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Prisca Agustoni
Cosa resta del bianco


Indice

Miraggio – Quasi amore
Il bosco – Prigionia – Intima città – Trincea – Lo specchio
A bed for two – Acquario – La governante – Mezzanino
Il viaggio – I gemelli – Lapso – Dall’autobus – I gigli – Il ritorno
L’amante di Schiele – La bambina e il cavallo – Il banchetto
Passione – Bésame mucho – Al parco – Il trasloco – Neve nemica
Il sospetto – Orizzonte – Aprile – I sopravvissuti – Dannazione
Le persiane verdi – La città invisibile – Cuore di bambina – Reliquia
Dante e Beatrice – Fiaba felina – Cortometraggio urbano – Natura morta
La sedia a dondolo – Intimità – Metamorfosi – La gonna e i soli
Il giro del mondo – Le notti – Stazione Centrale – In giardino – Les retrouvailles – Gli stivali – In pasticceria – I treni – Nella doccia – L’albero di Natale – L’esplosione – Gente felice – Mango maturo – Il quadro – Libertà – A tavola – Giovedì – Lo zaino – Cecità – Fiori clandestini – Il polacco
La rosa d’argento – Testamento
Note dell’autrice


Miraggio

Entrò in chiesa con compostezza. Avanzò alcuni passi, finché non ebbe incontrato l’angolo giusto per appoggiarsi. I capelli erano uno specchio nero dove i desideri altrui – questo lei lo sapeva – ululano come lupi tenuti a distanza nel bosco.
Tutti ricordavano nitidamente la giovane ragazza che accompagnava sempre la madre durante le passeggiate pomeridiane in paese, mentre i compagni d’età imparavano altri comandamenti.
Quel giorno, esattamente come accadde quando apparve per la prima volta da sola, un brivido percorse le mura e le vetrate della chiesa durante il pater nostrum. Aveva preso dieci anni in pochi giorni, dicevano, e questo insinuava, senza ostentazione, una comprensione dei disamori che alimentano i banchetti natalizi nelle più serene famiglie.
Vestita di nero, uscì dalla chiesa con il volto impassibile, protetto dalla sciarpa di lana che faceva tre giri attorno al collo. Il disegno della bocca ricordava il volo radente del gabbiano che cerca il limite tra il cielo e il lago.
Nonostante la compostezza, mentre si allontanava, il passo incerto rivelava un qualcosa di insondabile. E la neve rifletteva, assieme al candore della sua pelle, l’intimità di un volto smangiucchiato dalle bocche di uomini e donne affamati per un pezzo di carne fresca.


Quasi amore

Verranno altri incidenti, immagino. Simili, se non peggiori.
Avvicinai la mia bocca alla sua. E chiusi gli occhi, per evitare che le sue pupille immobili mi ingoiassero verso il luogo in cui si trovava.
Eseguii ogni operazione senza commettere errori, così che, in pochi minuti, tutto terminò secondo le migliori aspettative. Riuscii a dargli un po’ di quest’esistenza tremula che accompagna me. Perché lui rinvenne con qualcosa di mio ospitato nel suo corpo. L’anima, direbbero gli antichi filosofi.
In verità, la mia calma svanì esattamente a partire da quel giorno, mentre il mio fiato invadeva le sue cavità e lo riportava con forza alla vita. Ciò che rimase fu uno strano disgusto di me stesso, una visione improvvisa della condizione umana esposta senza remore né pudore, abbandonata sul ciglio della strada.
Questa scena da allora mi turba. Non tanto l’immagine del corpo disteso per terra, la spalla dolcemente girata a destra abbracciando l’aria. Ma qualcos’altro, che quel giorno s’incollò alla mia bocca e mi soffoca tutt’ora.
Gli amici cercano di calmarmi dicendomi che è normale, perché la prima volta è indimenticabile, carica di forti emozioni. Tuttavia, ben sapendo che questo è ciò che davvero voglio fare nella vita, mai e poi mai avrei immaginato che il sapore dell’altro mi avrebbe violato con un così sordo dolore, aprendo in me una voragine di sgomento. In effetti, quell’uomo ha rubato la terra sulla quale cammino. Da allora precipito senza freni nelle sue pupille.
Giorni dopo l’accaduto, pare che lui volesse incontrarmi nuovamente perché – sosteneva – aveva un grande debito da saldare. Senza dubbio aveva ragione ed io avrei dovuto essere più comprensivo. Ma lo confesso: preferisco che sia la vita a risarcirmi, se necessario.
Non accettai di rivederlo; non ero pronto e non lo sono ora. Non avrei il coraggio di sostenere lo sguardo di colui che è diventato, da allora, il fantoccio inerme e sorridente delle mie notti. E fuggo dal suo sapore come dalle peggiori epidemie.


