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Un’improbabile cacciatrice d’indizi
Lettere misteriose
di Chiara Pelossi Angelucci


Io e te siamo una sola cosa: non posso farti male senza ferirmi.
Mahatma Gandhi


Indice

Prologo
Chi l’avrebbe mai detto!
Prime impressioni
Lettere infamanti
Le due facce dell’agenzia
La prima cliente
In missione
Team investigativo
Uno strano caso
Aggressione
Il campo santo
Gala
Una lunga domenica
La sparizione
Uno strano personaggio
Appuntamento con sorpresa
La controfigura
Partners
A caccia di indizi
Un finale col botto
Epilogo
Ringraziamenti


Prologo

La notte è fredda, umida e sgradevole sulla mia pelle.
Scappare non è mai stato il mio forte. Corro troppo piano e già dopo qualche metro di scatto la milza traditrice si fa sentire, reclamando attenzione come un neonato viziato. Questa volta però non posso assolutamente prestarle attenzione, che scoppi pure!
Un mastino con lo sguardo spietato mi sta inseguendo con la bava alla bocca e i denti in bella mostra.
“Almeno per lui potrei essere un bocconcino prelibato” penso sterzando verso destra nel disperato tentativo di portarmi in salvo in un giardino privato. I dolori che provo correndo come solo Bolt alle olimpiadi mi fanno accarezzare l’idea di fermarmi e lasciarmi sbranare.
Quelli che scelgono la corsa come sport per rilassarsi proprio non li capisco: sudore, battiti alle stelle, crampi e tutine improponibili con accostamenti di colore che neanche un daltonico… Meglio far finta di andare in palestra: fra dolori pre-mestruo, mestruo e post-mestruo puoi mancare giustificata quasi tre settimane al mese.
Spingo con tutte le mie forze ma non cede. Il cancello che avrebbe dovuto salvarmi è chiuso. Non mi perdo d’animo: ruoto su me stessa come Chuck Norris per affrontare la belva che emette suoni sempre più inquietanti.
«Santo cielo! Così ti rovinerai le corde vocali cagnetto bello» gli dico imitando la voce di mia madre quando tenta di essere gentile.
Non si calma. Come biasimarlo, anche su di me non ha mai sortito alcun effetto.
Mi metto in posizione da lottatore di sumo e aspetto che si faccia avanti. Ci guardiamo in cagnesco. Dopo averlo pensato mi viene da ridere. Immagino la scena dall’alto e sarei tentata di fare una telecronaca diretta, giusto per scacciare un po’ d’ansia che però, proprio come fanno i giochi magnetici, torna diligentemente al suo posto.
Il malvagio quadrupede avanza famelico fra ringhi e schizzi di saliva, apro le mani e inizio ad avere qualche dubbio sul fatto che la sfida frontale sia la scelta giusta. Mica sono Rocky, tantomeno una sussurratrice canina, ma soprattutto le avrò tre vite come Mario Bros?
Da lontano mi sembra di sentire qualcuno gridare il mio nome, forse sono salva!
Rispondo urlando: «Sono qui, aiuto!»
Un forte rumore di legno percosso si inserisce nella scena.
«Sono qui, aiutooooo!» grido nuovamente, sperando che il mio salvatore sia un prode eroe, se possibile biondo e vestito di azzurro, pronto a sacrificarsi per me.
«Ilde, apri subito!»
“Apri?” ripeto mentalmente.
Vuoi dire che il cancello è effettivamente aperto e ho spinto dalla parte sbagliata? Come faccio a girarmi ora che Cujo vuole giocare alla Prova del Cuoco con me? Lo distraggo agitando le braccia verso destra per poi tuffarmi, con uno slancio pari a quello di un grasso e grosso bradipo, addosso alla cancellata che cede sotto il mio peso frantumandosi e riportandomi alla realtà. Strofino gli occhi con il cuore ormai ai tempi supplementari.
«Dove sono?» Non voglio essere come Alice nel paese delle meraviglie, quel posto era orripilante e popolato di personaggi paurosi e meschini.
«Ilde, svegliati. Apri!»
Un ordine perentorio mi fa scendere dal letto, sudata e stropicciata. Chi mi disturba mentre sto per sconfiggere un cane enorme, affetto da rabbia (lo aggiungo al volo), affamato e cattivo?
Lancio uno sguardo all’orologio, sono le tre di notte.
Con fatica mi dirigo all’entrata, odio essere svegliata di soprassalto. Sbircio dallo spioncino con una latente sensazione di nausea e qualche stellina che orbita davanti agli occhi. Zia Angela è davanti alla porta con lo sguardo stralunato. Mi pizzico una guancia sperando di non aver surfato da un sogno all’altro.
«Zia? Che ci fai qui?» chiedo perplessa aprendo la porta.
«È sparito!» risponde lei agitata, stringendo la borsetta al petto.
“Sì, mi sono accorta anch’io che è sparito, ma non credo stia parlando del mio inseguitore” penso smettendo finalmente di sudare.
«Chi diavolo è sparito?» Incuriosita cerco di scacciare gli ultimi scampoli di sonno.
«È sparito!» ripete lei, ora con gli occhi fissi su di me.
Per fortuna l’ora delle streghe e dei vampiri è passata da un pezzo, sennò inizierei a preoccuparmi.
«Ok, fin qui ci siamo. Vai avanti. Perché sei venuta qui? Tuo marito ha un’agenzia di sicurezza… chi meglio di lui!?»
La zia scoppia a piangere.
«Santo cielo! Entra.»
Mi sposto di lato, ho l’impressione di essere davanti a un sudoku troppo difficile. La faccio accomodare sul divano e la sprono a raccontarmi tutto con calma.


