima di salutare mamma e papà, Anatolij verifica di avere con sé tutto il necessario e fa ancora un rapido giro nell’appartamento dei genitori dove continua a vivere in mancanza d’alternative.
La segreteria dell’Università è stata chiara. Soprattutto per la questione delle scarpe, visto che da una settimana non ha fatto che piovere e nevischiare sulle rive del Mar Nero.
Il bus che dall’unico e trafficatissimo vialone di Sochi gli permette ogni giorno di raggiungere la facoltà di economia è pieno all’inverosimile: colpa delle valigie e borse degli altri studenti. Tutti, dopo la tappa obbligata sul piazzale dell’Università, hanno la stessa meta: l’aeroporto di Adler a una trentina di chilometri da Sochi.
Il viaggio però si fermerà lì. Non ci sarà alcun aereo con cui prendere il volo. Il direttore dell’ateneo è stato esplicito nell’auditorio principale:
«È un impegno con cui manifesterete la vostra gratitudine alla città e a chi governa la Russia. In cambio riceverete due giornate libere dagli studi e una busta con un dignitoso compenso in rubli per la vostra partecipazione. Chi non si presenterà alla partenza dei bus per l’aeroporto sarà convocato la prossima settimana dal segretariato di facoltà…»
A febbraio il vento che prende la rincorsa sull’increspata superficie del Mar Nero per andare a sbattere contro i primi rilievi delle montagne del Caucaso è sempre stracarico di umidità. L’acqua e la neve scuotono le palme del lungomare di Sochi e bastano due passi fatti in città per ritrovarsi prima con i piedi bagnati, e congelati pochi minuti dopo.
«Mi raccomando, ragazzi: non voglio vedere nessuno che, camminando nel nuovo terminal, lasci delle pozze sotto i piedi! Perciò portate delle scarpe asciutte nel bagaglio. Le calzerete una volta arrivati all’aeroporto.»
Tutto è stato annunciato con appena due giorni d’anticipo.
Anatolij ha appreso dai giornali la notizia dell’imminente arrivo della delegazione d’esperti, incaricata dal Comitato olimpico internazionale di verificare la solidità della candidatura di Sochi per le Olimpiadi invernali del 2014.
Mai però si sarebbe immaginato di trovarsi a fare da comparsa in una commedia recitata con sette anni di anticipo sull’ipotetico appuntamento sportivo. Una commedia il cui scopo era d’ingannare i delegati del CIO.
«Il nuovo aeroporto internazionale di Sochi è stato terminato ed è perfettamente funzionante.» È questo il messaggio che i burattinai della candidatura olimpica russa vogliono far passare ai delegati. Un concetto chiaro e svelato agli studenti al termine dell’assemblea obbligatoria convocata dalla direzione dell’Università.
«Reciterete la parte dei viaggiatori in partenza e in arrivo in un normale aeroporto internazionale in piena attività.»
Senza nessun pudore, al termine della riunione, il rappresentante del rettorato ha svelato il vero motivo della gita all’aeroporto.
«Mi raccomando: comportatevi in modo naturale. Fate la coda per il check-in, per i controlli di sicurezza e per il controllo passaporti. Se uno straniero vi chiede dove siete diretti o da dove venite, citate a vostra scelta quattro città: Mosca, Vienna, Budapest o Praga. Dobbiamo dare l’impressione di uno scalo funzionante e in attività ormai da tempo.»
Mentre il bus è incolonnato nel traffico in uscita dalla città, Anatolij riflette su quale meta preferirebbe nel caso di un improbabile viaggio all’estero. Forse Vienna per poi continuare il volo verso un’altra capitale europea come Roma, Parigi o Londra.
Le voci di un paio d’assistenti del corso di economia aziendale lo riportano alla realtà: «Se un membro della delegazione del CIO dovesse scambiare qualche parola con voi, non parlate troppo. Non siete tenuti a sapere l’inglese o qualsiasi altra lingua diversa dal russo».
