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Il ponte della luna
di Fabio Caminada


indice

Capitolo Primo – Naftalina
Capitolo Secondo – Arte africana
Capitolo Terzo – All’ombra del faggio rosso
Capitolo Quarto – Le Pédaleur de Charme
Capitolo Quinto – Foglie morte
Capitolo Sesto – Profumo d’uva matura
Capitolo Settimo – Ombelico del mondo
Capitolo Ottavo – La tela
Capitolo Nono – Profumo di pergola
Capitolo Decimo – Una luce nella notte
Capitolo Undicesimo – Bende imbevute di aceto
Capitolo Dodicesimo – La villa vittoriana
Capitolo Tredicesimo – Il ponte segreto
Capitolo Quattordicesimo – Le lacrime di Dio
Capitolo Ultimo – Non si sveglierà più


Capitolo Primo – Naftalina

Vorrei potermi alzare, vestire e uscire là fuori in mezzo al vento che da giorni ormai imperversa fischiando e ululando come un vecchio lupo impazzito. Ho sempre amato farmi avvolgere dalle sue raffiche, sentire la pelle che si accappona, provare quella sensazione di potenza, sicurezza e anche di purificazione che ne deriva. Vorrei tanto poterla riprovare e invece da giorni quel suono logorante detta i ritmi del mio essere. Questo apparecchio, dalla cadenza infernale, mi tiene in vita in quelli che sento essere i miei ultimi momenti, almeno su questa terra. Ora dopo ora il ritmo del macchinario rallenta, sembra si stia adattando ai battiti sempre più fiacchi del mio cuore. Ho sentito dire dal dottore che è proprio lui, il mio forte cuore, l’artefice di questo mio penoso prolungato coma. Malgrado l’irreversibilità della situazione in cui mi trovo, pur senza riuscire a dare prova di questo mio ultimo residuo di vitalità, posso percepire la presenza distaccata del mio corpo e anche quella del mondo che mi circonda.
Immaginavo che me ne sarei andato dentro un comodo e caldo letto, col mio miglior pigiama e la mia vestaglia nuova col suo odore di naftalina. L’avevo acquistata per l’occasione. Invece giaccio su questa fredda e asettica barella, le mie nudità originali nascoste da una camicia da notte trasparente dal colore improponibile, numerata come quella di un carcerato. Anche la morte ha bisogno di un suo ordine. Ho al collo almeno il crocifisso di legno che mi ha donato suor Maria Benedetta; li avevo pregati di lasciarmelo. Benché la mia vita spirituale sia stata piena di dubbi, da qualche parte dentro di me nutro la convinzione che questo simbolo possa diventare la chiave d’accesso per l’incognito inesplorato del mio imminente partire.
Nell’altro locale la radio suona Besame mucho; è bello sapere che l’hanno lasciata accesa. Li avevo pregati di farlo.
Tutto, attorno a me, ha assunto un intenso pallore; anche la luna, che inizia a montare là fuori, è pallida ma intrisa di un insolito candore. Chissà perché la gente si reca al capezzale dei defunti, e di chi non ha speranza. Penso sia la curiosità che suscitano la morte e il dolore, che interessano sempre e non fanno mai paura finché riguardano gli altri. Ne sono venuti molti anche da me. Anche lui, sono riusciti ad avvisarlo. Non lo nego, lo aspettavo e sono felice che sia qui seduto accanto a me con lo sguardo inchiodato sul pavimento. Sento il calore della sua mano nella mia ormai fredda. L’ha tesa timoroso come un animale selvatico che, spinto dal suo istinto di libertà, vorrebbe rifiutare il cibo che gli viene offerto, ma i morsi della fame lo inducono a vincere la paura, la diffidenza, accettando un innaturale contatto. La scena è commovente; immagino voglia dirmi qualcosa.
Credo di essere riuscito ad amare la vita ma ora la morte è l’unica risposta razionale all’agonia di questo mio stato. Sebbene nel mio cassetto siano rimasti alcuni sogni oramai irrealizzabili, me ne sto andando senza rammarichi particolari.
La nostra esistenza, in fondo, è un presente che non c’è, è un istante breve ma interminabile.Tutto diventa passato in un attimo,parte della sottile linea che unisce il nostro inizio al nostro epilogo. La vita è spesso fatta di solchi monotoni e ripetitivi, nei quali l’essere umano finisce per cadere attratto dalla comodità del cognito. Accettando di tornare alla clinica sono finito anch’io in questo solco. Non saprei se sia stata la pace dei sensi, il raggiunto equilibrio, l’accettazione tardiva di un fatalismo mai accettato prima o più semplicemente la saggezza dell’età, ma me ne sono fatto una ragione. Ho smesso di chiedermi se la mia decisione di ritornare fosse figlia della pusillanimità, del bisogno o della semplice disperazione di un essere solo.
Alla fine credo che siano veramente pochi gli uomini che riescono a evitare di seguire un’onda, che conducano una vita indipendente. Anch’io in parte l’ho seguita e, qui ora, alla resa dei conti, penso che non avrei potuto fare altrimenti, perché credo che ogni essere umano, quando nasce, abbia un’onda predestinata da seguire.
In questo luogo dove ho trascorso la maggior parte del mio tempo, nemmeno i pesci rossi che nuotano nello stagno del grande parco, di cui per anni mi sono occupato, paiono normali. Sono smunti, sembrano anemici. Come la maggior parte dei pazienti ricoverati, galleggiano tristi senza meta all’interno del loro spazio artificiale. La prima volta che sono stato condotto qui è stato con la forza. Poi, in uno dei tanti inspiegabili paradossi cui siamo confrontati nel nostro cammino, ho scelto questo posto quale mia dimora volontaria, come la logica quadratura di quel cerchio esistenziale che tutti noi, consapevoli o inconsapevoli, percorriamo.
Ne è passato di tempo dalla mia prima volta in questa clinica. Quel primo giorno non ero nemmeno stato in grado di riempire da solo il formulario di accettazione che una zelante impiegata, infierendo di fronte alle mie titubanze, mi aveva posto sotto il naso. In quel periodo ho avuto la netta sensazione che il mondo fosse troppo grande. Dalla mia prospettiva tutto sembrava enorme, invalicabile, tutto pareva volermi schiacciare, inghiottire. La mia inutilità affiorava evidente. In una sorta di moto contrario, crescendo mi sentivo sempre più rimpicciolire, in un mondo che invece ingrossava a dismisura. Piccolo fra i giganti mi sono rifugiato in tutto quello che poteva fornirmi facili illusioni, sopravvivevo cercando di evitare il peggio. Malgrado morire mi sembrasse l’unica via percorribile, il mio disagio non mi permetteva nemmeno di riuscire a realizzare questo mesto fine. Mi portarono qui e mi rinchiusi ulteriormente in me stesso per evitare l’odore di disinfettante che aleggiava ovunque – che sapeva di cattivo presagio – e il fastidioso scricchiolio del linoleum smunto dei lunghi corridoi, che inibiva ulteriormente l’incedere già insicuro di chi li valicava.
