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Di armadilli e charango… di Maria Rosaria Valentini


Indice

Premessa dell’autrice
Breve biografia di un pioppo
Preghiera per Nicolina
La camicia di fustagno
La montagna di Pietro
42 F 6
Ab hoste maligno defende me
Una comare e una tía
No te metas!
Un rondone a punto croce
Un orecchio per Branka-Franka
L’orrore non indossa altri nomi
È giugno oramai
Postfazione di Nelly Valsangiacomo
Note


Ringrazio tutti coloro che spontaneamente mi hanno proposto esperienze personali o fatti strettamente legati alle proprie famiglie.

Ringrazio, inoltre, Nelly Valsangiacomo, Domenico Bonini, Carlos Vitale, Domenico Iaconelli, Lucia Tomasso e Gabriele Capelli.


Premessa dell’autrice

Io sono nata in un posto dove non c’era proprio niente da fare. La gente parlava soltanto: di sé, degli altri, dei vivi, dei morti. Un esercizio praticato per consolarsi e sopravvivere attraverso il vigore della parola; per marciare oltre la noia, oltre i difetti della memoria, oltre l’assurdo del reale.
Ho ascoltato storie infinite nell’ingenuità della mia infanzia.
E da allora ho imparato a conservare, nelle tasche del mio quotidiano, frammenti di vita altrui che inseriti in una giusta cornice rivelano sempre una straordinaria chiarezza.
Chi narra – negli intarsi preziosi dell’oralità – difende e garantisce la propria presenza, condivide con l’ascoltatore appetiti e digiuni, sprigiona sogni da sgangherati cassetti offrendoli a chi ne vuole.
I racconti che compongono questa raccolta hanno bussato alla mia porta: li ho riuniti senza un criterio prestabilito, rispondendo unicamente al loro richiamo.
La successione di eventi, che spazia dall’epoca del brigantaggio alle vicende del Ruanda, non intende interpretare fatti né giudicare persone.
I confini ristretti di queste pagine non intrecciano documenti, ma semplicemente accolgono episodi dell’umana esistenza: spicchi di antiche sofferenze, tarli che replicano nel presente smarrimento e sgomento.
Nulla di nuovo, dunque.
Si tratta – qui – di storie “comuni”, simili a molte altre, finite nel mio inchiostro quasi per caso.
Scriverle, seguendo il flusso della loro corrente, mi è parso tuttavia necessario.


C’è una paura che le cose muoiano
che nel tempo che è detta la parola s’estingua che l’urlo rimanga senza eco.1

