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Il peso delle ombre
Racconti veri o false storie?
di Mario Casella


A chi ha sopportato l’ingiusto peso della menzogna perché accusato a torto di aver mentito e a chi ha raccontato il falso, nella speranza che queste pagine siano d’aiuto per capire perché l’ha fatto.


Se un uomo è tanto privo di fantasia da produrre delle prove a sostegno di una menzogna, tanto vale che dica subito la verità.
Oscar Wilde

Chi afferma una cosa che nel suo animo o crede o suppone, anche se la cosa in sé è falsa, egli non dice una menzogna. Infatti nel suo parlare asserisce ciò che ha nell’animo e lo asserisce adeguandosi alla sua convinzione, e di fatto considera le cose come egli afferma.
Sant’Agostino

In fondo l’alpinismo ci piace ancora perché non v’è alcun criterio che permetta di distinguere tra vero e falso, neppure di fronte a noi stessi, neppure nel pieno dell’azione che solo in un secondo tempo sarà mediata e contaminata dal ricordo. Perché l’azione «è», vero e falso in essa non esistono, non sono neppure categorie mentali.
Alessandro Gogna


Indice

Introduzione

  1. Christian Stangl. L’ombra della paura sul K2
  2. Ambizione ottomila. Sulla vetta del Cho Oyu
  3. Walter Bonatti. La controversia sul K2
  4. Greg Mortenson. Tre o tremila tazze di tè?
  5. Monte Bianco. La statua della verità
  6. La conquista del Finsteraarhorn. Sorprendente, ma non impossibile!
  7. The Fake Peak. Le imprese di Cook in Alaska
  8. Severino Casara. Ergastolo per un Campanile
  9. Maurice Herzog. Un falso eroe?
  10. Ueli Steck. Annapurna andata e ritorno
  11. Cesare Maestri. La guerra del Cerro Torre
  12. Tomo Cesen. L’enigma del Lhotse
  13. Gli aiuti artificiali. Il nodo del doping
  14. Donne in montagna. Storie di onestà
  15. Reinhold Messner. L’ombra del Nanga Parbat
  16. Hans Peter Duttle. Everest fuorilegge
  17. Everest 1996. Uno scontro per la verità

Epilogo
Ringraziamenti
Bibliografia


Introduzione

Avrebbe preferito davvero essere malato di cancro piuttosto che di menzogna – perché anche la menzogna era una malattia, con la sua eziologia, i suoi rischi di metastasi, la sua prognosi riservata –, ma il destino aveva voluto che si ammalasse di menzogna, e non era colpa sua.
Emmanuel Carrère

