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Prima edizione novembre 2010
Prima ristampa dicembre 2010
Seconda ristampa giugno 2013

Terza ristampa settembre 2016

Oliver Scharpf
Lo chalet e altri miti svizzeri

21×14.8 cm,
192 pp.,

ISBN 978-88-87469-69-1

CHF 22,00

Un viaggio in Svizzera iniziato in parte dal famoso miti d’oggi di Roland Barthes e dalla Svizzera come paese, oltre che dai suoi cosiddetti miti fondatori come ad esempio Guglielmo Tell e, soprattutto, dai suoi miti più recenti come l’Ovomaltina.
Se in una specie di prologo a questo tour mitologico in 28 tappe intravediamo il grande pseudo-mito svizzero dell’orologio a cucù e un paio di altri ipotetici miti, si parte sul serio nel XII secolo con il formaggio-simbolo della Svizzera, forse icona del formaggio stesso: L’Emmental(er).
Si arriva al traguardo nel 1972 con la mucca Milka, anche se il vero epilogo è il potenziale mito elvetico del Cordon-Bleu.
Nel tragitto incontreremo soggetti classici come lo chalet, Heidi, il San Bernardo con il barilotto, il Birchermüesli, il segreto bancario, il carattere tipografico Helvetica, ecc., ma anche mete più inconsuete ed esotiche come la palma ticinese, Ursula Andress che esce dal mare in bikini, l’LSD… e altri miti svizzeri.


Oliver Scharpf è nato nel 1977 a Lugano.
Tra i riconoscimenti rievuti : Premio Montale per le poesie inedite, Premio città dell’Aquila, Premio fondazione Schiller.
Nel 2005 si è diplomato in drammaturgia alla Paolo Grassi di Milano.


RECENSIONI

Da Heidi allo chalet. Miti svizzeri
di Roberto Carnero

La Svizzera per molte persone, magari geograficamente lontane, è un Paese ricco di miti: da Guglielmo Tell al San Bernardo con il barilotto, dalla piccola Heidi al Toblerone. Poi ci sono miti meno «limpidi», come il controverso «segreto bancario», o più eccitanti, come una Ursula Andress, elvetica doc, che esce in bikini dal mare nel cult-movie Agente 007, licenza di uccidere (1962). Lo scrittore svizzero-italiano Oliver Scharpf, già noto come poeta, firma un brillante saggio, tra il serio e il faceto (divertente il tono, ma accuratissima la documentazione), su alcuni dei «miti svizzeri» più forti nell’immaginario collettivo: tra gli altri, oltre a quelli citati sopra, gli orsi di Berna, lo chalet, l’assenzio, il coltellino svizzero, il rifugio antiatomico. Il suo libro si intitola, appunto, Lo chalet e altri miti svizzeri (Gabriele Capelli Editore, pagine 192, euro 15,00). Un «viaggio in Svizzera» – spiega l’autore – in parte ispirato dal famoso saggio di Roland Barthes, Miti d’oggi (1957). Ventotto tappe dal XII secolo a oggi, tappe segnate da date precise. Perché i miti sono una cosa seria. Anche quelli falsi, dai quali Oliver Scharps nell’introduzione sgombra il campo: vedi gli orologi a cucù, un falso mito svizzero a cui però in molti credono ancora.
L’Unità, 05.12.2010


LaRegioneTicino

Guglielmo sotto le palme.
Miti svizzeri da ridere e pensare secondo Oliver Scharpf

Partendo dall’Emmental, passando per Heidi e arrivando infine alla mucca Milka, l’autore Oliver Scharpf nel suo ultimo libro Lo chalet e altri miti svizzeri (Gabriele Capelli editore, 2010) ci accompagna in un viaggio che comincia nel Dodicesimo e termina nel Ventesimo secolo e che attraversa ventotto miti fondatori e moderni – selezionati dopo «sofferta e laboriosa scelta» – che oggi fanno parte del quotidiano di ogni svizzero.
Oliver Scharpf, autore di Uppercuts (2004) e La durata del viaggio dell’oliva del Martini cocktail (2007), ha ripreso e arricchito una serie di articoli apparsi negli scorsi anni sul settimanale Azione. La scrittura è agile e leggera, il tono ironico e scanzonato – parla ad esempio del coltellino svizzero come «uno dei pochi souvenir al mondo a non essere perfettamente inutile» –, ma dietro al saggio appena pubblicato c’è un serio e accurato lavoro di ricerca e documentazione. Ma facciamo parlare l’autore, che sin dal primo capitolo scrive: «Il libro stesso è un po’ come un viaggio in Svizzera ispirato in parte dal famoso Miti d’oggi (1957) di Roland Barthes e contemporaneamente dalla Svizzera come paese, alimentato ogni giorno, oltre che dai suoi cosiddetti miti fondatori come Guglielmo Tell, soprattutto dai suoi nuovi miti come ad esempio l’Ovomaltina».
Precisione, puntualità, salute, discrezione, neutralità. Queste caratteristiche tradizionalmente attribuite alla Svizzera si svelano e s’intrecciano lungo il percorso tracciato da Oliver Scharpf, dove i miti diventano realtà (il leggendario Tell oggi troneggia nell’aula del parlamento sotto la cupola di palazzo federale) e la realtà diventa mito (l’amatissimo cervelat è a rischio di estinzione). Esiste una sorta di fil rouge fra i miti narrati: gli orsi di Berna, lo chalet, l’assenzio, il San Bernardo con il barilotto, il Birchermüesli, il Toblerone, il Cenovis, il segreto bancario, l’Lsd, l’orologio delle stazioni, il pelapatate Rex, la Rivella, l’Aromat, Ursula Andress che esce in bikini dal mare, il rifugio antiatomico e la M di Migros. L’autore riporta il lettore anche nella Svizzera italiana di fine Ottocento,  quando sulle isole di Brissago apparvero le prime palme, divenute il simbolo della Sonnenstube. E scrive: «Se il castagno dell’Ottocento ha sfamato con i suoi frutti un Ticino rurale e povero ed è un po’ l’albero simbolo ticinese, quasi sacro, ecco che a partire dal secolo scorso questo territorio trova nella palma la sua pianta-immagine».
Lo chalet e altri miti svizzeri è un’opera per tutti: patrioti, disillusi, professori, studenti, bambini e aspiranti svizzeri. Ed è uno di quei libri che, – mettiamo – se ricevuti in regalo a Natale, è difficile che entrino nell’anno nuovo senza essere stati letti e consumati.
CAMILLA JOLLI, LaRegioneTicino, 15.12.2010