«Fate finta di non capire… In ogni caso noi saremo sempre lì con voi.»
Il messaggio è chiaro: i vertici dell’università sono coinvolti nella farsa e ogni studente è cosciente dei rischi cui va incontro dissociandosi dalla messa in scena.
Una brusca frenata del bus spinge in avanti a valanga tutti gli studenti. Un paio di mani curate e con le unghie smaltate di rosso cupo afferrano il braccio di Anatolij. Una ventata di capelli biondi gli passa davanti alla faccia e, dopo un grido impacciato, la ragazza appena inciampata nella valigia lo ringrazia per l’appoggio: «Scusa, non me l’aspettavo! Questo traffico e questa strada sono un disastro…»
Un paio di frasi di circostanza e una stretta di mano mentre sono schiacciati tra i corpi dei loro compagni di studio: è così che Anatolij conosce Alina.
Entrambi, come tutti i passeggeri del bus, sono informati dei ritardi nell’ampliamento e nella costruzione del nuovo terminal dell’aeroporto di Sochi.
Quello vecchio, usato per decenni – prima dai funzionari di partito e poi dai nuovi ricchi russi – per venire in vacanza sul Mar Nero, è allo sfascio. La struttura è ridotta a un ammasso di lamiere riverniciate più volte, sale d’aspetto sporche e dall’aria stantia, addetti e funzionari svogliati, bagagli dimenticati sull’unico nastro sbrindellato e cartelli indicatori rigorosamente in caratteri cirillici. I bus sgangherati, che portano i passeggeri agli aerei delle varie compagnie sorte come funghi dalle ceneri della sovietica Aeroflot, si trascinano a fatica sull’asfalto sconnesso del vecchio aeroporto.
La questione dei trasporti e dell’accessibilità ai luoghi di gara è considerata uno degli aspetti più importanti per ogni nuova candidatura olimpica. Da Mosca è perciò partito l’ordine tassativo di costruire in tempi brevissimi un nuovo moderno terminal. Un progetto per il quale il Cremlino ha aperto i rubinetti a una cascata di finanziamenti mai visti prima nella regione.
Tutto questo però non è bastato alle autorità locali per arrivare preparate all’appuntamento. Il settore principale del nuovo terminal è sì stato completato, ma fino a poche settimane prima dell’arrivo dei delegati del CIO la struttura non era che un enorme padiglione di vetro e di grovigli tubolari, assolutamente vuoto.
All’arresto del bus davanti al nuovo terminal, gli studenti non credono ai loro occhi: è un via vai di veicoli, facchini, personale in divisa, agenti di polizia. Il tutto incorniciato da bandiere multicolori e pannelli pubblicitari da cui rotolano ovunque gli anelli olimpici.
Camminando verso il terminal, Anatolij ha finalmente lo spazio e il tempo per ammirare la bellezza di Alina. Non l’aveva mai incrociata nei corridoi dell’università.
Probabilmente non frequenta i corsi della facoltà di economia.
Immerso in questi pensieri non la perde d’occhio e, quando il gruppo viene accompagnato verso l’area delle partenze internazionali, cerca di non perdere il contatto con la ragazza.
Nascoste da una fila di barriere con gigantesche bandiere russe stampate alternativamente all’emblema della città di Sochi, le comparse olimpiche hanno il tempo di mangiare un panino e soprattutto l’opportunità di cambiarsi le scarpe.
«Ma ti rendi conto che farsa?» gli grida Alina, mentre si sfila gli stivali in pelle, intrisi d’acqua. Anatolij è sorpreso dal tono sfrontato della ragazza per nulla preoccupata che qualcuno la possa sentire.