Il giornalismo e l’alpinismo sono sempre state due paia di scarpe in cui ho infilato con passione i miei piedi. Un passo dopo l’altro, queste due attività mi hanno portato a incrociare su due diversi terreni il tema scivoloso della verità. In montagna mi capitava di sentire voci anche esperte che mettevano in dubbio le imprese eroiche di alpinisti che ammiravo. In quei momenti ero travolto da una valanga d’interrogativi: quanto si può essere onesti quando si persegue, magari in solitaria, un obiettivo difficile e rischioso come la scalata di un ottomila o di una parete ancora inviolata? E come cambia la vita di un alpinista su cui cade l’ombra del sospetto?
Verso la fine degli anni ’90, nel pieno della mia carriera giornalistica, ebbi l’occasione di osservare da vicino la natura e le conseguenze della menzogna in un ambito completamente diverso: lo scenario della grande politica. Era il 1997, il mio primogenito Zeno era nato da pochi mesi e io praticavo l’alpinismo senza più la sfrontatezza giovanile davanti al pericolo, ma con la perseveranza dettata da una sincera passione per la montagna e lo sforzo fisico. Sul piano professionale mi sentivo invece svuotato dalla superficialità imposta dai ritmi senza respiro nella copertura quotidiana dell’attualità internazionale.
Con mia moglie Lisa decidemmo allora che era giunto il momento di fare il grande passo e di gettarci in una nuova avventura professionale e umana. In quell’anno ci trasferimmo a Washington, dove avevo ottenuto un incarico come corrispondente dagli Stati Uniti per la televisione svizzera. Finalmente avrei potuto calarmi di persona in quel paese per raccontarlo al pubblico: una sfida affascinante e ricca di promesse.
L’impatto con la realtà della superpotenza americana fu però destabilizzante: era appena scoppiato lo scandalo degli incontri fin troppo ravvicinati tra la stagista Monica Lewinsky e Bill Clinton. La giovane donna aveva svelato ripetuti momenti d’intimità con il presidente, spingendosi fino al dettaglio di una fellatio avvenuta mentre Clinton era al telefono con un deputato del Congresso. Per mesi il mio più grande problema fu trovare dei sinonimi eleganti per non usare la parola «pompino» ogni volta che dovevo parlare di ciò che avveniva nell’ufficio ovale della Casa Bianca. A fine gennaio del ’98 il presidente era apparso in televisione, puntando il dito ammonitore e il suo sguardo pungente verso la telecamera: «Ascoltatemi bene. Lo ripeto: non ho avuto rapporti sessuali con questa donna. Non ho chiesto a nessuno di mentire, non una sola volta: mai. Queste accuse sono false». Sette mesi dopo lo stesso Clinton, torchiato da una commissione d’inchiesta, riapparve sui teleschermi per riconoscere di aver avuto delle «relazioni fisiche inappropriate» con Monica Lewinksy.1
E se Clinton aveva mentito per nascondere uno scandalo sessuale, che dire di Ronald Reagan, che aveva mentito sulla vendita segreta di armi all’Iran per finanziare la guerriglia contro il governo rivoluzionario sandinista in Nicaragua, o del segretario di Stato Colin Powell, che il 5 febbraio 2003 aveva mostrato al Consiglio di sicurezza dell’ONU una fialetta di antrace come prova – falsa – delle armi di distruzione di massa detenute dall’Iraq? Il regime di Saddam Hussein, dichiarò Powell, aveva già prodotto venticinquemila litri della micidiale sostanza: una scusa perfetta per giustificare un nuovo intervento militare. Pochi mesi dopo, quando la guerra in Iraq ordinata da George W. Bush Jr. era già iniziata, fu lo stesso Powell ad ammettere, costernato, che il suo discorso a New York era basato su false informazioni raccolte dall’intelligence americana.
Più di recente, la propensione dei politici americani alla menzogna ha avuto un degno seguito con la valanga di panzanate propinate dal magnate Donald Trump durante la sorprendente campagna elettorale che lo ha portato alla Casa Bianca, come la notizia che Barack Obama non è nato negli Stati Uniti o la statistica secondo cui i bianchi uccisi dalla polizia sono più numerosi dei neri.
La menzogna non è però una prerogativa esclusiva di Washington. Dall’altra parte del mondo Vladimir Putin, lo zar del Cremlino, ha negato la presenza di soldati russi schierati in Ucraina, e in Gran Bretagna Nigel Farage e Boris Johnson hanno snocciolato una serie di falsità nella loro propaganda a favore della Brexit per uscire dall’Unione europea. Per non parlare dell’economia: basta pensare allo scandalo scoppiato negli Stati Uniti nel settembre del 2015, quando si è scoperto che l’azienda tedesca Volkswagen aveva prodotto motori diesel truccati per risultare meno inquinanti.
La deriva generalizzata della verità ha addirittura spinto il dizionario Oxford della lingua inglese a proporre il termine post-truth, post-verità, come parola dell’anno per il 2016.
Dopo la mia temporanea full immersion nella menzogna della politica internazionale, rientrai ai piedi delle Alpi svizzere e rimisi gli scarponi. Fu a partire da quel periodo che cominciai a riflettere sul tema della bugia in montagna. Mi capitava infatti con una certa frequenza di imbattermi in storie di alpinisti, anche già affermati, che avevano dichiarato di aver scalato una cima prestigiosa ed erano stati contestati o smentiti da altri alpinisti o da cronisti qualificati del settore.
Queste storie, con il loro strascico di polemiche, suscitavano in me un misto di fastidio e di indignazione nei confronti di chi aveva osato tradire uno dei principi fondamentali che dovrebbero regolare ogni attività umana: il rispetto della verità. L’alpinismo era per me una sorta di isola felice in cui il valore della parola data era assoluto. Affermi di aver scalato una cima? Ti credo e non mi occorrono prove.
In parte era stato il desiderio di integrità morale a spingermi verso le montagne. Vivevo il successo di un’inchiesta giornalistica ben fatta con le stesse sensazioni che provavo nel raggiungere una vetta da una via impegnativa: con la soddisfazione di aver perseguito il mio obiettivo con pulizia e onestà, senza inganni o trucchi di sorta. Eppure non tutti gli alpinisti si comportavano correttamente.
Oltre all’irritazione, le storie di menzogne in montagna risvegliavano in me il tarlo della curiosità. Che cosa accade nella nostra testa – mi chiedevo – quando decidiamo di mentire? Per documentarmi e affinare la mia percezione iniziai a leggere con voracità tutto ciò che trovavo su questo tema. Volevo capire quali possono essere i fattori che spingono a falsare la realtà o a negare l’evidenza. Come si riesce a perseverare nella menzogna quando le prove dell’inganno sembrano schiaccianti? E come si può sopportare l’accusa di aver raccontato il falso nel caso in cui ci si sia comportati onestamente?
Mi accorsi allora che i libri più rivelatori non erano i saggi di psicologia o di sociologia, bensì alcune opere letterarie che ruotano attorno al tema della bugia e della finzione: dal Don Chisciotte di Cervantes ai personaggi di Doppia menzogna di Shakespeare, dal Pinocchio di Collodi al Felix Krull di Thomas Mann. Uno dei capolavori recenti e più efficaci di questo filone è senz’altro L’avversario dello scrittore francese Emmanuel Carrère.2 Il succo del suo romanzo-verità è riassunto nella quarta di copertina del volume: «Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico, come sosteneva e, cosa ancora più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone di cui non sarebbe riuscito a sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo».
L’aspetto più destabilizzante del romanzo di Carrère è che racconta una storia tragicamente vera: una vita costruita sull’inganno anche nei confronti delle persone più care al protagonista. «Di norma – scrive Carrère – una bugia serve a nascondere una verità, magari qualcosa di vergognoso, ma reale. La sua non nascondeva nulla. Sotto il falso dottor Romand non c’era un vero Jean-Claude Romand». È una storia che getta una luce inquietante sugli estremi cui può arrivare il meccanismo della menzogna.
Sono gli stessi eccessi che lo scrittore spagnolo Javier Cercas ha sviscerato in un libro-inchiesta di successo, L’impostore, dedicato alla figura di Enric Marco, un sedicente militante antifranchista che aveva ricoperto per anni la carica di presidente dell’associazione spagnola dei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti. Nel 2005 fu smascherato: Marco non era mai stato internato in un campo di sterminio e i racconti della sua lotta antifranchista erano tutti falsi. L’autore si avventura in una dolorosa esplorazione della psiche del protagonista, incontrandolo più volte per lunghe discussioni. I suoi interrogativi trovano però solo risposte parziali. Nelle pagine conclusive del libro, quando fa il bilancio delle bugie raccontate da Enric Marco, l’autore annota: «La cosa peggiore è che non credo che l’abbia fatto in malafede, in realtà ne sono sicuro. Era puro egoismo. Io, io, io, io e io! Pura ignoranza, pura incoscienza. Se Marco avesse saputo davvero cosa significa tutto questo, se l’avesse capito davvero, non avrebbe mai fatto quello che ha fatto».3
La mia escursione nella storia della menzogna tra attualità e letteratura ha fatto emergere in modo chiaro l’importanza di questo tema nella vita umana: anche gli eroi o i grandi personaggi, reali o leggendari, mentono. L’impostore è sempre in agguato dietro l’angolo. Le storie che stavo raccogliendo sul mondo della montagna mostravano la stessa vischiosità dei testi letterari: in assenza di prove certe, il dubbio si insinuava, la polemica divampava, e diventava difficile distinguere la verità dalla menzogna.
Lo scopo di questo libro non è quello di ristabilire la verità su alcuni tra i più controversi capitoli della storia dell’alpinismo, ma di sviscerare di volta in volta le conseguenze che una presunta menzogna ha avuto sulla vita di chi l’ha raccontata o subita. Ho scelto di esaminare solo i casi con una forte valenza umana, senza preoccuparmi di compilare un elenco esaustivo ed enciclopedico di tutte le polemiche nate sulle montagne. Nel mio setaccio ho cercato di salvare le vicende più rappresentative: quelle che hanno trasformato una scalata in un tormento interiore senza fine.
A stimolarmi è stata anche la scoperta dell’influenza che l’accertamento della verità – talvolta con strascichi nelle aule dei tribunali – ha avuto sui destini personali di ogni suo attore. L’impatto di una bugia o il sospetto di una menzogna hanno condizionato il futuro di molti alpinisti, più o meno noti al grande pubblico. Sono ombre che i protagonisti di questo libro hanno portato nel proprio zaino per tutta la vita.