La Svizzera e il pelapatate

C’è una famosa battuta di Orson Welles nel film “Il terzo uomo” di Carol Reed, secondo cui la Svizzera, in 500 anni di pace e democrazia, è riuscita a dare al mondo solo l’orologio a cucù, mentre nell’Italia del Rinascimento, sconvolta da guerre, terrore e morte, Michelangelo e Leonardo da Vinci creavano i loro capolavori.
I luoghi comuni sono duri a morire, ma spesso sono sbagliati: l’orologio a cucù è un prodotto tipico della regione della Foresta Nera, nella Germania del Sud, e con la Svizzera ha proprio poco a che fare.
A mettere i puntini sulle i ci pensa Oliver Scharpf, l’autore del libro “Lo chalet e altri miti svizzeri”, pubblicato dall’editore Capelli. Sono infatti ben altri i contributi dati dalla Svizzera alla qualità della vita dell’umanità. Molti sono conosciutissimi, come per esempio il famosissimo coltellino militare dai mille usi, il cioccolato a barre triangolari Toblerone, o il segreto bancario, una conquista sul cui valore però negli ultimi tempi i pareri sono discordi.
Altri prodotti dell’inventiva e della creatività elvetica con cui ci confrontiamo ogni giorno sono meno conosciuti. Chi sapeva per esempio che il pelapatate Rex è nato in Svizzera nel 1947? Si tratta di un oggetto che riassume perfettamente una caratteristica tipica degli svizzeri: la parsimonia. In tedesco il pelapatate Rex viene chiamato “Sparschaler”, che si può tradurre con “pelapatate economico”. L’obiettivo del suo inventore, lo zurighese Alfred Neweczerzal era infatti quello di creare uno strumento che permettesse non solo di sbucciare le patate con poco sforzo, ma anche di minimizzare al massimo lo scarto. Può sembrar strano che nel paese più ricco del mondo ci si ponga il problema di risparmiare anche sulle patate, uno degli alimenti più convenienti che esistano. Ma forse è anche così, di patata in patata, che si diventa ricchi. Il pelapatate Rex viene esportato in tutto il mondo. Fino ad oggi ne sono stati prodotti 60 milioni di esemplari.
Ispirandosi al famoso “Miti d’oggi” di Roland Barthes, il libro di Oliver Scharpf passa in rassegna i capisaldi dell’identità elvetica, da quelli culinari a quelli leggendari, indugiando anche sugli oggetti che incontriamo ogni giorno, ma che appartengono ad una quotidianità tipicamente svizzera. Come per esempio l’orologio delle stazioni, inventato nel 1944 da un ingeniere impiegato delle Ferrovie federali, che oggi viene ammirato per la sua efficace essenzialità, ed è esposto anche nella sezione dedicata al design del Museum of Modern Art di New York (non lontano dallo scooter Vespa e dall’elicottero Alouette).
Fra le figure ormai saldamente entrate nell’immaginario collettivo universale, il libro ricorda Guglielmo Tell, Heidi e Ursula Andress che esce in bikini dal mare per andare incontro a Sean Connery nel film “Agente 007 – Licenza di uccidere”. Michelle Hunziker figurerà nella prossima edizione.
Non mancano alcuni simboli forse meno conosciuti all’estero, ma che ad ogni svizzero ricordano immediatamente la Patria, come la Migros, la mucca Milka, l’Ovomaltina e l’autopostale giallo: lo sapevate che il clacson a tre note deriva dal movimento andante dell’ouverture del “Guglielmo Tell” di Rossini?
“Lo chalet e altri miti svizzeri” è una dotta carellata su alcune delle tessere che costituiscono il “mosaico Svizzera”. Un paese che pur non presentando i requisiti richiesti dalla definizione di nazione, come l’esistenza di una lingua, di una cultura, e di una etnia comuni, sopravvive da quasi 800 anni. Forse proprio grazie ai miti descritti nel libro di Oliver Scharpf.
Michele Andreoli, Infoinsubria.com, 19 dicembre 2010