Chi l’avrebbe mai detto!

«Trucco sì o trucco no?» chiedo alla mia immagine riflessa sopra al lavandino. Questo specchio è traditore, un po’ come quello di Biancaneve, ma al posto di proclamarmi reginetta di bellezza continua a far spuntare rughe e macchie dove non dovrebbero stare. La matrigna con me non avrebbe di certo avuto bisogno di assoldare un cacciatore. A parte non farle concorrenza, l’avrei anche facilmente steso con il mio gancio sinistro. Essere piccole e tarchiate a volte aiuta, non devi portarti lo spray al peperoncino, tanto nessuno cercherà di importunarti.
Da ragazzina risparmiavo ogni centesimo sognando di farmi allungare gli stinchi e affinare i fianchi. Mi immaginavo risorgere dalla sala operatoria con il chirurgo estetico entusiasta che assestava pacche complici sul mio nuovo sedere formato small. Purtroppo non ho mai raggiunto la cifra. A quattordici anni, stufa di essere quella che correva appresso alle amiche, con il bottino accumulato mi sono comprata il “Ciao”. Gambe corte, motore veloce!
Che dire invece della mia “casa dolce casa”? Un due locali in centro, vista sulla cucina dei vicini, situato lontano, lontanissimo da casa dei miei. Dopo i venticinque l’incessante «trovati un lavoro sicuro» di papà mi ha logorato i nervi e ho creduto fosse ora di spiccare il volo. Ho sbattuto le ali al massimo per non cadere troppo vicino al nido. Ben cinque chilometri ci dividono: loro in campagna, io in città, da ormai dieci anni.
Il palazzo dove vivo è popolato da inquilini del tipo “non vedo, non sento, non parlo”. Nella tromba delle scale c’è quotidianamente odore di cibo e sudore, le porte sono fragili e i muri tanto sottili da sembrare la risposta alle preghiere di una pettegola di quartiere. A dispetto di quello che si potrebbe pensare ho instaurato buoni rapporti con il vicinato e sono perfino riuscita a fare qualche amicizia. La discrezione, nonché la difficoltà a ricordare i nomi delle persone, mi hanno resa simpatica e rispettata.
«Olà Chica, batti il cinco! Oggi grande giorno, stasera tacos da me?» chiede Carmen, la dirimpettaia, mentre esco di casa.
Messicana, alta quanto una scimmia cappuccino, con i piedi altrettanto piccoli, è la mia migliore amica da quando vivo qui. A volte mi chiedo come riescano quei due cosini a garantirle la posizione eretta. Quando c’è vento mi aspetto di vederla finire a terra e poi rialzarsi di botto come i pupazzetti “sempre in piedi”. A fine mese, nel momento in cui il bancomat diventa traditore, sfoderiamo un tozzo di pane l’una per l’altra. Durante una riunione a base di corn flakes e latte annacquato ci siamo rese conto che la zitellitudine stava per bussare alle nostre porte.
Dopo qualche battuta di caccia e troppe birre abbiamo provato a stilare una lista dei papabili, senza però ottenere alcun risultato eclatante. Prese dallo sconforto abbiamo deciso di iscriverci a un sito di incontri per single laureati. Né io né lei lo siamo, ma in fondo, mentre io diventavo una psicologa e lei una dentista, ci siamo ripetute che vale molto di più l’esperienza di vita che un altisonante pezzo di carta stampata, scritta magari in una lingua morta. Affronteremo il problema “cum laude” se e quando si presenterà, non credo proprio che qualcuno voglia farci risolvere un’equazione al primo appuntamento o discorrere amabilmente sulla teoria della relatività. Se proprio dovesse succedere ci si potrà giocare il jolly della lobotomia. Io ho una bella cicatrice ricordo di una spettacolare caduta in bicicletta che potrebbe avvalorare la mia tesi, per Carmen proprio non saprei.