Isolato nella mia camera me ne stavo spesso stravaccato sulla scomoda poltrona di stoffa, con lo sguardo fisso oltre la finestra aperta sul viale. Vedevo senza osservare, udivo ma non ascoltavo, tastavo senza toccare, annusavo ma non percepivo alcun odore. La mia esistenza apatica mi aveva completamente annullato: ero corpo senza materia, spirito senza anima.
Mi sentivo più insignificante dell’anonima lumaca che, lenta ma decisa, traversava il viale sottostante lasciando dietro di sé una striscia luminosa di bava, testimonianza viscida e ripugnante, ma comunque segno evidente del suo passaggio.
Il posto in cui mi trovavo avrebbe suscitato tristezza anche in giorni di sole splendente, figuriamoci in quelle che erano fredde e nebbiose giornate di un mese di aprile che non voleva saperne di far trasparire la primavera di cui avrebbe dovuto essere pregno.
Il senso di malinconia era intenso, analogo a quello che per anni avevo provato al termine delle estati quando, al mio paese, giungeva immancabile la carovana di un piccolo circo. Le mura delle case venivano tappezzate da un loro incaricato, che diversi giorni prima dello spettacolo appiccicava ovunque dei grandi cartelloni riportanti la solita enorme faccia da clown.
A caratteri cubitali erano indicati i giorni dello spettacolo, gli ultimi prima della ripresa della scuola. Nemmeno quella piccola ed eccentrica comunità di persone, colorata e festosa, riusciva ad addolcire l’amara realtà del rientro alla quotidianità, ai banchi di scuola, che sapevano di nuovo solo per pochi giorni e poi tornavano a emanare il loro solito odore di prigionia e di costrizione. Durante lo spettacolo a noi dedicato, un surrogato di spensieratezza che doveva lenire l’inizio delle lezioni, riuscivo, nella bolgia festante, a sorridere solo malinconicamente pensando al tempo perduto dell’estate. L’inizio della scuola sanciva anche il passaggio dal tempo estivo, quello della luce, a quello invernale della notte, cui saremmo andati velocemente incontro. Sono originario di un paese in cui la luce è predominante. La sua mancanza ha sempre avuto un influsso negativo sul mio umore. Dopo il circo i giorni diventavano così più corti, freddi e bui, proprio come quelli che stavo vivendo in quell’inizio di ricovero. Non sono più riuscito, nemmeno da adulto, a non provare un turbamento ogni volta che ho incontrato sul mio cammino la carovana di un circo.
Nata su un terreno in cui un tempo sorgeva una vecchia villa stile liberty, della quale campeggiava alla ricezione un grande affresco che la ritraeva nei suoi momenti di maggiore fasto, la clinica era abbastanza discosta dalla città. Da quelle parti ci andavo da ragazzo con i miei durante le estati afose. Il posto era strano, aveva l’aria di un paese senza identità. Situato a metà strada fra collina e montagna, turisticamente decaduto, era composto da case costruite secondo uno stile e un ordine che si sarebbero detti bizantini. Costruzioni cittadine affiancate ad altre di stile alpino stonavano con la verde e rigogliosa natura della zona. Mi erano restate impresse nella mente anche le persiane di legno smunte delle case, che marcavano chiara la decadenza di quel luogo senza gloria. La villa, proprietà di signori milanesi dell’epoca, era stata, alla loro morte, abbandonata. Trasformata dapprima in albergo, venne poi convertita in clinica, dove figli “bene” della regione venivano spediti a disintossicarsi dagli eccessi di una vita senza aspettative e soprattutto senza sogni. Fra questi c’ero anch’io.
Mi avevano pizzicato con in tasca una massiccia dose; non avevano creduto all’uso personale e mi avevano sbattuto in galera. Era stato un commissario, alla mia scarcerazione, a suggerire ai miei questo posto; a metà strada fra la comunità e un “normale” ospedale di matti.
«Vedrà che l’aiuteranno a reintegrarsi e a perdere i brutti vizi. Certi disequilibri alla sua età sono normali. Basta prendere coscienza del problema» aveva detto ai miei.
Il commissario, ancora abbastanza giovane ma incanutito dalle brutture cui era quotidianamente sottoposto, non poteva certo immaginare che il mio disequilibrio, come l’aveva definito lui, non era né momentaneo né casuale. Era iniziato con la mia adozione, che mi aveva sradicato dalla mia terra, ed era poi continuato sin lì. Nato mancino mi avevano persino fatto diventare destro.
I primi tempi alla clinica sono stati particolarmente duri. Grazie al mio compagno di camera, il tempo trascorreva però con un minimo di significato. Quando mi spostarono in una camera singola, il peso delle giornate e della mia compagnia è diventato più difficile da sopportare. La puzza persistente di urina del mio primo alloggio era di gran lunga migliore dell’odore di solitudine e di abbandono del secondo.
Giorgio, il mio compagno di camera, era riuscito, grazie al suo stato problematico, a farmi dimenticare almeno un po’ del mio.
All’inizio non nego di aver provato per lui solo una grande pietà, che col tempo si è poi trasformata in tenerezza per quel calore umano che, inconsapevolmente, sapeva restituirmi con i suoi modi affabili e puri.
La nostra degenza si era fatta solidale, diventando più dignitosa per entrambi, almeno così credo. Interpretare i suoi sentimenti, i suoi stati d’animo non era semplice. Lui non era stato ricoverato per problemi di dipendenze.
«Non vorrà dirmi che una camera privata per mio figlio non si è ancora liberata! Non vedete con chi è costretto a dividerla? Con tutto il rispetto…» borbottava così ogni giorno mia madre con il primo malcapitato infermiere che incontrava nel corridoio.
Ferma sulla porta della nostra camera, le sue martellanti parole mi trapanavano dolorosamente il cervello. Ogni volta che si esprimeva in quel modo molto irrispettoso, in sua presenza, guardavo imbarazzato verso di lui. Benché il suo sguardo fosse sempre spento, sapevo che Giorgio capiva. Quando la sentiva arrivare si ritirava ancor più nel suo guscio. Era il suo modo di proteggersi dal mondo esteriore e dai suoi giudizi superficiali e perbenisti.
Mia madre era convinta che fosse una cattiva compagnia, un essere vegetale che avrebbe potuto anche essere contagioso. Si sbagliava. Non comunicava in modo convenzionale però comunicava; lo faceva attraverso le sue emozioni.
Giorgio era ospite fisso della clinica ormai da diversi anni. Suo fratello, un avvocato di grido, grazie ai fondi di famiglia lo aveva fatto ricoverare definitivamente. Lo aveva portato quassù come si spedisce un parente in villeggiatura permanente. Terrorizzato dal mondo e dalla società, si era isolato fra queste mura e si era costruito un percorso protetto dal quale non sarebbe mai più potuto uscire.