1
Christian Stangl
L’ombra della paura sul K2

Un buon bugiardo inizia sempre dall’autoinganno.
Peter Stiegnitz

Sul finire dell’estate del 2010 un fulmine squarcia il cielo digitale della rete. È l’ammissione di una menzogna, di un inganno che indigna l’intera comunità alpinistica internazionale. Con la voce rotta dall’emozione Christian Stangl, noto alpinista e skyrunner austriaco, confessa: «Non ho raggiunto la vetta del K2 come da me annunciato pochi giorni fa». Il selfie postato in rete quale prova della sua impresa era stato scattato a 7500 metri di quota: oltre mille metri sotto la vera cima! La scalata in solitaria, senza ossigeno e in 70 ore da campo base a campo base, annunciata il 13 agosto precedente, in realtà non era avvenuta.
La notizia, diramata da una saletta dell’Hotel Bristol a Vienna, sconvolge la tranquillità mattutina del 7 settembre 2010 propagandosi da un sito Internet specializzato all’altro. Ne apprendo i dettagli durante uno dei miei regolari vagabondaggi tra i siti web dedicati alla montagna, proprio nei giorni in cui per la televisione svizzera sto preparando un documentario sui campioni dello sport che a un certo punto della loro carriera hanno vissuto una crisi profonda, sfociata per alcuni anche nel suicidio.
L’elenco dei casi tra cui pescare per raccontare questa faccia nascosta dello sport competitivo si andava completando. Nel mio quadernetto avevo annotato vari nomi. In prima fila vi erano i calciatori: dal dirigente della Juventus Gianluca Pessotto ai portieri di due nazionali rivali, l’italiano Gigi Buffon e il tedesco Robert Enke.
Gianluca Pessotto, ex difensore juventino e della nazionale italiana, tentò il suicidio gettandosi da un abbaino della sede del club torinese con un rosario fra le mani. Lo salvò il tettuccio di un’auto parcheggiata. Una vicenda che nel 2008, due anni dopo il disperato gesto, il calciatore ha raccontato in un libro dal titolo emblematico: La partita più importante.
Se Gianluigi Buffon, dopo una sfibrante crisi depressiva, era guarito e più attivo che mai tra i pali, il portiere tedesco Robert Enke invece non ce l’aveva fatta: in una serata d’autunno del 2009 si era gettato sotto un treno dopo sei anni caratterizzati da un’insopportabile alternanza di periodi depressivi e guarigioni.
Anche nel ciclismo, disciplina per la quale si parla soprattutto di doping, la depressione e il burn out si nascondono dietro ogni colpo di pedale. I nomi più noti vanno dallo spagnolo José Maria Jimenez detto «El Chava» (il selvaggio), morto per infarto a inizio dicembre del 2003 mentre era ricoverato in una clinica psichiatrica madrilena per una sindrome depressiva, al «Pirata» Marco Pantani, colpito dallo stesso male tra il 2001 e il 2003 e morto a Rimini il 14 febbraio 2014 per una overdose di cocaina in un contesto dai retroscena non ancora del tutto chiari.

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2
Ambizione ottomila
Sulla vetta del Cho Oyu

Se dici la verità, non devi ricordare nulla.
Mark Twain

«Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci…»
Mi fermo. Cerco di recuperare l’aria nei miei polmoni sgonfiati. Poi via, altri dieci passi: dieci impronte nella neve soffiata che arriva fino al ginocchio. Sono ormai un automa. Un automa spompo e con la testa vuota. Avanzo solo per inerzia e spinto da una forza di volontà che non ho né il tempo né la lucidità necessari per capire se abbia più i tratti dell’incoscienza o di una ponderata determinazione.
Mancano solo poche decine di metri alla vetta del Cho Oyu, il mio primo ottomila. Mentre ci diamo il cambio con Pierino Giuliani a batter traccia, non posso immaginare che quelle impronte lasceranno un segno profondo nel mio futuro. Non posso ancora sapere che la scalata di un ottomila è come un viaggio su un pianeta senza ossigeno dal quale torni con l’inesorabile bisogno di respirare ogni nuovo giorno in modo più intenso.
Oggi, riguardando la foto di vetta scattataci dall’alpinista italiano Enrico Rosso che ci aveva raggiunti dopo aver condiviso con noi la notte nella tendina dell’ultimo campo a 7400 metri, rivivo in parte le emozioni di quel momento. Scopro però anche che chiunque, se volesse, potrebbe sollevare un legittimo dubbio sul nostro effettivo arrivo in cima. Lo sfondo che incornicia i nostri volti è un banale cielo blu coperto da un velo di nebbia sospinto dal vento. Nell’istantanea non appare alcun punto di riferimento che permetta di identificare la vetta: un paletto o la vista dell’Everest che dovrebbe stagliarsi sullo sfondo a pochi chilometri di distanza.
avuto come teatro, ancora una volta, il K2. E una vittima dal nome illustre: Walter Bonatti.

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3
Walter Bonatti
La controversia sul K2

La fiducia reciproca è il fattore più importante nel matrimonio, nell’arrampicata su roccia e nelle relazioni tra avvocato e cliente. […] Nel caso di relazioni molto strette, l’aspettativa comune di fiducia reciproca può portare ad una collaborazione, o anche connivenza, tra bugiardi e ingannati. Questo al fine di mantenere la plausibilità di una bugia, come pure la plausibilità di una persistente fiducia. Quando questo avviene non è più chiaro chi inganna chi.
John A. Barnes

La salita verso la verità può iniziare dalla scala in pietra che porta al casolare di Walter Bonatti. È qui, nel villaggio di Dubino, all’imbocco della Valtellina, che questa leggenda dell’alpinismo si è rifugiata negli ultimi anni della sua vita con la compagna Rossana Podestà.
È l’autunno del 2002 e da poche settimane sono rientrato da un infruttuoso tentativo di scalata al Gasherbrum 4 in Pakistan, una delle montagne più belle e difficili al mondo, un’interminabile lavagna di roccia e ghiaccio affacciata sul ghiacciaio del Baltoro e che uno strano scherzo nello scontro tra placche tettoniche ha sospinto verso il cielo fino a un’ottantina di metri dalla magica quota di ottomila metri.
L’obiettivo della nostra spedizione era di affrontare l’impegnativa cresta percorsa per la prima volta dagli italiani Carlo Mauri e Walter Bonatti nella loro storica scalata del 1958, a tutt’oggi mai emulata da nessuno. Eravamo tornati a casa scornati e delusi per la sconfitta impostaci dal brutto tempo e dalle incessanti nevicate.
Per completare il documentario che con il regista Fulvio Mariani stavo realizzando sulla nostra spedizione, svoltasi nel clima surreale di un Pakistan fermo nel tempo a meno di un anno dall’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, mancava ancora un’intervista con Bonatti. Per me l’incontro aveva un interesse supplementare, poiché su quell’esperienza, sospesa tra il crollo delle Torri e una guerra nucleare all’apparenza ormai imminente tra India e Pakistan, stavo anche scrivendo un libro.
Walter ci accoglie con un sorriso in cima alla scalinata. È curioso di sapere come sta quella montagna a lui così cara ed è felice di rivedere Fulvio con cui, appena qualche anno prima, aveva fatto un lungo viaggio in Patagonia sulle tracce di padre Alberto Maria De Agostini. A metterlo ancor più di buonumore è che, almeno per una volta, qualcuno è venuto a chiedergli del G4 e non del vicino K2 e delle polemiche relative alla prima salita italiana del 1954.
Quando inizia a parlare il suo sguardo, da taluni definito burbero, s’illumina di orgoglio: «Cos’era il G4? Era la provocazione pura! Tentarne la scalata era, in quel periodo, la maggior sfida che si potesse lanciare all’intero ambiente dell’alpinismo mondiale».
Lo scopo della nostra intervista è di strappare a Bonatti una valanga di superlativi per descrivere l’eccezionale impresa da lui compiuta quarantaquattro anni prima con Carlo Mauri sulla cresta finale del G4. Un successo condiviso al campo base anche dal capo spedizione Riccardo Cassin, un altro «trombato» del K2, escluso all’ultimo momento da Ardito Desio per presunti problemi fisici.

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4
Greg Mortenson
Tre o tremila tazze di tè?