*     *     *

La preferita di zio? Chi l’avrebbe mai detto! Io che rifuggo la famiglia al pari di una gazzella invitata a Leolandia mai avrei immaginato di ricevere in eredità l’agenzia di sicurezza “Porri & Co.”. D’accordo, ho capacità che gli altri non si spiegano: vinco sempre a Scarabeo e mi diletto con la lettura dei tarocchi, ma a parte questo non vedo altre lampanti attitudini… o forse sì?
In realtà zio non aveva eredi e mamma ha rinunciato all’incarico.
Dall’avvocato, alla lettura del testamento, non volava una mosca. Zia Angela, i miei genitori e io tutti affranti dall’inaspettata quanto strana sparizione di zio Nello che, a detta della moglie, era uscito per una nuotata al lago senza lasciare tracce. I suoi abiti e gli effetti personali abbandonati a riva erano stati ritrovati da un passante. Dopo alcuni mesi di inutili ricerche, appelli a “Chi l’ha visto”, qualche segnalazione farlocca da Forlì e Venezia è stato chiaro a tutti che non avrebbe più fatto ritorno al focolare. Zio soffriva di problemi cardiaci e, presumibilmente, a farlo andare a fondo con i pesci abissali erano state le cotolette di maiale e le salsicce che ogni mercoledì a pranzo comparivano alla sua tavola. Zia Angela, fervente sostenitrice di una dieta perpetua, tutte le settimane gli propinava lo stesso menù dal matrimonio.
Per fortuna nella camera ardente non ci sono state attese impacciate condite dalle solite frasi di circostanza, del tipo «Guarda che sorriso sereno» o «Adesso è in pace», che non rientrano decisamente nella top ten delle mie frasi preferite. Il funerale aveva una nota stonata: la mancanza della salma. Senza corpo da salutare, zio Nello non ha messo davvero la parola fine alla sua vita. Le persone si guardavano intorno in attesa che spuntasse da dietro l’angolo. La bara piena di vecchi vestiti e cianfrusaglie – zia Angela è sempre stata una donna pragmatica – e bruciata sulle note di una tarantella ha riempito un contenitore con tante ceneri che nemmeno il falò di ferragosto. Lei le ha disperse senza tanti piagnistei fuori dal finestrino tornando a casa.
Credo si amassero, a modo loro.