Alessandro Parronchi, Replay


Breve biografia di un pioppo

Un pioppo è un pioppo. Niente da aggiungere. È un albero con il suo tronco e le radici e le foglie e certi strani frutti a forma di capsula.
Ce n’è uno piantato in un fosso, sotto il balcone di casa. È talmente grande da coprire la vista della valle. Il torrente che gli scorre accanto offre l’umidità e la frescura di cui ha bisogno.
Certe volte vorrei convincere gli altri inquilini a segarlo, abbatterlo, deporlo a terra. Così mi si aprirebbe l’orizzonte, vedrei giù giù fino all’ultimo villaggio e a sera il panorama sarebbe uno spettacolo: tutto illuminato come un presepe a Natale.
Sì, insomma, ho considerato molte volte che far fuori il pioppo potrebbe essere un’idea niente male. Ma tutte quelle volte che ci ho pensato ho fatto dietrofront subito dopo. Mi dispiace per Galeazzo. È un vecchio oramai e neanche tanto in forma. Ogni volta che mi vede mi blocca per raccontare, come se stesse per rivelarmi l’ultima novità, che quel pioppo fu lui a piantarlo. Era quasi un ragazzo nel 1946. Il paese distrutto, le case sbriciolate come pane secco, le strade sventrate, gli orti abbandonati, i forni mesti, le donne in nero, i bambini con il moccio al naso e le teste rasate, gli anziani annegati nella rabbia.
Lui, Galeazzo, ne aveva viste di tutti i colori.
Un giorno camminava lungo il ciglio di un viottolo spiando i suoi passi nella speranza di raccattare da terra qualcosa di interessante, magari riciclabile, trasformabile o perfino commestibile. Ma non c’era proprio niente in giro, neanche un ragno da torturare un po’, neanche una lucertola frettolosa cui mozzare la coda con una pietra appuntita e tagliente.
Niente di niente.
Ma chi aveva ordinato quella carestia?
Poi, a un tratto, davanti ai suoi piedi si presentò un ramoscello flebile e magro con un paio di peduncoli filamentosi, ecco dunque la trovata! Provare a piantare quel ramo non costava granché e valeva la pena tentare, forse di lì a poco avrebbe dato dei frutti: mele o pere, o pesche o forse solo prugne; ma, insomma, qualcosa avrebbe pur fatto quel ramo!
Si mise così a scavare con le mani, a casaccio, vicino a un fosso. Più andava in profondità più le mani diventavano umide e la terra si rivelava odorosa; l’erba sapeva ancora di erba e la terra di terra.
Si sentiva nervoso, agitato, gli sembrava di mettere in atto un progetto pericoloso e segreto.
Sudava. Strattonò la piantina nella buca e la seppellì con la mano destra, veloce e prepotente, mentre con la sinistra sosteneva, deciso, l’esile fusto; poi, con uno zeppo e qualche pietra, completò l’operazione.
E si allontanò di corsa, sperando di non essere stato visto da nessuno, sentendosi addosso quasi un senso di colpa, pensando di aver fatto qualcosa di inopportuno, se non addirittura di proibito.
La sera rimase taciturno e scontroso. Di notte, raggomitolato sulla rete gracchiante del letto, calciò contro i piedi di suo fratello, quasi a volergli trasmettere quel peso che aveva sullo stomaco, ma suo fratello russava e si impossessava della logora coperta che toccava loro spartirsi.
Quando arrivò il mattino fu una liberazione. Galeazzo schizzò sotto il naso di sua madre per tornarsene al fosso. La pianta non era morta, anzi pareva stesse meglio, ancora un po’ ciondolante, ma sembrava avesse energia. Fu così che si innescò il rito delle visite mattutine per controllare lo stato della pianticella che, ben presto, si tenne in piedi, rifiutando qualsiasi stampella, ritta e fiera.
Galeazzo non credeva ai suoi occhi ed era orgoglioso di avere un futuro albero di sua proprietà, che gli avrebbe dato della frutta che più tardi avrebbe potuto vendere incassando, finalmente, qualche soldo.
Il tempo fece i suoi giri, ma il pioppo, alto e forzuto, non portò altro se non quelle capsule fibrose che non facevano gola neppure ai maiali, maledizione! L’albero ricevette tutte le bestemmie che Galeazzo sapeva, messe in fila l’una dietro l’altra, in processione. Ma un pioppo è un pioppo.
Galeazzo lo capì solo col passare degli anni trasformando quel profondo risentimento in rispetto e devozione. Il pioppo divenne totem. I rami e le radici e il tronco raccolsero tutti i pensieri del ragazzo che si faceva uomo.
E Galeazzo non si è stufato, fa tuttora visita all’albero che è un gigante ormai; si accomoda ai suoi piedi, sulla terra umida per goderne la frescura carezzando piano la corteccia grigiastra, giocherellando con le foglie verdi e gialle, tremule, cuoriformi. Se ne sta lì per ore: medita, prega, parte… certe volte si rannicchia portandosi la testa fra le gambe, sembra una enorme palla che respira. Nessuno gli parla, nessuno lo disturba quando fa la palla.
Ciascuno sa.
Galeazzo è capace di restare lì – solo e immobile – ma se per caso annusa la mia presenza, allora molla tutto e viene da me ricominciando, per filo e per segno, con la storia del pioppo e, quando ha finito con quella, continua a parlarmi dei tempi di guerra, della paura, della gente che ha visto morire quando era un bambino. E intanto gli tremano le mani e sussulta a ogni rumore inconsueto.
Io ascolto impotente.
Ecco allora apparire dal nulla la zia di Galeazzo: a brandelli, su una carriola, riportata ai suoi familiari come avanzo, resto; le gambe da una parte, il tronco dall’altra.
Ecco le marce da sfollati per cercare rifugio dove rifugio non poteva essere. Ecco i tedeschi, ora privi di ogni pietà e ora poveri cristi allo sbando. Ecco la madre di Galeazzo scomparire in un urlo ancora nitido nell’onda di un’eco che rimbalza contro ogni ostacolo.
E poi… tornano le imprecazioni di un uomo che sa di morire di una morte lenta. Il sangue non si ferma, il braccio a metà, il ventre bucato. Non un cencio di medico. L’aiuto di chi gli è capitato accanto non basta e allora la gente si fa pubblico e assiste alla sua agonia mentre il ferito se la prende con Dio, con la Madonna, con i Santi del Paradiso. Galeazzo è un bambino e sta lì, anche lui attonito, incredulo.
Ma i racconti di Galeazzo non sono un’eccezione.
Qui tutti parlano ancora di guerra.
Qui i vecchi ciccano sangue, migrazioni, fughe, umiliazioni, lutti.
In mezzo ai monti, davanti al mio balcone, al di là delle fronde del pioppo, ci sono le tane dove si nascondevano i tedeschi. È un’area non bonificata; chi ci va si assume i propri rischi.
Lì tutto è arrugginito, ma tutto è presente.
Su una lamina di latta, fissata nella cavità di un masso, una mano incerta, forse aiutatasi con un arnese tagliente, tuttora dice: «Maria, bitte, hilf mir.»
Questo è un giugno potente: fa venire sete.
Dalla finestra aperta di un appartamento vicino, la voce televisiva di una presentatrice, ad alto volume, annuncia – disinvolta – un reality-show.
Il pioppo, intanto, tace.