Abbiamo prove chiare e schiaccianti del fatto che l’individuazione dell’inganno, e spesso la sua diffusione, sono state forze decisive a favore dell’evoluzione dell’intelligenza. Forse paradossalmente, la disonestà è stata spesso la lima che ha permesso di affilare gli strumenti intellettuali per arrivare alla verità.
Robert Trivers

Può capitare a chiunque: cammini per strada o percorri un sentiero tra le montagne e inciampi nella storia perfetta senza rendertene conto. Un fragile filo invisibile è teso a livello del terreno, ma il tuo passo deciso lo trancia e lo calpesta. A me è successo nel 2002, scendendo a valle dopo un lungo soggiorno tra i colossi montuosi del Karakorum in Pakistan.
Nemmeno un anno dopo il tragico attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre ero sulla via del ritorno da un infruttuoso tentativo di scalata al Gasherbrum 4 (7925 metri). Dopo aver superato l’impegnativo passo di Gondogoro, un colle laterale che permette di accorciare di alcuni giorni la lunga marcia sull’interminabile ghiacciaio del Baltoro, avvistai finalmente il primo villaggio abitato: Hushe.
Ormai sfinito per lo sforzo, giunto all’entrata del piccolo agglomerato, non prestai grande attenzione a un cartello metallico blu che segnalava una scuola per ragazze creata lì pochi anni prima da una fondazione statunitense: il Central Asia Institute (CAI). Passai oltre desiderando unicamente qualcosa da bere e una jeep che mi riportasse alla civiltà. Muovendo quegli affrettati passi troncai il filo di una storia che avrebbe potuto avere un titolo perfetto, Combattere il terrorismo con i libri. Una storia con un potente messaggio di speranza e un protagonista che incarnava la figura dell’eroe positivo. Negli anni ’90 Greg Mortenson, l’ideatore e l’anima del CAI, aveva dato vita nei villaggi isolati del Baltistan a un progetto di scuole che avrebbe creato le fondamenta per la nascita di un mito: la figura epica di uno statunitense impegnato in prima persona nell’aiuto umanitario in zone ostili quali il Pakistan del Nord e l’Afghanistan. Erano gli stessi luoghi in cui stava nascendo il movimento radicale dei taliban che l’11 settembre del 2001 avrebbe messo in ginocchio gli Stati Uniti.
Pochi anni dopo aver tentato senza successo la scalata del K2, Morteson era diventato una star planetaria, uno scrittore e un conferenziere in grado di generare introiti per decine di milioni di dollari l’anno. I suoi due libri, Tre tazze di tè e La bambina che scriveva sulla sabbia, sono stati dei successi globali e hanno fatto esplodere le casse del Central Asia Institute. Il primo figurò per ben 220 settimane nell’ambitissima lista del «New York Times» dei libri più venduti (nella categoria «non fiction») ed è stato tradotto fino ad oggi in ben 47 lingue.

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5
Monte Bianco
La statua della verità

Pazienta per un poco: le calunnie non vivono a lungo. La verità è figlia del tempo: tra non molto essa apparirà per vendicare i tuoi torti.
Immanuel Kant

Le polemiche nate attorno al K2 sulla salita dell’alpinista austriaco Stangl e sull’intervento umanitario dell’americano Mortenson sono di natura completamente diversa tra loro, ma confermano una realtà: il ruolo centrale di Internet nella diffusione planetaria delle controversie. I blog, i social media settoriali e i siti specializzati diffondono ormai in tempi brevissimi, sbandierandoli ai quattro venti, anche i risvolti secondari di vicende come queste.
La rete è un megafono infallibile per far trionfare il dubbio: poco importa se le perplessità siano giustificate o meno. È un male tipico della nostra epoca, verrebbe da dire. Va però ricordato che nell’alpinismo il ruolo dei media – libri e giornali – ebbe effetti negativi già a fine Settecento sulle vite e sulla fama di alcuni frequentatori delle montagne.
Lo scenario non era ancora quello himalayano, ma quello più modesto della prima salita al Monte Bianco. Quella vetta di cui s’ignorava ancora l’altitudine precisa ma che, a giudizio unanime, doveva essere la più alta delle Alpi, attirò da subito l’interesse dell’affermato botanico, geologo e glaciologo ginevrino Horace-Bénédict De Saussure, grande appassionato di esplorazioni alpine.
Per studiarne la morfologia De Saussure si recò a Chamonix una prima volta nel 1760. L’anno seguente, in occasione di una seconda visita, fece affiggere alla porta di ogni chiesa della valle un avviso offrendo un premio in denaro a chiunque fosse stato in grado di scoprire l’itinerario per salire in vetta.
La sfida era lanciata e all’interesse scientifico della scalata si sovrappose subito quello economico e la prospettiva di una notorietà assicurata. Arrivare per primi in vetta al Monte Bianco significava segnare il proprio nome nella storia dell’esplorazione e dell’alpinismo. Per i portatori e le guide alpine che cominciavano a guadagnarsi da vivere accompagnando i turisti in montagna la conquista del Monte Bianco equivaleva a un odierno spot pubblicitario in TV, nella fascia serale che precede l’edizione principale del telegiornale.
Quando De Saussure inizia a interessarsi seriamente al Monte Bianco, il suo più serio concorrente

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6
La conquista del Finsteraarhorn
Sorprendente, ma non impossibile!

Niente è più inconcepibile del fatto che tra gli uomini possa emergere un impulso onesto e puro verso la verità.
Friedrich Nietzsche

Una serie interminabile di torrette ricoperte di neve e di ghiaccio instabile. Una roccia sgretolata e poco affidabile. Un vuoto e un’esposizione costanti che ti costringono a un’arrampicata precaria e a picco su alcuni dei più lunghi ghiacciai delle Alpi. Metro dopo metro, ho già avuto la possibilità di misurare l’ebbrezza e l’impegno dell’interminabile cresta sud-est del Finsteraarhorn che, con i suoi 4274 metri, è la cima più alta delle Alpi bernesi.
Era il 1985 e la scalata costituiva una prova cruciale nella lunga formazione per ottenere il diploma di guida alpina. Ad aumentare la pressione sul nostro gruppo vi era il tempo di salita registrato il giorno precedente da un’altra classe. Si trattava, anche se nessuno lo aveva dichiarato ad alta voce, di mostrare ai colleghi che noi eravamo in grado di far meglio. Uno dei pochi metodi per abbassare i tempi era piazzare meno punti di protezione e salire perciò quasi a passo di corsa, sempre con la corda corta in mano, «in conserva», come si dice nel gergo alpinistico. Tutto ciò aggiungeva un tono adrenalinico all’estenuante scalata. Un’adrenalina e una corsa sul filo della precarietà che mi sono rimaste impresse nella mente.
Chiunque abbia avuto il piacere di compiere questa scalata si sarà chiesto come, a inizio Ottocento, un gruppo di alpinisti sia riuscito a percorrere la cresta in una sola giornata. Il dubbio sorse già nell’estate del 1812 quando, dopo una discesa a valle durata più giorni, i cinque membri del vittorioso gruppo annunciarono di aver piantato il 16 agosto una bandiera sulla vetta del Finsteraarhorn. Erano due cacciatori di camosci del Canton Vallese, Alois Volken e Joseph Bortis, un garzone dell’ospizio del Grimsel, Arnold Abbühl, affiancati da Kaspar Huber, una guida alpina di Guttannen, e dal giovane Rudolf Meyer, figlio di un