Il bosco

La sciarpa era marrone, di questo lei era certa.
Fu in novembre, forse fine ottobre visto che il cielo lanciava i primi segnali di abbandono. Anche da questo dipendeva l’eccitazione dell’inverno. L’eccitazione dell’oscurità e dell’anonimato. L’attesa di un calore conquistato, lottando contro le avversità.
Di questo si ricordò quando vide il fiume, lo stesso che la cecità di Borges doveva amare, in ognuna delle sue identità.
La sciarpa era marrone, di seta. Si sentiva una dama in quel feticcio di bellezza femminile. Una dama a passeggio con il suo cavaliere.
“Vieni”, diceva costui, “vieni, che il cavallo è rimasto nel bosco”.
I due entrarono percorrendo il sentiero costeggiato da alti alberi nudi, le dita nude, allacciate. La semplicità della mano non si era mai mostrata così austera.
All’uscita del bosco, poco tempo dopo, lui ebbe la certezza che qualcosa di importante fosse accaduto, lì dentro, così da aprire il cuore della sua amata.
Ciò nonostante, lei non solo non gli diede la mano, ma se ne andò dalla città, non lasciando dietro di sé alcuna traccia ad eccezione del fiume indagato dagli occhi di Borges.
La sciarpa era marrone, di questo lei era certa, e forse si trovava ancora in un qualche angolo dell’armadio.


Prigionia

Eccolo qui, nuovamente.
È venuto a me, condotto dal gelo della notte.
Finge di non sapere che non ci sono, perché esiliata nel punto morto della sua memoria. E la mia invisibilità è diventata l’ossessione che lo punge come un peccato.
È venuto con pensieri agitati e un modo urgente di rivelarsi, pur sapendo che non aprirò mai la porta. La sua espressione è di quanti non dormono, stoico nel momento della resa.
Da mesi non ci incontriamo, ma la sua presenza è costante, perché è nel possibile avvenimento – il suo corpo che mi scruta da dietro la porta, in qualsiasi momento – che il rischio si trasforma in piacere.
Infine, eccolo qui, in risposta ad una richiesta fondamentale della mia preghiera, stuzzicandomi con un desiderio sorto dal silenzio. Lui sa della figura che, riflessa nell’ombra e oltre la parete, fa di me qualcuno disposto alla bellezza definitiva, un quasi tradimento senza rimorsi, a imitazione delle notti che tardano a passare e rimangono notti anche in pieno giorno.
Ascolto il suo respiro attraverso la fessura, avvicinandomi. Lo so lì, in attesa, il suo tremore ancora intoccabile che contagia il mio stomaco. Che semina formiche sulla punta delle dita. Come in quei mesi in cui la neve lo aveva condotto, per la prima volta, a me, scavando impercettibilmente la mia condanna.
I suoi capelli erano allora una brace viva, sulla quale distesi le mie allucinazioni.
Tutti e due sappiamo che non aprirò più questa porta. Per questo le sue labbra sono imperdonabili, percorrono la mia nuca, scendono sulle vertebre, le baciano una alla volta e, infine, sparpagliano petali di fiori per terra, prima di scomparire nella notte.
Se aprissi la porta, non lo lascerei più uscire dalla mia ragnatela fatta di saliva e pensieri. Mi alimenterei delle sue carezze insanguinate fino a renderle inoffensive, svuotandole come palloncini senz’aria.
Dovremmo quindi inventare un altro linguaggio per sopravvivere. Forse inizieremmo a rincorrere le parole come briciole di pane sul tappeto.
O avremmo invece tempo sufficiente per viaggiare in vagoni di seconda classe con destinazione l’oriente.
Saremmo prigionieri solamente di noi stessi.
Prigionieri solitari senza sequestratori né riscatto.
Aveva promesso di non far ritorno.
Ma eccolo, nuovamente. Immobile dietro alla porta. E adagia delicatamente il suo desiderio sul mio, copre come un lino il mio pensiero con il suo, in attesa di sentire il peso della notte, prima che questa sprofondi nella città e rimanga, forse per sempre, con quel sapore amaro in bocca di neve proibita.