*     *     *

Oggi è il grande giorno, riceverò ufficialmente le chiavi dell’agenzia. L’avvocato mi sta aspettando davanti alla porta con zia Angela. Ci sono anche i miei genitori e la tentazione di darmela a gambe è forte, ma non ci farei una bella figura, così sorrido amabile e incedo insicura fino a loro. Sembra il tribunale dell’Inquisizione al completo. Non vedo la croce, l’avranno nascosta da qualche parte?
«Buongiorno signorina, ben arrivata» mi accoglie l’avvocato tendendo la mano.
«Buongiorno, scusate il ritardo, non partiva il motorino.»
«Questa la sento da quando hai quattordici anni» bofonchia mamma.
Nessuno meglio di lei riesce a risvegliare in me la sensazione del gesso che stride sulla lavagna e che si manifesta in un’istantanea restrizione delle gengive.
«Ora sono qui, entriamo?» chiedo emozionata.
L’avvocato fa strada.
Da piccola non venivo spesso a trovare lo zio al lavoro e negli ultimi tempi anche meno per essere sincera, però l’odore di cuoio misto a quello dei resti di cibo rancido risvegliano immediatamente dei ricordi. Lo zio cicciottello seduto dietro una grande scrivania che mi porge un distintivo, i suoi aiutanti che mi regalano caramelle e la segretaria dalle dita ossute che sbuffa per essere stata interrotta e si gira dall’altra parte. Chissà se sono ancora qui? Erano già tutti vecchi una vita fa.
«L’organico dell’agenzia di sicurezza è composto da due nuovi agenti. La segretaria e il vecchio team sono andati in pensione» dice l’avvocato accompagnandoci nell’ufficio che ricordavo più grande.
«Mi servirà un’altra segretaria?» chiedo e mi siedo al posto d’onore seguendo il suo invito.
«In questo momento le serviranno più che altro nuovi clienti, la contabilità parla chiaro. Di cosa si occupava esattamente prima d’ora?»
«Faceva le consegne per un fiorista» sibila mamma con il solito veleno.
Lei avrebbe voluto vedermi volteggiare alla Scala di Milano, leggiadra come una piuma sospinta dal dolce vento della vocazione e non ha mai digerito di aver partorito una figlia dai legamenti corti e il baricentro basso. Per anni mi sono applicata, ma con la scarsa apertura di gambe e l’ossatura pesante non mi avrebbero nemmeno permesso di fare un topo dello Schiaccianoci. Stesso discorso per l’hip hop, considerata la mia flessibilità da Playmobil.
«Gira così male avvocato?» chiede zia che con i soldi dell’assicurazione sulla vita del marito se la passerà piuttosto bene.
«Diciamo che ci sono stati tempi migliori, ma ritorneranno, ne sono certo!» risponde lui con enfasi.
Alla presenza di tutti mi elenca gli attuali clienti e gli incarichi che quotidianamente vengono svolti, l’utilizzo del mazzo di chiavi, nonché le istruzioni di un complicato sistema di allarme a troppe cifre.
Alle otto e mezza arrivano due uomini in divisa. Sono emozionata, dovrò essere autorevole e non autoritaria, l’ho letto da qualche parte e Carmen ne fa un gran parlare. Non ho ben capito la differenza, ma stasera sono sicura che Google saprà illuminarmi.
«Ragazzi, lei è la nuova titolare: Ilde» mi presenta l’avvocato.
«Piacere» dico intimorita.
Gli uomini in divisa mi hanno sempre fatto uno strano effetto all’altezza dello stomaco, sento l’inusuale impulso a mettere le mani sopra la testa e a divaricare le gambe, proprio come accade nei film polizieschi.
Porgo la mano a caso, non voglio fare preferenze il primo giorno. Il più alto dei due l’afferra in una salda presa, esordendo con: «Io mi chiamo Walter e l’uomo nero qui è Beck».
Ha la gomma in bocca e mentre parla non smette un attimo di masticarla. Il collega di colore assomiglia vagamente a un piccolo barboncino, ha i capelli ricci e folti, le orecchie grandi e un sorriso sincero. Mi ispira subito simpatia, mentre questa specie di cugino pelato di Hulk ancora mi fissa quasi volesse beccarmi a sottrarre una spillatrice, è fastidioso come spine di fichi d’india deliziosamente infilati nei polpastrelli.