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7
The Fake Peak
Le imprese di Cook in Alaska

Come qualunque buon bugiardo sa, una menzogna ha successo soltanto quanto è impastata con la verità.
Javier Cercas

L’altezza e la notorietà di una montagna sembrano avere il potere di aumentare le probabilità di una menzogna. La conferma arriva dalla gelida vetta del Mount McKinley in Alaska, una cima che nel 2015, per un decreto presidenziale dell’amministrazione Obama, è stata ufficialmente ribattezzata con il nome Denali, «alto» nella lingua del popolo indigeno dei koyukon.
Con i suoi 6190 metri il Denali è il rilievo più elevato dell’America del Nord. Ad affibbiare al colosso ghiacciato il nome di McKinley fu nel 1896 uno dei più attivi cercatori d’oro della regione. La sua proposta, subito impostasi a livello popolare, era nata in segno di appoggio a William McKinley, allora candidato repubblicano alla Casa Bianca. Eletto l’anno successivo alla carica di venticinquesimo presidente degli Stati Uniti, McKinley fu assassinato a colpi di pistola da un anarchico all’inizio di settembre del 1901, sei mesi dopo l’inizio del suo secondo mandato.
La prima scalata della montagna a lui intitolata fu oscurata dall’ombra del sospetto: un secolo prima del falso di Stangl al K2, fu una fotografia di vetta a svelare l’inganno messo in scena dall’esploratore americano Frederick Cook sul Denali. Vien quasi da lanciare un avviso ai furbi: «Attenti allo sfondo!». Fu l’orizzonte della foto, infatti, a incastrare in modo definitivo l’esploratore artico.
Per ravvivare la memoria di quel panorama rispolvero dai miei archivi la foto scattatami dall’amico Delio Ossola mentre abbraccio l’altro compagno di cordata, Mosè Mercolli, in cima al Denali. Sullo sfondo appare in modo inequivocabile la pianura a nord del colosso di ghiaccio, lasciando intuire la posizione dello scatto grazie alle cime circostanti. Fu una scalata dura, cominciata sulla parete sud lungo la via aperta nel 1965 da Riccardo Cassin con i Ragni di Lecco. Dopo l’ultimo bivacco, quando eravamo ormai a poche ore dalla cresta sommitale, i ranger del parco nazionale ci ordinarono via radio, e per fortuna in modo tassativo, di scendere in fretta dalla parete: una violentissima e repentina tempesta ricoprì in poche ore la montagna con quasi un metro di neve fresca. Dopo un paio di giorni di riposo nelle tende alla base del Denali, ritentammo di nuovo la cima, questa volta dalla via Messner, sempre sulla parete sud. Il ricordo della terribile bufera e delle corde doppie per scendere al piede della muraglia di roccia e ghiaccio si accompagna alle lacrime in vetta di Mosè, che volle dedicare la salita al padre scomparso pochi mesi prima. I pixel della foto

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8
Severino Casara
Ergastolo per un Campanile

Che un’alpinista menta è cosa inconcepibile. Titolo di nobiltà degli uomini di montagna è questa assoluta legge d’onore che non ha mai avuto bisogno, grazie a Dio, di norme o sanzioni.
Dino Buzzati

Fatico a credere che l’uomo seduto davanti a me possa avere già settant’anni. Eppure ha incontrato di persona Severino Casara, l’alpinista al centro di una discussa scalata che risale all’autunno del 1925. Casara è scomparso nel 1978 per cui, vista l’impossibilità di raccogliere la sua testimonianza diretta, mi affido ad Alessandro Gogna, una delle due persone che più hanno studiato la vicenda. Figura centrale dell’alpinismo italiano del secondo Novecento, guida, divulgatore della cultura legata alla montagna e frequentatore delle pareti più difficili del mondo intero, ha aperto più di duecento vie sulle Alpi, anche in solitaria, su itinerari vertiginosi.
Oltre alla folta capigliatura riccioluta bianca, Gogna possiede una mente acuta e in continua ebollizione creativa che produce apprezzate riflessioni sull’alpinismo. Sono venuto a trovarlo nel suo accogliente rifugio, nascosto tra gli atelier dell’alta moda lungo i Navigli di Milano, perché Alessandro ha scritto a quattro mani con Italo Zandonella Callegher – storico delle Dolomiti – un libro di ben 336 pagine sulla polemica nata attorno a una discussa scalata di Severino Casara. All’origine di quel progetto editoriale vi fu il ritrovamento di molti materiali, in parte ancora inediti, raccolti con pazienza e ostinazione da Zandonella Callegher.

continua…


9
Maurice Herzog
Un falso eroe?

Troppa verità o troppe menzogne soffocano la bugia, che per crescere ha bisogno di un ambiente protetto, così protetto da riuscire meglio quando risulta mascherata da tanti elementi di verità, detti con l’intenzione di ingannare.
Maria Bettetini

Non è facile avere per padre un eroe. Per un eroe invece deve essere un’esperienza traumatizzante subire una condanna pubblica da parte della figlia. Eppure è proprio questo il triste epilogo di una storia iniziata come un’epopea sportiva e terminata nella polvere per una famiglia dell’aristocrazia francese che si è ritrovata a lavare in pubblico i propri panni sporchi.
La storia in questione è quella della scalata del primo ottomila e del mito costruito dalle istituzioni sportive e politiche francesi attorno a questa vittoria.
Il 3 giugno 1950 Maurice Herzog e Louis Lachenal toccarono per primi nella storia dell’uomo la vetta di un ottomila: l’Annapurna, quotato oggi 8091 metri. Ad arrivare in cima furono in due, ma Herzog fu glorificato dai media come l’unico eroe dell’impresa.
Nell’agosto del 2012, quasi sessant’anni dopo quella storica giornata e quattro mesi prima della morte di Herzog, la figlia Félicité pubblicò un libro impietoso nei confronti del padre, presentato come un personaggio ambiguo: «Qualcosa in lui non era vero. Lo ascoltavo con attenzione, assorbita dal suo fascino, dai suoi fluidi, e la semplice constatazione che feci era che mentiva». A novantatré anni «Momo», com’era affettuosamente chiamato dai suoi amici, ebbe giusto il tempo di scoprirsi ritratto come un gran bugiardo, donnaiolo e «cannibale del sesso». Dopo aver letto il libro, esclamò irritato: «Non è mia figlia che l’ha scritto».