Intima città

Mi ricordo della prima notte: le sirene falciavano il dolce languore del risveglio. Io mi tenevo stretta le mani perché fossero compagnia, percorrendo quella strettoia simile ai corridoi sotterranei del métro parigino che dall’angoscia conducono al sollievo. Tutta la città penetrava lentamente nel mio sonno, dalla bocca alla coda, e portava con sé una processione di visi estranei che mi spiavano senza batter ciglio. E nel sonno, sospesi i sensi, mi lasciavo trasportare.
Quella notte fui iniziata all’arte della seduzione, ai suoi riti di dannazione e purificazione.
Poi vennero altre notti e altre lingue attraversate in una ramificazione improbabile del destino, ma quella sensazione di isolamento e fascino mi accompagna come un anello infilato al dito che oramai non avrebbe senso lontano da quella mano. Allo stesso modo si mischiano e si riconoscono come famigliari, nella città, attorno al mercato a cielo aperto, arabi, ebrei, portoghesi e italiani che meditano sul prezzo delle carottes.
Da tempo ho lasciato la città. L’ho affidata agli amici perché se ne prendano cura e innaffino, di tanto in tanto, l’immaginario degli assenti. Credevo di conoscerne le tristezze travestite d’inverno, i suoi rari ed intensi slanci di gratitudine.
Tuttavia, solo oggi ricevo il suo vero messaggio, simile a quello di una vespa che punge senza darcene coscienza, lasciandomi di soppiatto una lettera senza mittente.
Un pungiglione, ben conficcato nel perno dell’età.


Trincea

I suoi passi sono rapidi, sul marciapiede, mentre il contorno del viso, leggermente di lato, mostra una bellezza da anni rinchiusa in una gabbia e dimentica del piacere della libertà. Ma da mesi, ormai, il suo corpo dà segni di esplosione in gialli e marroni, come frutta matura.
Vicino alla palazzina, si ferma.
La chiave. Dov’è la chiave? Dalla borsa ricamata esce un pollice, poi una mano veloce che impugna l’oggetto desiderato. Pochi istanti, e si trova già nella sua trincea.
I mobili sembrano ritoccati, quasi di plastica. Lei li ignora ed entra furtiva in bagno da dove esce, poco dopo, scalza. Ne esce come se alla parete del bagno non avesse appeso solo il collare di ametiste, ma il viso intero.
Dopo una breve esitazione accanto al telefono, prosegue verso la stanza dove un letto matrimoniale geme lunghi sospiri. La stanza ha sembianze di verginità.
Ciò che le interessa si trova ad un angolo della camera. Sotto la finestra, uno sgabello relativamente basso allunga le gambe in sua direzione. L’invito è una tentazione: sedersi e scrutare il delirio della carne, l’asfissia delle labbra che scivolano sull’epidermide della sera. Questa sembra essere la sua nuova vocazione, da quando si è separata e ha scelto di trasferirsi in un piccolo appartamento di fronte ad una palazzina simile a tante altre.
La persiana è un occhio che si apre e si chiude impercettibilmente.
Alla fine, come di consueto, si arrende allo sgabello e, con piglio freddo e preciso, sfilaccia a denti stretti la siluette in controluce dell’altra, quella che si è intromessa nella sua vita come un mioma nel seno. Quella là, le cui fattezze generose tessono una ragnatela che accalappia le ciglia e i desideri dell’uomo con cui lei prima condivideva l’intimità sin dalla remota gioventù. Quest’uomo, ora soltanto uno sconosciuto, s’è trasformato in un puro oggetto di piacere, quasi un vizio dietro le tende, mentre i suoi tratti familiari si sformano, poco a poco, per assumere ogni volta fattezze mutanti, sottomesse allo scrutinio puntuale e quotidiano eseguito dall’altare dello sgabello. Le nuove sembianze maschili si protendono verso tibie, cosce e clavicole sfuggenti nella semi-oscurità della finestra di fronte.
Attraverso la persiana, lei accompagna il rapimento dell’amore nell’appartamento di fronte al suo, il frutteto di dita, labbra e lenzuola a ricordarle, pur se vagamente, il sapore dei frutti generosi dei quali si era cibata per molti anni. Acerbi, purtroppo, gli ultimi tempi, e poi indigesti.
A distanza di mesi, crescono oggi nuovi frutti, ma nel giardino del vicino, mentre lei, seduta sullo sgabello come dall’alto di un faro, s’infila le unghie nel perno del cuore, nella sua polpa carnosa da dove sgorga una linfa vischiosa e gelida che sparpaglia gocce di sangue e rancore sul pavimento bianco ed asettico dell’appartamento appena ammobiliato.