«Elicotteri della Rhodesia, un attacco, aiuto, arrivano, gli elicotteri della Rhodesia sono qui per me! Arrivano anche gli iracheni, è la fine.» Si era gettato a terra con le mani sulle orecchie picchiando disperato i piedi sul pavimento. In piedi sull’uscio della camera che mi era stata assegnata, avevo gli occhi fuori dalle orbite ed ero terrorizzato quanto lui.
«Non si preoccupi, fa sempre così ogni volta che arriva qualcuno di nuovo. Non gli faccia caso. Ora se ne starà sotto le coperte un paio di giorni senza parlare. Poi vedrà che si calmerà. Non abbia timore, è buono. Non saprebbe far male a una mosca.» L’infermiere mi aveva accolto così la mattina in cui mi avevano ricoverato. Mi aveva tranquillizzato come si tranquillizza un uomo impaurito di fronte ad un cane feroce. Lo conoscevano bene: restò sotto le coperte per tre giorni, con la faccia rivolta verso il muro e senza dare alcun segnale della sua esistenza.
«Sei in camera con Giorgio?» mi chiedevano altri pazienti. «È un caso perso, quello è terrorizzato dalla vita! È uno sfigato!»
Di lui e della sua precedente vita, quella in società, si sapeva poco. Non ne aveva mai parlato con nessuno, nemmeno nei suoi rari momenti di lucidità. Eppure con me, che ero più giovane e forse mi vedeva come il fratello minore che non aveva avuto, pur con la sua parlata sempre fiacca, che ti sfiniva solo ad ascoltarla, si era aperto più che con gli altri.
Mi aveva detto di essersi laureato in chimica. Aveva ottenuto soltanto una buona laurea, senza la lode che i suoi si attendevano e che era una sorta di marchio di famiglia. Poco prima degli esami aveva conosciuto una ragazza; per la prima volta nella sua vita la chimica che stava studiando aveva agito anche dentro di lui, facendolo innamorare. Aveva conosciuto l’amore, e i suoi confini erano andati oltre le formule chimiche che sin lì avevano rappresentato il suo unico orizzonte.
«Il mio profitto ne aveva risentito diventando “solo” buono.» Per quanto gli riuscisse sottolineava il “solo”. La famiglia non aveva mancato di farglielo notare.
Purtroppo dopo la laurea la fidanzata lo mollò e per lui non fu più vita normale. Lasciato alla deriva anche dalla famiglia, mi disse che era riuscito a trovare lavoro solo come guardiano notturno in una fabbrica che raffinava oro. Una notte, mentre era di servizio, tre malintenzionati erano penetrati nello stabilimento per una rapina. Giorgio fu preso in ostaggio. Mi aveva ripetuto più volte l’effetto, la paura, che aveva provato quando gli avevano poggiata, sul collo, la gelida canna della pistola; il freddo dell’acciaio dell’arma, mi aveva ripetuto più volte nel suo linguaggio sbiascicato, gli era penetrato nelle carni e anche oltre.
Quella sensazione di paura gli si era insinuata in corpo come un batterio che non lo avrebbe più abbandonato. Fu necessario un primo ricovero.
Dimesso, aveva fatto ancora più fatica a trovare un’occupazione consona a quello per cui aveva studiato. Convinto di non valere nulla, di aver deluso tutti, soprattutto la famiglia per la laurea non eccelsa, iniziò la sua discesa incontrollata e rapida verso gli inferi della marginalità, della dipendenza da farmaci e della distruzione sistematica della sua autostima.
Quando lo conobbi aveva da poco compiuto i cinquant’anni, ma il suo fisico ne dimostrava molti di più. Il suo corpo era esile, indebolito dai molti farmaci assunti e da mille battaglie perse con il male subdolo contro il quale stava vanamente tentando di combattere. Curvo su sé stesso, camminava con un equilibrio molto instabile. Pareva dover cadere a ogni passo malfermo che, invece, quasi per miracolo riusciva a farlo restare in piedi. Non curava il suo aspetto: una barba sempre incolta e irregolare gli affilava il viso, nei suoi capelli lunghi e sempre disordinati avrebbe potuto trovare accoglienza una rondine a primavera. Quando lo chiamavo volgeva il capo dalla mia parte senza raddrizzare la schiena, come se stesse sotto una croce, suscitando in me, ogni volta, un grande senso di compassione. Evocava l’immagine di un Cristo che, nella salita al calvario, porge il volto alla Veronica per lasciare impressa nel panno la sua effigie dolorante.
Dopo i primi attimi di logico imbarazzo avevo imparato ad apprezzarlo. Mi ero molto affezionato a Giorgio, lo scarto di una società perbenista, e pertanto ogni volta che mia madre lasciava la clinica convincevo gli infermieri affinché non mi cambiassero di camera così da potergli restare accanto.
«Chi la sente sua madre poi?» mi rispondeva sempre il malcapitato infermiere di turno.
«Vi supplico, abbiamo bisogno l’uno dell’altro!»
Seppure fossimo lì in condizioni e per motivi diversi, malgrado il suo mondo di paure e di angosce, Giorgio stava diventando importante per il difficile periodo che stavo attraversando. Quell’uomo inerme agiva su di me meglio delle terapie e dei medicinali che mi propinavano ogni giorno. Stava aprendomi a un mondo inesplorato, a una visione spirituale della vita di cui sin lì avevo ignorato l’esistenza.
Le mattinate le dovevo trascorrere con il gruppo di lavoro in cui ero stato inserito. I pomeriggi, quando il tempo lo permetteva, ci recavamo invece al parco. Seduti su una panca contemplavamo silenziosi quel che accadeva attorno a noi. Era intimorito dagli spazi aperti, era difficile che fuori dalla camera spiaccicasse parola e quando era obbligato a farlo la sua parlata era più impastata, ancor più difficile da comprendere. Prima di uscire, anche se splendeva il sole e il cielo era terso, si metteva addosso un soprabito consunto e imbracciava un vecchio ombrello nero di stoffa con un manico di legno nodoso.
Una sera, mentre me ne stavo disteso nel mio letto a contemplare la porzione di cielo che riuscivo a scorgere dalla finestra aperta, Giorgio, che normalmente si addormentava appena poggiata la testa sul cuscino, mi chiamò ripetendo come suo solito diverse volte il mio nome: «Gianmarco… Gianmarco… Gianmarco».
«Dimmi» risposi senza togliere lo sguardo dal cielo.
«Volevo chiederti una cosa, ma ho paura che ti arrabbi» mi disse tentennando. Era insolitamente agitato.
«Non aver paura, sai che se posso aiutarti lo faccio volentieri» risposi raddrizzandomi sul letto.
«Posso venire un po’ nel tuo letto?»
Non ci fu tempo per l’imbarazzo. Fu come se una richiesta simile me l’aspettassi, mi era parsa la cosa più naturale che potesse chiedermi.
Senza rispondergli alzai il lenzuolo dalla sua parte invitandolo a raggiungermi, pur sapendo che la notte poteva capitare che bagnasse il letto. «Non sono stupido, ho letto tre volte Il gioco delle perle di vetro» disse appena si fu coricato accanto a me.