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Ueli Steck
Annapurna andata e ritorno

Il solo fatto che tu sia stato sulla Luna non significa che tu sia un esperto in ogni cosa. Quando torni diventa più difficile trovare qualcosa di nuovo. […] D’improvviso ti ritrovi sulla Terra e devi cercare una nuova montagna da scalare. Ma non ne trovi una con la stessa sfida, rischio, avventura, e con la stessa soddisfazione. Per questo motivo continui a cercare… Sono una persona che non riesce a sedersi e alzare una scritta che dice: «Sono stato sulla Luna, tutti voi mi dovete qualcosa!» Io non sono fatto così. Devo uscire e trovare qualcos’altro da fare.
Eugene Cernan

In un pomeriggio di metà ottobre del 2013 sorseggio un buon caffè al bancone nell’atrio del palazzo che ospita l’International Mountain Summit (IMS) di Bressanone, in Alto Adige. Sono stato invitato a questo importante appuntamento per moderare un dibattito tra alpinisti e medici sul tema della telemedicina in montagna.
Mentre ripasso mentalmente i punti sui quali dovrò sollecitare i vari relatori, il mio sguardo si posa sulla porta a vetri che dà accesso all’atrio. In quell’attimo appare sulla soglia, come un miraggio, la sagoma magra e scattante di Ueli Steck, l’alpinista svizzero noto come «the Swiss Machine» per i suoi record di salita sulle montagne più difficili delle Alpi e dell’Himalaya.
Non credo ai miei occhi: Steck, che conosco da anni, non è annunciato nel programma dell’IMS. La mia sorpresa è totale perché nemmeno una settimana prima, nella notte tra l’8 e il 9 ottobre per la precisione, Steck ha compiuto un’impresa incredibile: la scalata in solitaria della parete sud dell’Annapurna. Ho appreso la notizia da poco e ora mi ritrovo di fronte Ueli Steck in carne ed ossa.
Approfitto del fatto che nessuno l’abbia ancora riconosciuto per bloccarlo e chiedergli di farmi compagnia per un caffè. So che non può resistere alla tentazione della caffeina. Gli faccio subito i complimenti per l’impresa di pochi giorni prima e gli chiedo come sta. «Sono ancora lassù! – risponde. – Provo una sensazione molto strana: è come se non fossi ancora sceso dalla cima». I suoi occhi arrossati vagano nel vuoto, come quelli di una persona in uno stato di trance. Senza lasciarmi il tempo di formulare un’altra domanda, aggiunge: «Mi sento come se fossi appena tornato da un altro pianeta».
Cerco di strappargli qualcosa di più, ma mi accorgo che la sua mente è assente. E io devo scappare per moderare la discussione con i medici. Alla fine del mio intervento ricevo una tragica notizia: Silvio Vicari, un carissimo amico, guida alpina e compagno di molte avventure in montagna, ha perso la vita per un’assurda caduta durante una corsa d’orientamento nel Canton Ticino. È stata Michela, la sua compagna, ad avvisarmi per telefono. Con un nodo in gola lascio subito Bressanone per rientrare a casa, dimenticandomi di Ueli Steck.

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Cesare Maestri
La guerra del Cerro Torre

Se volete sapere perché non ho detto niente, vi basterà cercare ciò che mi ha forzato a tacere. Le circostanze dell’evento e le reazioni dell’ambiente sono corresponsabili del mio silenzio. Se vi dico cosa mi è accaduto, non mi crederete, riderete, prenderete la parte dell’aggressore, mi porrete delle domande oscene o, peggio ancora, avrete pietà di me. Qualunque sia la vostra reazione, mi basterà parlare per sentirmi male al vostro sguardo.
Boris Cyrulnik

«Credimi, non ho più nessuna voglia di fare polemiche. Le lascio fare agli “storici”. Ti abbraccio.» Si chiude così l’affettuoso messaggio di Cesare Maestri, scritto a mano con una tremolante grafia in stampatello. Una busta con una copia dei suoi due ultimi libri mette la parola fine ai miei ripetuti tentativi di fargli visita per una chiacchierata nella sua Madonna di Campiglio. Il motivo del rifiuto è il tema di cui avrei voluto parlare con lui: il Cerro Torre, l’ardita torre patagonica che supera di poco i tremila metri d’altezza, ma che, per la sua verticalità, la compattezza del granito e l’esposizione alle bufere dell’estremo sud del continente americano, è rimasta una delle mete più ambite d’ogni alpinista di alto livello. Una montagna che per molto tempo è stata definita «impossibile».
La sottile linea che separa il possibile dall’impossibile ha trafitto come una lancia Cesare Maestri. L’anziano fuoriclasse dell’arrampicata, ormai quasi novantenne, si porta penosamente appresso per le stradine di Madonna di Campiglio questa lama che gli trapassa il torace. Fin dal primo giorno in cui avevo deciso di occuparmi degli scalatori accusati, a torto o a ragione, di aver mentito sui loro successi alpinistici, sapevo che avrei dovuto affrontare la controversa figura di Cesare Maestri.
L’intestazione della lettera con cui il «Ragno delle Dolomiti» si sottraeva ai miei tentativi di avvicinarlo rivela la poliedricità del personaggio: «guida alpina – istruttore nazionale – maestro di sci – scrittore – giornalista»! Il punto esclamativo è mio. Sono le poche righe battute a macchina che precedono quelle scritte a mano a sottolineare la sua grandezza: «Ha portato a termine più di 3000 scalate», di cui «un migliaio arrampicando da solo». Scalate come la vertiginosa Via delle guide sul Crozzon di Brenta, 800 metri di VI grado, salita in solitaria e «buttando la corda nel vuoto perché ostacolava i movimenti».
Avevo provato in ogni modo a parlare con lui. Alternavo le lettere ad autentici agguati telefonici. Avevo anche coinvolto come intermediari alcuni miei conoscenti. Quando lo incrociai per le strade di Trento durante il Festival del film della montagna fui quasi tentato di piazzarmi davanti a lui per spingerlo in un angolo e costringerlo a rispondere alle mie domande. La mia intenzione non era di infierire su un ottantenne, provato dal peso degli anni e prostrato dall’ignobile fama di essere uno dei più grandi bugiardi della storia dell’alpinismo. Come ebbi poi occasione di spiegargli nel corso di una lunga telefonata, il mio scopo non era sapere se avesse messo piede o meno sulla vetta del Cerro Torre. Volevo invece, in tutta sincerità, dar voce alla sofferenza di un uomo che per decenni alpinisti, giornalisti e scrittori di ogni angolo del pianeta avevano accusato d’aver mentito.

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Tomo Cesen
L’enigma del Lhotse

In fondo quando si mente con eleganza e inventività si vorrebbe sempre, da un lato, convincere che stiamo dicendo la verità, e dall’altro essere smascherati, in modo che venga riconosciuta la nostra bravura. Talora l’assassino confessa il proprio delitto, rimasto impunito, perché l’investigatore riconosca la sua abilità.
Umberto Eco

Cercare da un antiquario le risposte a una polemica che coinvolge una persona ancora in vita è un po’ come chiedere a un archeologo di procedere a nuovi scavi al Colosseo per capire la politica italiana di questi ultimi anni. Un’operazione assurda, che mi sono però ritrovato a dover compiere per venire a capo di uno dei casi più discussi della storia dell’alpinismo: la prima salita della parete sud del Lhotse in Nepal. Un’impresa realizzata, manco a dirlo in solitaria, dallo sloveno Tomo Cesen nel 1990.
Un paio di anni fa presi contatto con lui via posta elettronica chiedendogli un’intervista per un programma della RSI, la rete televisiva svizzera in lingua italiana. Inaspettatamente ricevetti un’immediata risposta positiva. Si trattava solo, scriveva Tomo Cesen, di trovare il momento giusto, considerati i suoi numerosi impegni. Non gli avevo scritto che volevo parlare del Lhotse, ma davo per scontato che quando si è interpellati sulla propria carriera alpinistica si debbano affrontare anche le pagine più controverse. Seguirono altri messaggi, che purtroppo rinviavano di continuo l’atteso incontro.
Nelle prime settimane del 2017, oltre un quarto di secolo dopo l’inizio della polemica Cesen-Lhotse, la rivista di montagna francese «Vertical» pubblicò un lungo articolo con parole e titoli impietosi: «L’impostura Cesen», «nuove rivelazioni sull’affare Cesen», uno dei maggiori «enigmi della storia dell’alpinismo».