Prime impressioni

«Non credevo fosse così noioso essere il capo» esordisco quando Carmen apre la porta di casa sua alle sette e mezza.
Mi accomodo al tavolo della cucina e la guardo armeggiare con le padelle. Il profumo è paradisiaco, Carmen è un’ottima cuoca e sono sempre felice di gustare le sue prelibatezze.
«Noioso? Che hai fatto, te ne sei stata seduta tutto il giorno dietro alla scrivania a firmare lettere? Io i miei diecimila passi quotidiani li ho superati alla grande. Guarda che piedi gonfi» risponde indicando due polpette che spuntano timide sotto i polpacci ben torniti.
«Almeno hai fatto qualcosa di socialmente utile» ribatto agguantando un pezzo di peperone sfuggito alla ricetta.
«Sì, come no! Oggi ne sono morti due.»
Carmen è infermiera all’ospedale, lavora nel reparto cure palliative con l’accesso privilegiato alla camera ardente.
«Per colpa tua?» chiedo scherzosa facendomi qualche segno di scongiuro.
«Magari, se potessi butterei tutte le pastiglie nel gabinetto, quella roba li fa morire prima. Ricordalo!» sussurra.
«Hai di nuovo guardato qualche video complottista su YouTube? Cos’era stavolta? “Cospirazione contro l’umanità” oppure “Tutto quello che nessuno vi ha mai detto sulla tachipirina”?»
«Sciocca, scherza pure finché puoi e non preoccuparti… Allora, com’è questa agenzia?»
«In verità quando fai così mi spavento. Hai prenotato un posto sull’astronave della salvezza, quella che ci porterà su un pianeta vergine e privo di malattie, vero?» rispondo ignorando la domanda.
«Solo a nome mio, chica!» Scoppia a ridere e inizia a servire la cena. «Dai, racconta, non farti pregare» rilancia poi addentando un tacos che scoppia di farcitura.
Per iniziare le descrivo l’agenzia: due locali, uno è l’ufficio di zio e l’altro un openspace che comprende l’atrio, due scrivanie e qualche armadio. Il gabinetto necessita urgenti restauri e l’unica cosa che si avvicini a una cucina è una macchinetta del caffè Nespresso che sento mi darà tante soddisfazioni. Le parlo anche dei due agenti, brevemente perché dopo il primo incontro sono usciti senza più rientrare.
«Che genere di uniforme indossano?» chiede interessata.
«Nera con gli anfibi e una specie di cintura.»
«Hanno la pistola o il teaser?»
«Bella domanda, non lo so.»
«Come, non li hai perquisiti? Lo sai che è un tuo diritto, boss. Avrebbero potuto spararti e prendersi l’agenzia» fa lei con evidente sarcasmo.
«Molto divertente, se continui così dovrò metterti un imbuto e riempirti di pastiglie. Per ora mi sono limitata a dare un’occhiata alla contabilità senza trovare nulla di interessante. Un contratto di sorveglianza con il centro commerciale, un altro con una discoteca solo per il venerdì e il sabato sera, qualche richiesta come ausiliari per le multe e poco altro. Qualcosa mi dice che non diventerò ricca, forse avrei fatto meglio a tenermi anche l’altro lavoro. Mi chiedo come facesse zio a pagare due persone, ma soprattutto come potesse condurre uno stile di vita più che agiato» dico sconsolata e pensierosa.
«Nel mio paese abbiamo due metodi per risollevarci.»
«Sarebbero?»
«O ti metti a fare il corriere della droga o contrabbandi persone negli Stati Uniti. Da qui però la vedo dura…» conclude lei con una fragorosa risata.