Lo specchio

Era un bambino. Aveva forse un anno, due occhioni neri e grandi sul mondo. Guardava tutto, ma proprio tutto come se fosse la prima ed ultima volta.
Quel mattino, quando vide sua madre riflessa nello specchio per la prima volta, non la riconobbe. Il viso era storto, in tutto simile a quello della madre. Ma diverso, deformato, come se dietro al solito sorriso si celasse una smorfia di sdegno e rancore. Un viso poco incline all’amore.
Si girò di scatto e fissò accigliato sua madre che lo teneva amorevolmente in braccio. Le labbra rosacee erano sbocciate in un sorriso, quello di sempre. Gli occhi lo avvolgevano come un cielo terso, mentre lei gli sussurrava, la sua bocca profumata a sfiorargli l’orecchio, parole incantevoli. Sei il mio principe azzurro, il mio uccellin di bosco, la stella più luminosa del cielo…
Guardò nuovamente dentro allo specchio, fino in fondo all’immagine e rimase in attesa per un lungo momento. Poi, lentamente, tra una parola e l’altra, scorse ancora una volta lo stesso sguardo tagliente e minaccioso, quella bocca fredda e tesa come una fune. Li vide dapprima in fondo allo specchio, gli occhi, come in un buio corridoio; poi avanzarono, come a voler uscire da quella prigionia di vetro. Quando infine gli sembrò che il viso deformato della madre stesse per uscire dallo specchio per invadere lo spazio della stanza, il bambino chiuse gli occhi di getto e si lasciò andare in un pianto sconsolato.
Perché in fondo era solo un bambino e non aveva forse neanche un anno, nonostante i suoi occhioni puntati come cannoni sul mondo. E il mondo era davvero troppo grande e misterioso per lui, che lo vedeva come se fosse la prima o l’ultima volta.


A bed for two

Per incredibile che possa sembrare, non riusciva a ricordarsi in quale preciso momento si era decisa ad andare a letto con lui. Se fu il risultato di una notte di vino o se lo avesse pianificato scrupolosamente per anni, come una vendetta che si medita a sangue freddo. Si chiedeva quale movimento interiore l’avesse convinta che quella era la notte perfetta in cui una lunga amicizia si sarebbe trasformata in una scatoletta di fiammiferi, impegnati nell’ardere dopo il primo fuoco amico.
E, ancora peggio, non riusciva proprio a ricordare se la combustione ne fosse valsa la pena, nonostante quella sensazione di svegliarsi in una stanza estranea con le ceneri sotto il letto.
Si erano conosciuti durante gli anni del liceo: a quei tempi, lui faceva parte di un gruppo di teatro d’avant-garde e parlava solo di utopie. Lei era intelligente e sincera. Non aveva imparato la malizia della fuga e i capelli, lunghi e folti, nascondevano ignari l’altro viso, rimasto in agguato per anni come i denti del giudizio.
Diventarono amici.
Poi, in una curva imprevista del sentimento, laddove la complicità si alimenta di codici tacitamente condivisi, una mano sfiorò l’altra, una camicetta calamitò lo sguardo e si aprì l’abisso del corpo, le sue vene, i suoi fiumi di montagna preannunciando la piena. Lei, che era sempre rimasta ferma sulla frontiera del sorriso, quella notte si lasciò trasportare dai suoi racconti scozzesi, fiabe di cavalieri e fate, entrambi seduti per terra con le candele che consumavano storie e sguardi.
Infine e improvvisa, venne la domanda: “vuoi restare a dormire?”. Tutti quegli anni erano pronti a finire in un letto troppo stretto per due, pensò.
Mentre lo aspettava, già sotto il lenzuolo, si ricordò del primo giorno in cui lo vide, a scuola. Gli occhiali storti, lo zaino posato per terra. La prima impressione l’aveva colpita perché era come qualcuno che stesse tornando dal passato. Una sensazione familiare.
Tuttavia, nel momento in cui lui le si infilò accanto, era solo un uomo le cui fattezze disegnavano il profilo di un corpo ancora straniero, come tanti altri incrociati quotidianamente per strada.


continua…

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