Annuii senza comprendere il significato delle sue parole. Giorgio se ne accorse.
«Il gioco delle perle di vetro è un libro di Hermann Hesse» ribadì. «Ah, bravo» riuscii a dirgli continuando a non capire il nesso. Poi tacque. Poggiò la testa sulle mie spalle, un braccio sul mio torace e si addormentò.
Continuai a contemplare il cielo, dove nel frattempo era apparso uno spicchio di luna. Nelle orecchie ritmava il suo respiro irregolare, di tensione repressa, di un bambino che dopo un incubo riesce finalmente a infilarsi nel letto dei propri genitori e cerca di quietarsi. Sentivo il suo calore espandersi nel mio corpo e oltre.
Non avevo ancora scoperto la forza del calore di un corpo umano. La sua energia infondeva speranza; speranza che anche per me esistesse la possibilità di riuscire a vivere la mia vita come qualsiasi altro essere umano, come aveva creduto padre Joseph, il missionario che immaginavo mi avesse tolto dalle strade dell’India. Sembrava impossibile eppure stavo assorbendo forza, coraggio, dal corpo fiacco di Giorgio. Che diritto avevo di sottrarne a quell’uomo così sofferente?
La luna pareva guardarmi con quel suo modo che mi era sempre parso protettivo, materno. Spesso mi sono rifugiato in lei quando ero in difficoltà, avendo netta la percezione che mi parlasse, infondendo tranquillità nel mio animo.
Guardai il viso di Giorgio poggiato su di me, quindi implorai la luna: per quale strano destino qualcuno che forse si trova lassù in cielo, permette che si possano spegnere delle vite a questo modo?
Il respiro pesante del suo petto che si gonfiava sul mio mi dava la consapevolezza che anch’io, da qualche parte, disponevo di risorse che avevo sempre immaginato essere appannaggio solo degli altri. Avevo voglia di scoprirle.
Gli restai accanto tutta la notte senza chiudere occhio, sperando che quelle tenebre e la dolcezza di cui mi stavano facendo dono, potessero prolungarsi all’infinito. Forse era vero quello che qualcuno aveva cercato di spiegarmi: il tempo è solo una misura determinata dall’uomo. Ogni istante della nostra vita, ogni semplice battito del nostro cuore, non è una misura definita, ma l’infinito stesso che viviamo senza rendercene conto. Tutto accade secondo sensazioni astratte, non nostre e a noi impercettibili. Forse viviamo già l’eternità senza esserne consapevoli.
Alle prime luci dell’alba la frescura del mattino fece effetto su Giorgio, che bagnò il letto riscaldando ulteriormente il mio corpo. Mi addormentai qualche istante prima che gli infermieri iniziassero il loro giro mattutino nelle nostre camere. Dopo i piacevoli momenti che avevo provato quella notte non me ne fregava niente del loro giudizio, delle loro congetture. Sapevo che queste sarebbero andate ben oltre la notte platonica che avevo trascorso. Mi alzai più tranquillo del solito. Mi feci la doccia senza purtroppo immaginare quel che di lì a poco si sarebbe scatenato.
Quel giorno a mia insaputa, per inibire quelli che avevano interpretato come impulsi da reprimere, invece dei soliti medicinali mi somministrarono dei forti sedativi. Per diversi giorni fui bloccato a letto, incosciente.
Per mia madre, che non aveva mai digerito la mia convivenza con Giorgio, fu facile infliggere il colpo definitivo alla nostra amicizia, che ai suoi occhi aveva ora anche assunto i connotati della depravazione. Si fece sentire col personale e, approfittando del mio stato, mi fece trasferire in una camera singola in un’ala opposta a quella in cui mi trovavo. Di Giorgio riuscii solo a sapere da un’infermiera, una delle poche che aveva creduto all’innocenza di quella nostra intimità, che gli avevano affidato un nuovo compagno, uno schizofrenico con tendenze violente. Invece dei soliti tre giorni senza parlare aveva smesso completamente di esistere. Messo al corrente della situazione, il fratello avvocato lo aveva trasferito in un’altra clinica infliggendo così il colpo definitivo ai suoi fragili equilibri. Non mi sono più scordato della dolcezza del respiro affannoso di quella notte e sul mio comodino, per lungo tempo, c’è stata una copia del libro di Hermann Hesse. Non riuscii ad andare oltre le prime cinquanta pagine. Non compresi mai come Giorgio potesse aver letto quel libro difficilissimo per ben tre volte.
Senza di lui le giornate alla clinica iniziarono a trascorrere più lente, le ore si fecero ancor più pesanti. Nessun giorno sembrava ora diverso dall’altro, nemmeno quelli festivi che Giorgio aspettava con impazienza chiedendomi ripetutamente quale gusto di gelato avrebbe accompagnato il nostro menu. Poi ho avuto addirittura il sospetto che il tempo, in quel luogo sperduto, non esistesse nemmeno più. Esisteva però netta, dentro di me, la sensazione che comunque il tempo mi stesse sfuggendo.
Mia madre diventò ancora più assillante, le sue visite ancora più frequenti. Dopo quello che era accaduto si sentiva ancor più legittimata a disporre della mia vita, imponendomi la sua eterna protezione, senza rendersi conto che in quella clinica c’ero finito anche per questo motivo. Quella di voler togliere le castagne dal fuoco al mio posto sembrava la sua missione, qualcosa da cui non poteva esimersi. Aveva istituito una sorta di cordone ombelicale esterno al quale mi teneva incatenato con le sue preoccupazioni asfissianti e stantie, nonostante in fondo non fossi figlio suo ma solo adottivo.
Mio padre lo si vedeva di rado, veniva sempre solo e parlava poco; la sua è sempre stata una presenza silenziosa. Appena ho raggiunto l’età della ragione ho subito capito che i miei erano restati assieme per salvare le apparenze. Il mio arrivo li aveva ulteriormente divisi, costringendoli paradossalmente a restare uniti. Non ho nemmeno mai ben compreso se entrambi fossero d’accordo fino in fondo sulla mia adozione. Un piccolo estraneo li aveva distolti dalla loro unione sciatta e dalla noia di un rapporto spento. Quando crescendo ho iniziato a pretendere di fare la mia vita, mia madre ha continuato a considerarmi un bambino per farmi così continuare a dipendere da lei. Mio padre, sempre impegnato con il suo lavoro, mi ha completamente abbandonato nella sua morsa.
Ho sempre immaginato l’amore come un grande fuoco che avvampa e assorbe due individui fino a fargli perdere la ragione. Non ce li vedevo i miei avvolti in questa grande fiamma. Non essere riusciti ad avere figli non li aveva aiutati. Credo che entrambi, o quanto meno mia madre, si aspettassero che la mia adozione avrebbe attizzato nuovamente le fiacche braci del loro fuoco amoroso. Cinicamente penso che invece le loro braci non si siano mai accese.