*     *     *

Il secondo giorno è migliore del primo. Senza terze persone fra i piedi a dirmi cosa devo e non devo fare, mi sento decisamente più a mio agio.
Apro la porta dell’ufficio e corro verso l’allarme. L’avvocato ha detto che ho almeno un minuto prima che inizi a ululare, ma non conoscendo ancora il vicinato preferisco essere prudente. Digito la combinazione che ho fotografato ieri con il cellulare. Per praticità l’ho impostata come sfondo, nessuno potrebbe immaginare a cosa servono quei numeri. Appoggio la borsa sulla scrivania di uno degli agenti e metto un po’ di musica sull’Ipod. Non sono una fan del silenzio. Per essere in sintonia con l’ambiente mi sono vestita in nero, un paio di fuseaux, una t-shirt extra large e un cardigan di lana. Sono solo le sette e mezza, ho più di un’ora prima che arrivino gli altri.
Carmen ha detto ieri sera che un bravo capo è colui che conosce le necessità del suo team prima ancora che gliele comunichino. Ho riflettuto a lungo su cosa avrei potuto fare e ho deciso di ispezionare le loro scrivanie, solo per conoscerli meglio. Non faccio in tempo ad aprire il primo cassetto che Nespresso, la mia nuova migliore collega, mi ammalia dal suo angolo. Pigio il tasto di accensione. Mentre scalda l’acqua recupero la borsa e la porto nel mio ufficio.
«Buongiorno, trovato qualcosa di interessante?» chiede un uomo seduto dietro alla scrivania con le braccia conserte e lo sguardo attento.
Mi spavento e scappo verso la porta scagliandogli addosso la borsa. Credevo fosse un quartiere tranquillo, ma forse mi sbagliavo.
«Prenda pure i soldi e la carta di credito!» urlo con il cuore che martella la cassa toracica quasi volesse prendere il volo.
Il tizio si alza e mi viene dietro, sono quasi alla porta quando mi sento afferrare per un braccio. Presa alla sprovvista chiudo gli occhi e inizio a tirare calci e pugni, da qualche parte lo colpirò. Forse non in una parte vitale, ma almeno quel tanto da immobilizzarlo per qualche secondo e darmela di nuovo a gambe.
«Ehi ferma, così sei pericolosa! Se non la smetti dovrò immobilizzarti! Non sono qui per farti del male.»
Non lo ascolto e fuggo impaurita innestando il meccanismo contorto che conservo dall’età infantile: non gridare aiuto, ma cantare. Non grandi canzoni, solo filastrocche senza parole, giusto per non “sentire”. Il perché mi rifiuti più semplicemente di urlare “al ladro” o “aiuto” resta un nodo ancora da sciogliere. Lo psicologo dove mi hanno trascinato i miei sosteneva fosse il mio stravagante modo per fuggire dalla realtà: occupando i sensi e chiudendomi in me stessa credevo così di essere al sicuro. Lo faccio anche oggi, quando qualcosa non mi piace o desidero estraniarmi canto, e a volte anche bene, perbacco!
Il tale smette di trattenermi e ne approfitto per uscire in strada. Sconvolta mi chiedo il perché di tanta reattività. Saranno stati i racconti di Carmen e di quel suo cugino naturalista rapito in Patagonia a impressionarmi?
«Che bella voce hai ragazza mia, dovresti unirti al nostro coro. Siamo sempre alla ricerca di gente giovane» dice una suora alta e magra con una grossa scopa di saggina in mano che incontro mentre corro via.
Non mi sono resa conto di canticchiare ad alto volume.
«Ha visto anche lei l’uomo che mi inseguiva?» le chiedo trafelata cercando di calmarmi.
«Quale uomo cara, Don Gino?» risponde guardandosi intorno.
«Com’è fatto Don Gino?»
«È un gran bell’uomo sai, non più di primo pelo ma affascinante a modo suo.»
Alza gli occhi al cielo e sussurra qualcosa.
«No, il mio era giovane, più sulla quarantina, brizzolato.»
«Mi spiace, non ho notato nessuno. Sei nuova di questo quartiere, non ti ho mai vista.»
Vorrei andarmene per non rischiare di essere riacciuffata dal lestofante, ma essere sgarbata con chi porta la parola di Dio in Terra è peccato e così, per almeno dieci minuti, discorro amabilmente con la suora che scopro chiamarsi Ignazia. Questo lasso di tempo mi aiuta a rimettere il cuore in carreggiata e a relativizzare l’accaduto.
«Vieni qualche volta alla nostra mensa, gli anziani amano stare con i giovani.»
«Ci verrò di sicuro, ora però è meglio che torni al lavoro.»
Lei mi saluta rimettendosi a spazzare il pavimento allegramente.
Sbircio all’interno con circospezione. Avrei dovuto farmi prestare la scopa, perché non ci ho pensato?
«Ehilà, c’è qualcuno?» chiedo dall’ingresso.
Suor Ignazia si gira e mi saluta con la mano aggiungendo un «Ehilà, ci sono io!» con la voce di Mary Poppins.
Le rendo il saluto e sparisco all’interno.
Ora che sono più lucida penso al mio potente gancio sinistro e decido di affrontare la situazione di petto: marcio dritta verso il mio ufficio che trovo però vuoto. La borsa è appoggiata sulla scrivania e dopo averla ispezionata vedo che non manca nulla. Sospiro e continuo con il controllo: le finestre sono tutte chiuse e il bagno è vuoto. Mi rilasso un po’ e decido che è proprio ora di quel caffè. Fra breve arriveranno gli altri e allora sarò veramente al sicuro.
Nespresso è pronta, posiziono la tazzina e cerco la capsula. Ero certa ce ne fosse ancora una, l’ho vista quando ho acceso la macchina.
Apro il caricatore e sento il tipico cloc di quando la capsula usata viene scaricata. Si sprigiona profumo di caffè e qualcuno mi fa toc toc sulla spalla. Faccio una giravolta ed eccolo lì il mio uomo con una tazzina fumante in mano. Fulmineo mi mette una mano sulla bocca e parla scandendo bene le parole:
«Stai calma, non voglio farti del male. Se ti lascio prometti di ascoltare?»
Muovo la testa su e giù annuendo.