Preghiera per Nicolina

Non ho vent’anni, non ne ho quaranta e neppure sessanta. Credo di aver superato degnamente i settanta. Ho una lunga cicatrice sul ginocchio destro: una riga netta e scura accompagnata da punti nervosi che ricordano i severi passaggi di un ago riparatore. Una rotula meccanica mi permette di camminare ancora. Il mio passaporto è francese; je parle français, je pense en français, et je rêve même en français, ma è in Italia che sono nata, tra i seni di certe smarrite montagne di Ciociaria, mille anni or sono o forse appena ieri.
Je m’appelle Lucia, come la martire che sigillò il coraggio nei suoi occhi. Sarà per questo che guardo alla vita senza timori invadenti. Molte volte ho pianto e molte volte ho riso offrendomi ai sentieri del domani.
Alla sera, prima di addormentarmi, visualizzo pecore, non quelle che docilmente si lasciano contare nelle astrazioni dell’insonnia, no… visualizzo animali concreti appartenuti al gregge della mia infanzia.
A sette anni ero pastora: un lavoro per niente semplice. Avevo sessantacinque pecore e due cani ben più alti e agili di me. Con qualsiasi tempo sfilavo la trama di ogni giorno avvolgendo in matasse la mia fantasia.
Mi muovevo tra sassi nudi, sbuffi d’erba e sterco ovino coi piedi protetti da calzari fabbricati dalle dita del nonno: una cotenna di maiale aggrappata alle mie caviglie grazie a un ruvido spago.
Consumavo le ore costruendo strategie affinché le bestie non si perdessero e nel contempo raccattavo rami e sterpi da stringere in fascine che avrei dovuto consegnare al mio ritorno a casa.
Non erano ammesse distrazioni né sonnolenza né voglia di giocare.
Gli adulti picchiavano senza morsi nella propria coscienza quando una pecora andava persa o quando le fascine risultavano troppo smilze.
Eppure esistevano momenti di pace in cui la mente divagava e cercava riposo. Allora, involontariamente, mi concentravo sulle mie calzature non certo comode, non certo morbide, non certo lucide, non certo calde, non certo impermeabili, ma abbastanza buffe da farmi sorridere.
Dev’essere per questo che poi, da grande, ho manifestato un interesse prepotente per le scarpe tanto da indurmi a guardare gli altri non dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto con una lunga e minuziosa perlustrazione a livello dei piedi.
Et oui, c’est ça!
Da bambina vivevo con mia madre – une veuve che dopo la scomparsa di mio padre non aveva trovato né arte né parte – e con i suoi genitori che si occupavano di me, a modo loro.
Ci ospitava una modesta casa in pietra con un unico cuore che era il camino; seduti sugli scanni, accanto alle fiamme nervose ed esuberanti, la nostra esistenza pareva avesse un’anima. I cani, le galline, ma anche le capre entravano e uscivano da quella stanza con disinvoltura; gli odori si sovrapponevano senza armonia, logicamente.
Sotto la cenere mi aspettava sempre una patata calda e generosa; la sbucciavo lentamente per non bruciarmi e per prolungare il tempo della mia cena. Se avevo fortuna potevo contare anche su un mestolo di fagioli in umido.
Il nonno era brusco e stridente come la lama di una sega e io mi tenevo a una debita distanza; la nonna portava sul volto scie di aspri sudori eppure, a sera, accanto a quel fuoco, mi accoglieva sulle ginocchia ossute e mi raccontava di Nicolina, sa mère. Ascoltavo con le mani in prossimità delle orecchie, per poterle tappare nei momenti di maggiore tensione, ma non piangevo mai né ponevo domande.
«Che il Signore ti benedica!» iniziava col dire la nonna. «Gesù, Giuseppe e Maria, mai a te quello che è capitato a Nicolina!»
Poi, lesta, si faceva il segno della croce e con le dita nodose segnava anche me sulla fronte.
Parlava di un uomo e avevo ben capito che pronunciare il suo nome era una sfida, un atto di coraggio che invadeva il corpo di entrambe con brividi e sussulti.
… Era un brigante, un rapace, un ladro, un tiranno, un ceffo senza timore di Dio.
Il suo nome usciva dalle sottili labbra della nonna con un’unica emissione di rabbia, tristezza, rassegnazione e impotenza, sul soffio di un’alterazione vacillante della voce: Mingofuoco.