Mio padre, che non mi era mai parso molto portato per la famiglia, fra una vita da mettere nelle mani di una domestica e il matrimonio aveva scelto quest’ultimo come il minore dei mali. Mia madre per contro, che ha sempre fatto tutto in funzione del giudizio degli altri, si è sposata perché il protocollo della gioventù cattolica, che ha sempre frequentato, a un certo punto lo prevedeva. Solo mio padre, col suo assente disinteresse, che lo portava a vivere tutto come catapultato sulla terra da un altro mondo, avrebbe potuto sposarla.
Al contrario degli altri ragazzi del mio gruppo di terapia, io mi trovavo nella clinica per la prima volta. Il mio programma di disintossicazione prevedeva una permanenza di parecchi mesi. Una volta sostenuta positivamente la terapia di gruppo si sarebbe passati a quella individuale e quindi, se le cose avessero seguito il percorso richiesto dagli psicologi, si poteva essere dimessi. La terapia di gruppo non mi era mai piaciuta, non sono mai stato troppo espansivo. L’idea di dover parlare in pubblico dei miei problemi è sempre stata una cosa che mi angosciava. Ho così sempre mantenuto un profilo molto basso. Inaspettatamente un giorno mi riferirono che avrei potuto iniziare con il programma individuale.
Ero felice, speravo di poter stabilire un contatto diretto, migliore, di potermi aprire veramente con un terapista rispetto a quanto era capitato nel gruppo. La maggior parte degli altri ragazzi, tutti di famiglie ancor più benestanti della mia, sapevano che, a cadenze regolari, finire per qualche tempo alla clinica era il prezzo da pagare per poter continuare le loro vite da sballo. Inconcludenti, ma da sballo. Nessuno era davvero interessato a sfruttare la terapia per lasciare il mondo perverso della droga e delle sue pericolose dipendenze. A me invece l’idea di essere dimesso e finire un’altra volta nel suo circolo vizioso, riprovare il sapore di quella vita intermittente, terrorizzava. Ero intenzionato a reagire per evitare di ricadere nel girone dell’inconcludenza. Non sarebbe per nulla stato facile e avrei sicuramente incontrato molti ostacoli, non da ultimo mia madre, alla quale ero però deciso a togliere dalle mani le redini della mia vita. Mi aveva trasformato in un suo piccolo burattino di cui si crogiolava di poter tirare le fila. La mia dipendenza da lei era altrettanto e forse più pericolosa di quella della cocaina.
Il mio stato di figlio adottivo, che doveva sempre dimostrare gratitudine per l’accoglienza ricevuta, non mi aveva permesso di ribellarmi. Non poter vivere la mia vita liberamente, commettendo i miei errori, mi aveva impedito di diventare uomo. A bloccarmi erano state anche le mie radici. Credevo, o mi avevano fatto credere, che se fossi restato all’origine delle cose, la mia sarebbe stata un’esistenza di stenti e di difficoltà. Non passava giorno da quando ero alla clinica che non avevo pensato alla mia eventuale vita senza adozione. Dove mi sarei trovato? Con chi? Come avrei vissuto? E soprattutto sarei stato ancora vivo?
Poggiato il mento sul davanzale della finestra, assorto nei pensieri di una vita che non avevo ancora iniziato a vivere, contemplavo altri pazienti nel parco, che seduti su una panchina ai bordi dello stagno gettavano del pane a un piccolo germano reale. Dietro di lui un nugolo di pesci rossi affiorava in superficie per contendersi le briciole che il germano, nell’ingordigia, dimenticava nella sua scia. Ad un tratto un raggio di sole penetrò potente fra le nubi grigie e le spesse fronde dell’abete che sovrastavano in gran parte lo specchio d’acqua. I riverberi improvvisi, mossi dalle piccole onde create dallo spostamento del germano, mi accecarono e mi obbligarono a ritrarmi nella mia camera. La mia vita era torbida e mossa come le acque di quello stagno.
Nel mio mondo di dubbi una certezza l’avevo però anch’io: come avrei potuto conoscere e fronteggiare il mondo se non conoscevo nemmeno me stesso? La terapia individuale che a breve avrei affrontato sarebbe diventata la mia luce, la mia guida? Possedevo anch’io un’energia come quella del raggio accecante che aveva perforato sia le nubi che il pino? A breve lo avrei scoperto.
Mi sdraiai sul letto senza toccare nulla della cena che mi avevano portato. Presi il libro di Giorgio e cercai di immergermi nella complicata vicenda del Ludi Magister Josephus III. Anche quella sera non riuscii ad andare oltre le pagine iniziali; quel libro era triste, più triste anche del volto di Giorgio che me lo aveva fatto scoprire. Lo chiusi, contemplai il soffitto in attesa che il sonno, con le sue benefiche tenebre, si impossessasse di me. Si era fatto il crepuscolo, nel cielo era già montata una timida luna piena. Per una strana coincidenza che si verificava ogni volta che la luna si trovava in quello stato, e che nessun medico era riuscito a spiegare, la mia mano destra, senza spiegazioni cliniche, iniziò a gonfiarsi e a prudere come affetta da una strana allergia. La luna mi parlò. Continuai a grattarmi la mano finché tutto divenne davvero tenebra.


Capitolo Secondo – Arte africana

Essere in coma dà qualche piccolo vantaggio: le notti passano tranquille. Le mie sono state spesso agitate. Le loro sinfonie, urla tetre di uccelli, nenie angoscianti di felini in amore, con i loro silenzi di piombo sono stati compagni del mio sonno frastagliato, dei miei tormenti notturni. In compenso ho sognato molto, e non si è trattato solo di incubi. Per un certo periodo ho anche avuto una specie di sogno ricorrente: un volto di giovane donna che appariva nei miei brevi sonni, alcune volte con sembianze umane, altre volte animali, altre ancora addirittura con sembianze sovrannaturali. Ho avuto però sempre l’impressione che quel volto, nonostante le sue apparizioni oniriche fossero spesso inquietanti, volesse proteggermi.
Apparve anche la notte precedente l’incontro che avrebbe inciso in maniera determinante sul prosieguo della mia vita. Mi stavo inerpicando su una strada di montagna nella calma di un folto bosco. Il suo fogliame, dai caldi colori autunnali, formava una spessa volta multicolore che lasciava trasparire solo qua e là uno stretto lembo di cielo. Un sibilo attirò la mia attenzione. Un elegante falco col solito viso di donna volava dalla mia parte.
Rapido fu sopra di me e mi superò. Mi girai, lo seguii scendere a valle con lo sguardo finché arrestò il suo volo maestoso, volse il capo e fissò i suoi occhi nei miei come non aveva mai fatto prima. Sembrava volermi dire qualcosa; forse desiderava essere seguito. Esitai, non sapevo cosa fare. Ero attratto dalla cima che volevo raggiungere a tutti i costi, ma al contempo avrei voluto andargli dietro. Virò e risalì verso di me, immobile in mezzo al sentiero. Ci guardammo di nuovo. Quindi dette un colpo d’ali fragoroso e decollò come un missile perforando la volta di foglie che si dissolse liberando il cielo. La luce mi abbagliò. Il falco divenne sempre più piccolo, quindi scomparve. Dopo quella notte quel volto non mi è più apparso. A dire il vero ho sognato meno, se non a occhi aperti.