*     *     *

«Che ti ha detto dopo? Ripetimelo.»
Non mi ero mai resa conto che zia Angela fosse così distratta prima di oggi. Sto ripetendo le stesse cose da almeno cinque minuti.
«Ha detto che si chiama Alan, che collaborava con zio ai casi speciali. Ne sai qualcosa?»
«Figurati, io e Nello non parlavamo più di lavoro da quando, beh, lo sai.»
«Non so un bel niente!»
«Non fare la finta tonta con me, tua madre te l’avrà raccontato di sicuro.»
Che io abbia sviluppato un udito selettivo è una cosa appurata, quando parlano i miei non li sento nemmeno più. Soprattutto papà che quando vuole fare il brillante ti si indirizza come la Settimana Enigmistica: «Tre verticale, lo è chi non toglie la parola». Immancabilmente mamma risponde «Educato» mentre io tento di ingoiare la lingua per essere portata via dall’ambulanza fingendo una crisi epilettica.
Non so da cosa derivi questa tensione verso i miei genitori, non ho vissuto un’infanzia di privazioni, non sono mai stata picchiata né rinchiusa in cantina per essermi comportata male. Ho iniziato la fase di rigetto a tredici anni e ci sono ancora invischiata. Forse, la costante disillusione delle loro aspettative mi ha messo un pochino sulla difensiva, niente di più.
«Zia, non so niente. Cosa avrebbe…?»
«Nello faceva lo zelante con la segretaria, poi però la poverina ha avuto un infarto e le cose si sono sistemate» spiega lei con finta compassione.
«Mi dispiace.»
«Per chi? Per lei? Si è salvata sai, ora è diventata monaca» aggiunge con malcelata ironia.
«Monaca? Sai in che convento è ospitata?»
«Che te ne frega? Comunque io questo Alan non lo conosco, probabilmente è uno svitato. Ora devo lasciarti, ho la pedicure alle nove.»
Rimugino sulla telefonata. Che Suor Ignazia sia l’ex amante di zio? Non può essere, l’avrei riconosciuta, oppure no? In fondo ero solo una bambina quando lei lavorava qui.


continua…

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One thought on “Estratto: Un’improbabile cacciatrice d’indizi

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