Poi affiorava dal profondo delle sue interiora un altro nome, sibilato con sofferenza: Nicolina.
Stavo male a quel punto, ogni volta come se fosse la prima.
Mingofuoco era apparso all’alba, un giorno incartato nel gelo.
Lo precedevano quattro sgherri e altri quattro lo seguivano: lo circondavano per proteggergli le spalle e il petto.
In quell’istante Nicolina stava gettando gli occhi in una ciotola di latte d’asina giocando con un cucchiaio di legno tra le mani. Aveva quattordici anni e conosceva solo le pecore, gli aceri, le querce, i faggi, le coturnici e le pernici e la riccia cicoria selvaggia.
D’un tratto sentì, fuori, suo padre bestemmiare e altre voci sconosciute oltraggiare il silenzio; sa mère si gettò verso la porta a offrire lacrime in cambio di umana pietà.
Lutte vaine.
Nicolina sentì qualcuno gridare: «Datemi la uagliona sennò vi sgozzo a tutti quanti!»
Poi lo vide entrare grosso e spigoloso come un macigno, livido come l’ignoto. Una mano tozza e ruvida le afferrò il polso sinistro, una bocca larga e baffuta disse: «È mia ’sta creatura!»
Fu così che Nicolina divenne la donna di Mingofuoco.
Sua madre la vide stingersi in mezzo agli alberi insieme a tanti disperati “perché?”.
La ragazza consumò molto tempo con i briganti. Un tempo scandito dai loro giochi alle carte, animato dalle urla della morra, attraversato da risate stridenti, dal fumo dei sigari, da rutti e sputi lanciati nell’aria.
Elle, di giorno faceva la sguattera, di notte serviva Mingofuoco che aveva fame di giovinezza.
Quando le era concesso dormiva in una grotta su un giaciglio di frasche, sotto una coperta logora. Al suo fianco russava il corpo smisurato di un adulto, di uno sconosciuto, di un brigante. Doveva essere sempre presente, Nicolina, ma senza parole e senza pensieri.
E più tardi divenne un cerchio dentro il quale calciava il figlio di Mingofuoco.
Il vento si fece, per lei, più sferzante e più umida la pioggia e più gelida la neve.
Mais, croyez-moi, perfino la spavalderia di un brigante ha una vita sola.
L’intera banda – braccata – fu costretta alla fuga, nella carambola di pochi secondi.
Mingofuoco fiutò la propria fine e quella dei suoi gregari. Forse la morte non gli faceva paura, ma perdere l’“onore” lo inondava di rabbia. Il suo pugno violento picchiò sul portone di un vecchio convento e infine il suo corpo scomparve, con la medesima prepotenza con cui era venuto.
Le suore raccolsero il doppio pacco.
Partorì mesi dopo la donna-bambina che Mingofuoco aveva preteso per sé. Il neonato fu sottratto alla madre come fosse l’inutile bullone di un meccanismo in grado di funzionare perfettamente anche senza.
«Col tempo dimenticherai!» disse qualcuno alla giovane puerpera. Qualche settimana più tardi Nicolina tornò dai suoi genitori, sul dorso di un mulo: ormai muta e sorda e cieca per sempre.
Per rimediare, per rammendare gli strappi, per candeggiare le macchie fu data a un vedovo, che nulla cambiò nella sua vita apparente. Nicolina rimase fra le rocce della tristezza: lontana e invisibile.
Voilà.
Non ho mai cercato di capire quanto puntuale fosse il racconto della nonna, ma so per certo che il suo dolore era palpabile e inesauribile, trasmessole nelle ossa da Nicolina, sa mère.
Io non so che faccia avesse la mia bisnonna, ma non è stato difficile ospitarla fra i rovi della mia immaginazione.
Il brigante, invece, l’ho visto, non molto tempo fa, su un libro di storia; sotto una fotografia si leggeva il nome: Domenico Fuoco, detto Mingo… Mingofuoco. Quelle poche lettere in fila sono esplose dentro di me lasciando frusciare nella mia testa molti ricordi d’infanzia. Allora Nicolina si è fatta ancora più avanti, fra i cirri della mia memoria, e io le ho promesso une prière da recitare ogni sera, prima di addormentarmi, cullandola nel mio gregge, sotto il cielo di questo mondo avariato che tuttora assiste alla sconfitta di un infinito esercito di donne senza voce.
Voilà.


continua…

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