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IL LADRO DI RAGAZZE
Quattro chiacchiere con l’autore
Di Stefania Briccola

Per gentile concesisone di: Como & dintorni n. 130, ottobre 2015, pp 74,75,76
www.rivistacomo.it – © Como & dintorni

Il romanzo Il ladro di ragazze, edito da Capelli, segna l’esordio narrativo di Carlo Silini, giornalista del Corriere del Ticino e vincitore del prestigioso Swiss Press Award 2015.
La storia, dagli echi manzoniani e noir, è ambientata nella prima metà del Seicento fra la Svizzera italiana e la Lombardia. Ci sono Tonio, detto Stralüsc, bizzarro garzone e servo del nobile Gorini di Lugano, Maddalena Bernasconi, o meglio la Lena, figlia del Cecco, una ragazza di Mendrisio “impossibile da accasare”, e l’inquietante Mago di Cantone che faceva rapire le donzelle del posto dai suoi briganti. Le sventurate arrivavano nel castello alle pendici del Monte San Giorgio e poi venivano imprigionate nella grotta nel bosco dove le attendeva ogni sorta di nefandezze e la morte.
Una vicenda che si snoda nel Seicento tra baliaggi a sud delle Alpi e il Ducato di Milano e che ricorda l’attualità della violenza sulle donne. La trama si dipana in un affresco grandioso e tragico di queste terre con una sottile caratterizzazione dei personaggi. La prosa scorrevole regala il piacere di una lingua viva dove non manca il dialetto.

Carlo Silini, storia e leggenda si mischiano nelle torbide vicende del mago di Cantone che imperversava nel Seicento nel Mendrisiotto. Cosa c’è di vero?
Nel 1603 il conte di Vimercate, che si chiamava Francesco Secco Borella, è stato realmente cacciato dal Ducato di Milano dall’allora governatore spagnolo Fuentes per una serie di delitti. Dalle storie di autori ottocenteschi e da ricerche recenti risulta che quest’uomo era ricercato per avere tentato di uccidere la madre, alcuni fratelli, per l’omicidio di una nobile di Vimercate, Lucia Vertemate, e per parricidio. Per questo Francesco Secco Borella fu bandito dal Ducato di Milano e trovò rifugio in Ticino, nel podere di Cantone, fra Riva San Vitale e Rancate. Nel Mendrisiotto la leggenda è nota e narra proprio di un mago che rapiva le ragazze, le portava in una grotta, le uccideva e le buttava in una pozza. Uno degli ultimi discendenti del conte Secco Borella mi ha confermato che il suo avo fu messo sotto processo per vent’anni per negromanzia nel Ducato di Milano.

Come ha lavorato sulla lingua del romanzo e sui personaggi?
Ho usato una lingua moderna, facendo anche ricorso ai repertori lessicali del Seicento e andando a vedere gli atti originali dei baliaggi. Poi ho recuperato un po’ di lingua viva che è il dialetto che non è mai morto.
Ho lavorato sui personaggi, in parte tratti dalla storia reale, attraverso i documenti d’archivio. Li ho resi funzionali alla storia immaginando come potessero intersecarsi per dar vita a questo tragico e grandioso teatro di vita e di morte seicentesca sulle nostre terre.

Ci sono aspetti d’attualità nel romanzo?
Quello che è drammaticamente attuale è la violenza sulle donna. Nel romanzo c’è un caso limite di un maniaco che abusava segretamente di giovani donne sorretto da un esercito di tagliagole. Purtroppo la realtà delle violenze domestiche sulle donne nel chiuso delle case, senza che diventino per forza dei casi di cronaca nera, è una realtà attuale e vistosa.

Com’era l’ambiente dei baliaggi del Mendrisiotto nel Seicento?
I baliaggi dell’epoca erano da un punto di vista politico-amministrativo dipendenti dai signori dei Cantoni della Svizzera interna, mentre sul fronte spirituale il territorio del Ticino era di pertinenza delle diocesi di Como e di Milano che inviavano regolarmente, a partire da San Carlo Borromeo, i loro vescovi a fare delle visite pastorali per dare indicazioni ai parroci che vivevano in uno stato di precarietà e ignoranza. Il Ticino partecipava in pieno alla Controriforma cattolica che era la risposta all’eresia luterana con l’azione di bonificare o di preservare le terre al di qua delle Alpi dall’arrivo delle idee protestanti attraverso una campagna religiosa capillare.

Ci sono curiosità che riguardano Como?
In città, nell’area della stazione ferroviaria di san Giovanni, c’era un convento raso al suolo dalle truppe napoleoniche che per secoli è stata la temutissima sede dei più occhiuti inquisitori della regione prealpina. Da lì uscirono Bernardo Rategno, Modesto Scrofeo e tanti altri che furono veramente un flagello per le streghe e gli eretici come i catari e i valdesi. Una curiosità paradossale è che, verso il terzo e quarto decennio del Seicento, gli inquisitori comaschi erano i maggiori difensori delle streghe rispetto ai signori laici svizzeri.

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