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13
Gli aiuti artificiali
Il nodo del doping

Il reato più imperdonabile all’interno della comunità alpinistica è mentire sulle condizioni in cui è stata realizzata una scalata.
Per esempio: rivendicare una scalata senza ossigeno quando, in realtà, un alpinista l’ha usato, o alludere a una scalata senza desametasone anche quando si è usato questo farmaco per accelerare l’acclimatazione.
Lydia Pyne

Non ho mai assunto un farmaco nel corso di una spedizione himalayana con l’intento di aumentare le mie probabilità di successo. A dire il vero c’è stata però un’eccezione. Mi trovavo ancora a Nuova Delhi, ad attendere l’arrivo di alcuni bidoni con dell’importante materiale d’arrampicata andati persi nel volo dall’Europa verso l’Asia. Con mia moglie Lisa e gli amici Aldo ed Elisabetta volevo aprire una nuova via su un seimila nella regione del Garhwal, nell’Himalaya indiano. Dopo numerosi quanto inutili andirivieni tra l’albergo e l’aeroporto e dopo alcune notti passate senza chiuder occhio per la tensione accumulata, ero ridotto a uno straccio. Per la prima volta in vita mia decisi allora di prendere un sonnifero. Siccome non conoscevo l’effetto del farmaco, mi limitai a ingoiare metà pastiglia. Mi addormentai come un sasso; il problema fu che non riuscivo più a svegliarmi. Dormii per tre giorni filati, alzandomi solo alcune volte come un sonnambulo per raggiungere il bagno. Mia moglie mi prende in giro ancora oggi per quell’episodio. Non oso immaginare l’effetto che anche solo un quarto di quella pasticca avrebbe potuto avere sul mio corpo in una tendina ad alta quota.
Spedizione dopo spedizione, chi pratica con regolarità l’alpinismo extraeuropeo sperimenta le reazioni del proprio corpo all’alta quota e ai farmaci che possono alleviare o curare le conseguenze debilitanti della carenza d’ossigeno e di uno sforzo prolungato. Da parte mia, l’unico aiuto che assumo regolarmente sopra i cinquemila metri è un’aspirina a basso dosaggio, la stessa che i medici consigliano ai cardiopatici. Come molti amici alpinisti, ho sempre creduto che avesse la proprietà di fluidificare il sangue riducendo il rischio di edema polmonare o cerebrale, finché un giorno Luigi Festi, presidente della commissione medica del Club alpino italiano, mi ha spiegato che l’aspirina non fluidifica il sangue ma «ha un potere antiaggregante piastrinico e inibisce quindi la coagulazione favorita dalla disidratazione da alta quota». Inoltre, grazie alle sue proprietà analgesiche e antinfiammatorie, cancella scompensi come il mal di testa e il dolore da stanchezza. Presenta però un inconveniente: in casi estremi può provocare una perforazione gastrica dalle conseguenze devastanti in un ambiente impervio o lontano da strutture sanitarie.
Ma, al di là delle sue proprietà e dei suoi possibili effetti collaterali, prendere questo farmaco è una forma di doping? L’aspirina non figura sulla lista delle sostanze dopanti della WADA (World Anti-Doping Agency). Persino Reinhold Messner, uno dei fautori dell’alpinismo by fair means, senza aiuti artificiali, ha ammesso a più riprese di avervi fatto ricorso. Basta però trascorrere qualche ora tra le tende di un campo ai piedi di un ottomila per capire che i sonniferi e le aspirine non sono gli unici farmaci assunti da chi punta alla scalata di una cima himalayana. Queste tendopoli dell’effimero appaiono all’occhio di un osservatore attento come delle farmacie o dei laboratori di medicina sportiva dove spesso ci si bomba per assicurarsi la vetta. Tutti dopati allora?

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14
Donne in montagna
Storie di onestà

I tre temi più ricorrenti nelle bugie degli uomini sono […]: l’auto, il lavoro e il tempo libero. Le donne per contro mentono più spesso quando parlano di peso, età e comportamento negli acquisti. Al quarto rango nella graduatoria delle menzogne per entrambi i sessi figura la fedeltà.
Le donne però negano più spesso per autoinganno, specialmente quando parlano dell’infedeltà del compagno.
Andrea Haefely

La montagna è donna e lo scalatore è uomo? Purtroppo la discriminazione di genere è rimasta per decenni una triste e incontestabile realtà nella storia dell’alpinismo. Le porte della prima storica associazione di alpinisti, l’Alpine club britannico, rimasero chiuse alle donne fino alla seconda guerra mondiale. Il Club alpino svizzero (CAS) escluse in modo totale e incondizionato le donne con una decisione risalente al 1907. Nacque così un’associazione distinta, il Club alpino femminile svizzero, che confluì poi nel CAS solo nel 1980. In Francia, Austria, Germania e Italia, seppur con tempi di accettazione diversi, non vi furono invece restrizioni particolari. Tuttavia per le donne appassionate di montagna – e probabilmente anche per molti uomini – l’appartenenza a un’organizzazione alpinistica ufficiale sembra l’ultima delle preoccupazioni. Una donna innamorata dell’avventura in quota non chiede l’autorizzazione a nessuno per realizzare i propri sogni. A ricordarcelo sono alcune storiche salite femminili al Monviso, al Cervino e al Monte Rosa risalenti all’Ottocento. Furono passi gravidi di un altissimo potenziale di polemiche e menzogne, eppure ogni contrasto si sgonfiò forse proprio grazie alla femminilità. Le donne sembravano fin dall’inizio più interessate alla montagna che alle polemiche. Lo si capì subito alla fine degli anni trenta dell’Ottocento, quando sul Monte Bianco fu sventato un potenziale teatrino della menzogna.
Il 3 settembre 1838 Henriette de Angeville, una pioniera dell’alpinismo nata nel 1794 in Francia e morta nel 1871 in Svizzera dopo una brillante attività nel campo della speleologia e della mineralogia, riuscì a

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15
Reinhold Messner
L’ombra dal Nanga Parbat

Rientrato nel mondo civilizzato, il capo spedizione Herrligkoffer si inventò la storia che io avrei agito per ambizione personale, che avrei lasciato mio fratello morto alla forcella Merkl e – mosso dal desiderio di conquistare la fama – sarei sceso da solo lungo il versante Diamir. E questa affermazione soltanto, resa pubblica senza alcuna motivazione a sostegno e mai ritirata, ha alimentato il conflitto che ormai da quarant’anni cova sotto la cenere.
Reinhold Messner