Seduto sul letto, ancora mezzo assonnato e col pensiero dentro quel nuovo strano sogno, scrutavo il pezzo di cielo che riuscivo a intravedere dalla mia finestra. Era chiaro, di un azzurro velato, ma sembrava finalmente il preludio di una bella giornata. Mi alzai, mi infilai sotto la doccia e iniziai a immaginare la conversazione che in mattinata avrei sostenuto con il mio nuovo terapista. Di lui ancora non sapevo nulla, nemmeno se si fosse trattato di un uomo o di una donna.
Non sapevo cosa sarebbe stato meglio, non riuscivo ad avere una preferenza: entrambi sarebbero stati per certi versi la miglior soluzione, ma anche la peggiore. Mi sarei lasciato sorprendere dal caso senza dare troppo ascolto a chi mi aveva dispensato consigli dell’ultima ora: «Basta dargli sempre ragione! La balla del periodo difficile della tua vita è quella che amano di più. È una garanzia per una pronta “scarcerazione”! Così si va a casa e si torna come prima alle nostre vite da sballo.»
Nel mio “prima” c’era stato di tutto fuorché sballo. Io volevo davvero cominciare a capire chi ero. Le mie piume mi avrebbero permesso di uscire dal nido nel quale mi sentivo segregato? Mi avrebbero consentito di volare finalmente verso la mia libertà, oppure mi sarei schiantato anonimamente di nuovo al suolo?
Quella mattina il rumore ovattato di stoviglie, proveniente dalla mensa del nostro padiglione, mi attrasse. Quando entrai al refettorio nessuno alzò gli occhi dal proprio disagio.
«Buongiorno Gianmarco, qual buon vento stamani?» si rivolse a me, sottovoce, l’inserviente di turno.
«Stamattina butta così! Posso avere del latte caldo e del pane con della marmellata?»
Mi sedetti accanto a un ragazzo molto più giovane di me, intento a mangiare da una scodella. La sua mano tremava come una foglia, la maggior parte delle cucchiaiate che cercava di infilarsi in bocca cadeva sulla tavola o sull’altra mano. Dagli angoli della bocca gli colavano due vistose strisce di un amalgama giallognolo; dello yogurt alla pesca a giudicare dai pezzi di frutta sulla mano imbrattata. Quando ebbe terminato, senza essere in realtà riuscito a mangiarne granché, con la mano tremula e sporca si imbrattò anche il resto del viso, quindi fissò il suo sguardo nel vuoto. Il suo respiro era pesante; quell’azione spontanea e naturale per qualunque altro essere umano gli costava fatica. Più che il respiro di un essere vivente sembrava il rantolo di uno morente. Preso dalla scena tirai anch’io un sospiro profondo.
«Per favore Sergio puoi portarmi il tuo vassoio come gli altri prima di andartene?» sentii dire all’inserviente.
«Portatelo tu che non hai un cazzo da fare tutto il giorno! Non vedi che sono malato?» Sergio, un signore distinto sulla sessantina, capelli impomatati e barba sfatta, se ne andò con uno sguardo velenoso lasciando il vassoio sul tavolo.
La donna mi guardò, prese il vassoio, mi sorrise e lo sistemò sul carrello. Ero imbarazzato per lei.
«Sergio deve aver dormito male» disse, sempre sottovoce.
Una ragazza, all’altro lato del tavolo, con una vasta fasciatura sul collo e delle grosse occhiaie nere che contrastavano con i capelli biondi, stava accendendosi una sigaretta nonostante il fumo fosse vietato in tutti i padiglioni della clinica.
«Come stai?» mi chiese con fare infantile un’altra, una bella ragazza, con due begli occhi color nocciola, seduta accanto a quella che fumava.
«Abbastanza bene, grazie, e tu?» risposi di riflesso.
«Bene, bene, io sto bene. Me lo ha detto il mio terapista sai! Non ci credi?»
«Sì che ti credo, assolutamente!» mi affrettai a rispondere.
«Io sto bene, io sto bene» ripeté abbassando gli occhi sul piatto e continuando a farfugliare frasi incomprensibili e ridendo tra sé.
In fondo alla sala un televisore acceso stava trasmettendo un documentario sulla Polinesia. Donne stupende con al collo variopinte collane di fiori, semi nude e con corpi sinuosi magnifici, ballavano in riva al mare su una spiaggia mozzafiato. Il loro sguardo spensierato contrastava con i visi contratti e persi di chi stava terminando di fare colazione alla mensa del mio padiglione: l’Edera 4.
«Belle donne vero?» mi chiese una tipa dall’aria stravagante. «Stupende. Anche il posto non scherza comunque…» replicai arrossendo per essermi fatto sorprendere a guardare quelle nudità. Non ricordavo di aver già visto quella donna.
«Tu sei Gianmarco giusto?» mi disse lei.
«Sì, sono io» risposi sorpreso. Come sapeva il mio nome? «Piacere, sono Clara, la tua terapista. Sono venuta a cercarti in camera. Mi avevano riferito che facevi sempre colazione da solo.» «Stamani avevo voglia di vedere gente.» Clara mi aveva colto di sorpresa. In preda all’imbarazzo feci per alzarmi.
«No, stai pure. Finisci di fare colazione con calma. Ero venuta solo per chiederti dove volevi che ci incontrassimo.»
«Per me è uguale. Se possibile non nella mia camera.»
«Va bene. Allora facciamo nel mio ufficio. Al padiglione centrale, secondo piano, interno 28. Possiamo iniziare lì, poi più avanti nessuno ci vieta di cambiare. Come mai non vuoi che ci troviamo nella tua camera? Solitamente, lì, i pazienti si sentono più a loro agio.»
«È triste e puzza di stantio. Questa camera non mi piace» terminai abbassando gli occhi sul tavolo.
«Capisco» rispose pensierosa. Sembrava assente.
Forse stava già raccogliendo elementi per la mia terapia.
«Senti, finisci con calma. Ti aspetto nel mio ufficio diciamo… verso le 10… può andare?»
«Per me va bene. Io sono qui» dissi alzando le spalle.
«Bene Gianmarco, è stato un piacere.» Mi porse la mano. «Allora a più tardi.»
Guardai le nostre mani che si stringevano in quel gesto formale freddo e distaccato. Mi faceva strano poiché Clara si era presentata in modo aperto, cordiale. Mi lasciò la mano facendola scivolare sulla mia, quasi stesse ispezionandomela, quindi si girò e uscì dal refettorio. Sentii lo stridio plastico delle sue ciabatte allontanarsi nel lungo corridoio verde.