«Ci fanno saltare due giorni di corsi. Ci obbligano a venire qui e addirittura ci pagano! Devono proprio essere messi male! E i delegati del Comitato olimpico? Sono veramente tutti così ingenui da bersi questa comparsata? Voglio vedere che faccia hanno quelli…»
Alina è un vulcano di parole. Grida ad alta voce quello che tutti stanno pensando e lo fa con il sorriso sulle labbra, come se stesse raccontando una barzelletta. L’interlocutore principale che ha scelto è lui: Anatolij! Non sa se esserne contento o se averne paura. Poi, nel trambusto, è già il momento della prova generale.
Mancano tre ore all’atterraggio del volo con i delegati del comitato olimpico. I registi della commedia alzano la voce per farsi sentire dagli studenti nella hall del terminal.
«Non c’è tempo da perdere! Ora vi divideremo in gruppi: alcuni saranno in partenza, altri in arrivo a Sochi. Scegliete voi di quale gruppo volete far parte e uno dei nostri responsabili vi accompagnerà nel rispettivo settore, spiegandovi cosa dovrete fare.»
Alina prende per un braccio Anatolij e trascinandolo gli sussurra: «Dai vieni! Un bel voletto a Praga, cosa ne dici?»
Dopo aver assorbito le istruzioni sulle modalità d’imbarco, sulle formalità per il check-in e per il controllo dei passaporti, il gruppo viene accompagnato nella sala d’attesa, dove riceve le spiegazioni sulla procedura di avvicinamento in bus all’aereo e sulla salita a bordo di un vecchio Tupolev parcheggiato bene in vista davanti alle scintillanti vetrate del nuovo terminal.
Concluso il giro turistico, una decina di studenti – tra cui Anatolij e Alina – sono fatti sedere nell’area di attesa per l’imbarco, saltando tutti i precedenti controlli di sicurezza. Scopo dell’operazione: dare l’impressione che le procedure d’imbarco siano in corso già da qualche tempo e seguano il normale ritmo di ogni aeroporto internazionale.
Per Anatolij è l’insperata occasione per chiacchierare ancora con quella che è diventata la sua compagna d’avventura in questa strana giornata.
Inevitabile, per non cadere nel tranello delle domande private e troppo personali, iniziare la discussione partendo dal significato delle Olimpiadi invernali a Sochi.
Alina conferma la sua indipendenza anche su quest’argomento: «Mai sentito nominare l’Osservatorio ambientale del Caucaso? È da mesi che ne faccio parte: combattiamo contro i danni ambientali che questi giochi provocherebbero alla nostra regione e al Parco nazionale del Caucaso. Lavoriamo duro. A noi sta soprattutto a cuore la questione ecologica, ma andando a fondo del progetto ogni giorno scopriamo vicende di corruzione, abusi edilizi, violazioni di leggi e giochi d’interesse pazzeschi!»
Nelle sue parole risuona l’entusiasmo sincero di chi è convinto di combattere per una giusta causa. Anatolij è affascinato dai toni e dalla passionalità delle parole di Alina, ma è anche consapevole delle enormi ricadute economiche che i giochi olimpici potrebbero avere per tutta la popolazione locale.
Mentre si sorprende a contemplare il blu profondo degli occhi della ragazza, nella testa gli frullano i termini che da mesi sente pronunciare in facoltà e che studia sui libri di testo in lingua inglese: posti di lavoro, rilancio turistico, rete di relazioni internazionali, banche estere, capitali in valuta straniera, sviluppo dell’indotto e altro ancora.
Per non stare zitto troppo a lungo e dare una mossa al suo volto inebetito dallo sguardo seducente di Alina, cerca poi di formulare in una frase questi aridi concetti economici. Non si ferma fino al momento in cui lei lo interrompe con uno sbuffo: «Questi discorsi li ho sentiti chissà quante volte! Lo so: in nome del denaro tutti siamo pronti ad abbassare la guardia e a negare l’evidenza. Ma la natura in cui viviamo che fine farà? Che cosa lasceremo in eredità ai nostri figli? Ti rendi conto?!»


continua…

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