Un libro sui contraccolpi delle menzogne nate in montagna, reali o false che siano, non ammette cedimenti sulla verità. Perciò lo riconosco, non sono riuscito a parlare direttamente con Reinhold Messner di una delle ombre più pesanti che si allungano sulla sua vita: l’accusa di avere delle responsabilità personali nella morte del fratello Günther, scomparso nel 1970 durante la prima scalata dell’inviolata parete Rupal sul versante meridionale del Nanga Parbat (8126 m).
Dopo il rifiuto di Cesare Maestri e di Tomo Cesen, ho incassato con iniziale sconforto questo terzo fallimento. Con Messner però non ho insistito troppo, anche perché l’alpinista più famoso del mondo aveva già risposto decine di volte e in forme diverse alle pesanti accuse rivoltegli da più parti e alle domande che anch’io, ultimo degli ultimi, avrei voluto fargli. A quella tragica spedizione aveva già consacrato due libri e dedicato vari paragrafi della sua sterminata bibliografia. Messner era inoltre stato coinvolto in una quindicina di vertenze legali generate da accuse e controaccuse tra membri della spedizione, editori e giornalisti. Nel 2010 aveva collaborato alla sceneggiatura del film Nanga Parbat, la docu-fiction del regista tedesco Joseph Vilsmaier che doveva mettere la parola fine alla quarantennale polemica sulla scomparsa del fratello Günther.

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16
Hans Peter Duttle
Everest fuorilegge

Una bugia bianca è una falsità che non ha lo scopo di ferire qualcuno e che ha poco peso morale.
Sissela Bock

Passo dopo passo, mentre passeggia al mio fianco in un bosco di faggi bagnato da una pioggia fine ma insistente, Hans Peter Duttle appare sempre più felice, come chi si è liberato da un peso. Fino a pochi minuti prima, nella sua casetta nella campagna del Canton Berna, il suo volto era teso e diffidente.
Era il mese di agosto del 2015. Lo avevo contattato dopo aver sentito alla Radio svizzera di lingua tedesca una lunga intervista sulla sua vita avventurosa. Ancora una volta, il fatto di condividere una passione comune mi aveva permesso di intrufolarmi come un ladro di storie nella vita privata di un personaggio incredibile, ignorato dalla cronaca e dal grande pubblico, e di conquistarne la fiducia. Hans Peter Duttle, allora settantasettenne, per oltre cinquant’anni aveva taciuto su una menzogna che aveva in origine un unico scopo: scalare in gran segreto l’Everest passando dal versante nord, dal Tibet.
Tutto iniziò per puro caso nel refettorio dell’ostello per la gioventù di Zermatt ai piedi del Cervino. L’inverno del 1962 volgeva al termine e il giovane insegnante e appassionato sciatore Hans Peter Duttle, ventiquattro anni, si stava godendo qualche giorno di ferie da solo sulle piste della nota località turistica. Una mattina, tra una fetta di pane e una tazza di caffè, incrociò un gruppetto di statunitensi. Colpito dagli enormi zaini appoggiati in corridoio, chiese a uno di loro dove stessero andando. «Ci stiamo allenando per l’Himalaya. Non dovrei raccontarlo, ma andiamo in Nepal e poi entreremo illegalmente in Tibet per tentare la scalata dell’Everest.» A pronunciare quelle parole era Woodrow Wilson Sayre, giovane professore di

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17
Everest 1996
Uno scontro per la verità

La questione della verità nella narrazione letteraria dell’Everest merita attenzione, perché apre una nuova prospettiva nel genere del racconto d’avventura. I fatti di vita reale e le situazioni tra la vita e la morte attribuiscono alla verità un nuovo significato dalle conseguenze cruciali.
[…] La nozione di moralità nell’alpinismo influenza i racconti del 1996 [relativi alla tragedia dell’Everest, Nda] e illustra come le storie di avventura moderne possano avere enormi conseguenze quando descrivono la morte o presunte responsabilità. Tutto ciò in modo molto diverso da quanto avviene in altri generi letterari.
Oda Eldøen Buestad

Nel 2015 il film d’apertura della settantaduesima Mostra internazionale del cinema di Venezia aveva un titolo inconsueto, ma di sicuro impatto, per una rassegna che raramente presenta film ispirati al mondo della montagna. Una sola parola, fredda ma nota a tutti: Everest. La trama, ispirata a una storia vera, ripercorreva le vicende di due giorni sull’Everest, il 10 e l’11 maggio 1996, nel corso dei quali morirono otto alpinisti. La ricetta con cui il regista Baltasar Kormákur ha cucinato la produzione in 3D presenta gli ingredienti tipici di ogni grossa produzione hollywoodiana: adrenalina, colpi di scena, personaggi con profili psicosociali diversi e di entrambi i sessi.
La storia – un’epica battaglia terminata con troppi decessi e pochi sopravvissuti, scampati al prezzo di gravi menomazioni fisiche e psicologiche – era già nota all’opinione pubblica mondiale per la sua diffusione in diretta planetaria consentita dai telefoni satellitari e da Internet. Un drammatico esempio furono le ultime parole della guida Rob Hall, trasmesse via radio dall’antecima sud dell’Everest al campo base e per via satellitare alla moglie in Nuova Zelanda. «Dormi bene mia cara. Per favore, non preoccuparti troppo per me!». Poco dopo Hall morì per assideramento.
Gli alpinisti erano saliti sull’Everest dal versante nepalese ed erano stati sorpresi da una violenta tempesta. A prolungare nel tempo la scia di dolore lasciata dalla tragedia non fu questa volta una bugia, bensì la polemica emersa da due versioni contrastanti sull’esatta dinamica degli eventi dopo che la bufera si era

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Epilogo

Scrivere un libro è una fatica paragonabile a una scalata himalayana, e io sono finalmente arrivato in vetta, una pagina dopo l’altra.
È stata una salita complessa, piena di dubbi, ansie e angosce. Più volte sono dovuto umilmente tornare sui miei passi per trovare un itinerario alternativo che fosse più logico e sicuro. Ho cancellato e spostato capitoli come su un ottomila si spostano le corde fisse o le tende dei campi intermedi. Sono tornato all’inizio di alcune storie come si riparte da zero dopo essere stati respinti una prima volta da una parete difficile. Ho ascoltato i consigli e i suggerimenti di autori e alpinisti più esperti, per trovare quel trucco risolutore che ti permette di superare un passaggio in apparenza impossibile.
E ora eccomi qua: sono arrivato in cima. Ho terminato la stesura di questo volume. Mi attende perciò la parte più delicata di quest’avventura: la discesa. Quante volte abbiamo sentito ripetere che la discesa è la parte più pericolosa di una scalata? Raccontare ciò che si è vissuto su una montagna può essere altrettanto rischioso che scendere a valle da una cima. Quando arrivi in basso e torni tra la gente ti chiedi: lo racconto? in che modo? oppure tengo per me le sensazioni di quest’esperienza?

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Link: Il peso delle ombre

One thought on “Estratto: Il peso delle ombre

  1. Pingback: Mario Casella “Il peso delle ombre” | gabriele capelli editore

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