Misi da parte quel che restava della colazione e rimasi immobile, guardando, senza osservarle, le immagini che il televisore continuava a propormi.
L’ora che mi divideva dal mio primo incontro con la terapista mi parve lunga un secolo. Il primo dubbio era stato sciolto, sapevo infatti che a occuparsi di me sarebbe stata una donna, nonostante, a dire il vero, Clara di femminile non avesse molto.
Clara mi aveva fatto una buona impressione. Ero tranquillo, anche se immaginare di dover affrontare certi discorsi proprio con una donna mi faceva venire un certo brivido allo stomaco. Il ghiaccio era già rotto, dovevo solo restare tranquillo e invece l’agitazione, più si avvicinava l’ora dell’incontro, più si impossessava di me.
Clara non era certo il genere di donna che può far girare la testa a un uomo. Aveva comunque un suo fascino, una sua bellezza che, a suo piacimento, sarebbe stata in grado di far affiorare. La possedeva, ne ero certo, gliela avevo letta negli occhi che cambiavano colore a seconda della luce. Ci sono donne che non hanno bisogno di bellezza per essere belle, lo sono in virtù di un magnetismo naturale che non necessita della conferma estetica. Clara era di questa specie.
Di statura media e abbastanza snella, si era presentata la mattina con un abbigliamento maschile: un paio di pantaloni di velluto a costa larga, una camicia a quadretti e un gilet di lana fatto a mano, di quelli che si vedono solo nelle bancarelle natalizie. Tutto rigorosamente di color marrone. I medici della clinica vestivano tutti a quel modo, sembrava si fossero imposti spontaneamente una sorta di divisa che doveva per forza essere di quel colore. La sua testa riccioluta ricordava quella di un mio compagno di scuola che per pettinarsi utilizzava un pettine a maglie larghissime che riusciva solo a riportare ciuffi di capelli ribelli da una parte all’altra della testa, come stesse rivoltando fieno in un campo. Mi aveva colpito quel suo presentarsi con le mani in tasca. Non le aveva in pratica mai estratte durante tutta la nostra prima conversazione, fatta eccezione per la stretta di mano e la leggera pacca sulle spalle che mi aveva dato prima di congedarsi da me. Speravo che, tolte di tasca, le avrebbe impiegate per aiutarmi a trovare il bandolo della mia intricata matassa. Qualcosa mi diceva che avrei potuto fidarmi di lei. Partii alla volta del suo ufficio convinto che una donna dalla bellezza mistica e dalle sembianze maschili fosse il giusto compromesso per la mia terapia. Malgrado fossi un ritardatario cronico, giunsi davanti alla porta del suo ufficio con qualche minuto di anticipo. La porta era aperta, lei seduta alla scrivania intenta a scrivere. Indossava un paio di occhiali rotondi che le conferivano un’aria ancora più dotta e che la connotavano ancora meglio nel suo ruolo. Non si era accorta di me. Passeggiai per il corridoio cercando di restare entro il suo campo visivo, affinché il mio anticipo non andasse sprecato. Avrei voluto tossire per farmi notare, invece stavo camminando in punta di piedi per paura di distoglierla dal suo lavoro e iniziare così male il nostro rapporto. Non me lo sarei perdonato.
Quando finalmente alzò il capo e si accorse della mia presenza, si tolse risoluta gli occhiali, si alzò dalla scrivania e mi venne incontro. «Spero tu non sia qui da molto. Ero concentrata su un referto complicato. Perché non hai bussato?»
Benché stessi passeggiando nervosamente già da qualche minuto mentii: «No, sono appena arrivato. Mi scusi ma non volevo distoglierla dal suo lavoro…»
«Sono io che mi devo scusare» disse guardando l’orologio. «Sono già le dieci passate da alcuni minuti. Quella di essere puntuale non è certamente una mia virtù. Dovrai abituarti. Vieni, accomodati.»
Entrai nel suo ufficio cercando, senza trovarlo, il divano sul quale immaginavo di dovermi accomodare. Nel suo studio regnava un grande disordine; in una grande libreria posta dietro la scrivania erano stipate diverse cataste di libri, scatole di archivio e pile di fogli ingialliti dal tempo. Il disordine dava comunque l’impressione di essere sotto controllo. La mia terapista era appassionata di arte africana. Oggetti strani, mezzi nascosti dalle cataste disordinate, emergevano qua e là nel caos come delle sentinelle. Uno in particolare catturò la mia attenzione. Clara se ne accorse.
«Non fare caso all’ordine, è la seconda virtù di cui faccio difetto. Sono mesi che mi impongo di sistemare un po’ le cose. Non riesco a trovare il tempo! A dire il vero sarebbe più corretto dire che il tempo non voglio trovarlo. Strano oggetto vero? Sai cosa rappresenta?»
«Sì, singolare. Ha qualcosa di particolare, quasi familiare. Non saprei, penso rappresenti qualcosa che ha a che fare con la fertilità» dissi quasi sottovoce per paura di esordire con una figuraccia.
«Bravo. È la prima volta che qualcuno ci azzecca. Sei un intenditore?» disse mantenendo lo sguardo sull’opera.
«No, nel modo più assoluto! Ho risposto di impulso, per logica. Quello sopra mi sembra un sole, sotto la terra. Da qualche parte ho letto che per certe tribù africane simboleggiano appunto la fertilità.»
«Sotto l’albero ci sono un uomo e una donna. Approfittano della forza del sole per rendere fertile il loro legame. Secondo la loro credenza il calore del sole e l’ispirazione mistica della luna sono alla base della continuazione della specie!»
Clara continuava a fissare l’opera. Mi accomodai sulla sedia girevole di pelle che mi aveva porto appena entrato. Si sedette a sua volta e iniziò a rovistare fra le sue carte. Nell’attesa presi a girare sulla sedia quando il telefono squillò.
Clara distolse lo sguardo dal mio referto, prese il telefono senza fili, si alzò facendomi cenno con gli occhi di scusarla e rispose. In piedi davanti alla scrivania, con il capo reclinato sulla spalla per mantenere le mani libere, prese a cercare nelle diverse pile di documenti. Estratti alcuni fogli si diresse alla finestra e iniziò a parlare di sintomi, medicinali e dosaggi, guardando ora i fogli, ora il vuoto, ora annuendo. Per ingannare l’attesa e non dar l’impressione che stessi ascoltando, mi diedi una spinta più vigorosa: feci un paio di giri completi sulla sedia. Nel vortice del mio girare il disordine riempì anche gli spazi vuoti. Anche il piano della scrivania era parecchio incasinato. Vi erano diverse paia di occhiali, alcune con una sola asta, un cubo rompicapo, un diapason e qualcosa di lucido e nero, forse era ebano, che assomigliava molto a un martello da giudice.
Oltre ad alcuni diplomi impolverati, alle pareti erano appesi diversi disegni molto colorati, opere di bambini, delle ottime imitazioni di Mirò. Solo un paesaggio impressionista pareva dipinto dalla mano di un adulto. Negli angoli dell’ufficio c’erano delle grosse piante da salotto, a foglia larga, impolverate e dalle punte ingiallite.
«Ecco cosa succede quando si fanno le cose senza passione.» Nella mia testa era risuonata la voce di mia madre, molto orgogliosa del suo pollice verde. «Le piante vanno bagnate il giusto! Né troppo né troppo poco, e soprattutto vanno coccolate» avrebbe detto. Le piante erano le uniche che la sapevano sopportare in silenzio. Casa nostra sembrava una giungla; quando si assentava, lasciando a me e a mio padre l’incombenza di curare le sue “creature”, come le definiva lei, ci riempiva la testa di raccomandazioni pedanti. Amavo la natura, ma il verde artificiale di casa mia, il vanto di mia madre, mi dava letteralmente sui nervi. Anche le piante di Clara, dato che nella clinica c’era molto verde naturale, le trovavo di cattivo gusto. Sulle pareti di uno dei grossi vasi erano stati incastonati, come in un mosaico, dei frammenti di specchio che impedivano di fissarlo a lungo senza che la stanza iniziasse a girare su se stessa.
Finalmente, dopo diversi tentativi andati a vuoto, riuscì a interrompere la conversazione e si sedette di fronte a me. Scelti a caso un paio di occhiali dal piano della scrivania se li mise e aprì il mio fascicolo.
«Allora, dimmi, come vuoi impostare la cosa?» esordì. La sua domanda mi spiazzò. Lo stupore si fece largo sul mio viso. Non mi aspettavo certo di dover condurre le danze.
«Vedo che è il tuo primo ricovero. Che dritte ti hanno dato i tuoi compagni al gruppo di lavoro?»
«Dritte? Nessuna. Nessuno mi ha parlato di cosa avremmo discusso…» Seguì un imbarazzante silenzio. Nei miei occhi deve essersi stampata chiara la menzogna. Sul viso di Clara era apparso un sogghigno. «A dire il vero qualcosa mi hanno detto…» mi affrettai ad aggiungere per interrompere il suo sguardo tra l’ironico e l’inquisitorio.
«Non sei certo obbligato a dirmelo, non mi interessa. Mi interessa invece sapere cosa ti aspetti da questi nostri incontri… che obiettivi ti sei dato…»
«Obiettivi? Mah!» Le cose si complicavano. «Vorrei tornare là fuori in modo differente, potermela giocare!»
«Giocare? Giocarti cosa?»
«Giocarmi cosa..?» Ripetere le domande è sempre stata un’ottima tecnica per guadagnare tempo quando non si sanno le risposte. «La quotidianità, la vita, tutto quello che non sono riuscito a fare sino ad oggi!»
«Però! Mica da niente il tuo obiettivo! E cosa ti ha impedito di raggiungerlo sinora?»
«Tutto e niente. Forse la mia condizione di figlio adottivo, mia madre con le sue assurde e asfissianti premure. Un clima familiare iperprotettivo. L’impossibilità di poter dimostrare di sapermela cavare da solo, ciò che mi ha fatto sentire spesso inutile. Sì, queste potrebbero essere le cause principali del mio rifugio nella cocaina.» Sospirai e guardai la dottoressa. Ero perplesso. Mi ero fatto un’idea completamente diversa di quegli incontri: io avrei dovuto fornire gli elementi, lei la soluzione. Forse la terapia vera e propria doveva ancora iniziare. In questo modo, pensavo, non avrebbe mai trovato la combinazione per entrare nel disordine della mia interiorità. Mi sbagliavo e ben presto me ne sarei accorto.
«Credo sia inutile che ti dica che in questi nostri incontri sarà necessario dirsi la verità. Toccheremo punti anche dolorosi, cose fastidiose, spero tu ne sia consapevole. Per esempio, quali ricordi hai della tua vera madre, della tua precedente vita? Ammesso che tu ti ricordi ancora di qualcosa.»
«Non molti a dire il vero. Qualche episodio sporadico, ogni tanto dei flash improvvisi. Probabilmente si è trattato solo di sogni che si interrompono sempre sul più bello. I miei veri ricordi partono dal mio arrivo qui. Del mio passato non ricordo nulla.» Terminai poggiando le mani sulla scrivania.
«Interessante… ti sei mai chiesto il perché?»
«Credo dipenda dal fatto che sono partito troppo piccolo per ricordare.»
«È probabile. Però è strano che i tuoi ricordi partano dal tuo arrivo qui, non trovi? Com’è stato quel giorno?»
«Sono arrivato alla fine dell’inverno, il giorno del mio arrivo c’era un forte vento caldo. I prati attorno a casa erano macchiati di bianco; scoprii poi che era neve che si stava sciogliendo. Non sapevo nemmeno cosa fosse la neve! Fu come essere catapultato in un mondo surreale. All’epoca del mio arrivo i miei abitavano ancora in una vecchia casa che poi vendettero. Mi dispiacque molto lasciarla, era piccola e anche malandata, ma era viva. Sotto il tetto, dove in origine vi era un solaio, i miei avevano ricavato la mia camera. La rammento perfettamente in ogni suo centimetro. Sa che mi capita spesso di svegliarmi la mattina e nel dormiveglia essere convinto di trovarmi ancora lì? Quando l’illusione scompare e ritorna la realtà, è dura. La mia stanza aveva solo un piccolo oblò, era senza finestre e mi proteggeva. Era stracolma di roba. Quando arrivai tutto era in un ordine perfetto, pareva di essere in un museo. Ricordo che accanto al letto c’erano degli stivali gialli di gomma. Fu amore a prima vista. Li calzai subito e non me li tolsi più per parecchi giorni. Nemmeno per andare a letto, nonostante le insistenze di mia madre.»
Gli stivali di gomma riportarono nella mia mente le uscite pomeridiane con Giorgio quando niente e nessuno riusciva a dissuaderlo dal mettersi il soprabito e dal portarsi appresso l’ombrello. Bambino impaurito, gettato in un mondo estraneo, quegli stivali rappresentavano il mio scudo, la difesa contro le mie paure, proprio come l’ombrello e il soprabito per Giorgio.
«I primi giorni era un viavai di gente che veniva a casa per curiosare. All’epoca la decisione di un’adozione suscitava ancora scalpore. Il diverso era ancora più diverso di oggi. Le sorelle di mia madre ci facevano visita ogni giorno. Mi pare di sentirle ancora discutere quando restavano sole con me: “povera creatura indifesa”. “Vedrai quando cresce la sua pelle si schiarirà” diceva una. “Sei sicura?”, “Sì l’ho sentito alla radio… certo che sarebbe proprio un amore” rispondeva la seconda. Vedo ancora le facce delle zitelle, nelle cui rughe era stipata la polvere ipocrita delle sacrestie che frequentavano. Mi scrutavano, fra lo stupito e il deluso, come un animale raro. Il loro modo di guardarmi non è mai cambiato nemmeno quando il mondo si è aperto e un uomo dalla pelle differente non faceva più notizia!»


continua…

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