Azione

Noi svizzeri, l’LSD e il Toblerone
I mini-saggi elvetici di Oliver Scharpf riuniti in
«Lo chalet e altri miti svizzeri»

Cosa ci rende svizzeri agli occhi del mondo, e soprattutto ai nostri? Certamente, fra le altre cose, i paradossi che ci contraddistinguono e che spiccano sul piano politico internazionale, come quello – solo per citarne uno fra i più recenti – fra il nuovo trend nazionalista in netto contrasto con la tradizione umanitaria. Ma forse, più delle banche, più delle grandi manovre e del ruolo internazionale, a fare la differenza, e dunque a conferire un’identità al nostro paese e ai suoi cittadini, sono le piccole cose. Quei simboli quotidiani cui nemmeno facciamo più caso, abituati come siamo a vederli ovunque intorno a noi.
Da qui la brillante idea di Oliver Scharpf (classe 1977), che si è chinato, nel corso di una rubrica portata avanti nelle pagine di Società e famiglia di «Azione», su tutti quei piccoli grandi miti che pezzo dopo pezzo, hanno contribuito, seppur in misura diversa, a forgiare la nostra «svizzeritudine». Non potevano quindi, in questa serie di godibilissimi ritratti (editi da Gabriele Capelli, Mendrisio) mancare dei quasi status symbol elvetici come il magnifico cioccolato triangolare Toblerone, l’Aromat (e la mente corre alle soste famigliari alle Raststätte d’Oltre Gottardo, dove il barattolo giallo spicca sempre in bella vista di fianco a sale e pepe) o il formaggio coi buchi per antonomasia. Ma scorrendo l’indice dei capitoletti, si sorride anche nel trovare il pelapatate Rex o la Mucca Milka. Più di un lettore sarà sicuramente attraversato da un tardivo brivido di piacere al ricordo della formosa Ursula Andress che esce dalle acque in costume succinto, bernese sirena provocante, come qualcuno si stupirà nel trovare l’LSD fra le «cose nostre» (Albert Hofmann, chimico svizzero la produsse per la prima volta nel 1943 a Basilea). Da ultimo, ma certo non per importanza (ma quanto piuttosto per un sano – concedetecelo per una volta – campanilismo) nella lista compare anche l’inconfondibile M arancione della Migros, o Migrò, come alcuni ancora la chiamano.
Molti altri sarebbero stati i possibili spunti, osserva Scharpf all’inizio del libro, ma il rischio in agguato è alla fine sempre quello di finire nella «folcloristica pura, e già non si scherza in questa Wunderkammer elvetica».
ss, Azione, 20.12.2010


Altro che orologi e cioccolata
I miti svizzeri di Oliver Scharpf

Luganese, classe ’77, Oliver Scharpf è senz’altro uno fra i più promettenti poeti ticinesi della sua generazione. Ne fanno fede tanto il premio Montale per gli inediti, vinto a soli vent’anni, quanto gli editori di oltrefrontiera che hanno scommesso sulle sue poesie. Prima la faentina Mobydick, per i cui tipi è uscita la raccolta d’esordio, Uppercuts, poi addirittura PeQuod, una costola di quella Transeuropa per cui Tondelli curò le antologie del progetto “Under 25” facendo esordire autori come Giuseppe Culicchia, Silvia Ballestra, Gabriele Romagnoli e, più tardi, Pino Cacucci e Enrico Brizzi. Nel 2007 Scharpf pubblica dunque con PeQuod un secondo volume che riprende e amplia Uppercuts, stavolta con il chilometrico titolo La durata del viaggio dell’oliva nel martinicocktail.
Per la sua terza sortita in libreria Scharpf abbandona (momentaneamente) la poesia e torna in Ticino, dando alle stampe nella bella collana di narrativa di Gabriele Capelli Lo chalet e altri miti svizzeri.
Si tratta di una rassegna di simboli rossocrociati che consegna al lettore anche un manipolo di chiavi d’accesso al concetto, sempre più inafferrabile, di “svizzeritudine”. All’abusato discorso della Svizzera frammentaria – e frammentata – fra lingue, culture, religioni e orizzonti diversi, Scharpf rinuncia programmaticamente. Al suo posto parte per un documentatissimo viaggio in Svizzera che ha come nume tutelare il Barthes dei Miti d’oggi e che si propone di dipanare possibili percorsi, di portare alla luce le costanti  che riemergono in sottotraccia attraverso le icone con cui la Confederazione si è ormai radicata nell’immaginario collettivo.
Partendo, ad esempio, dai buchi di quel vero e proprio archetipo del formaggio che è l’Emmental(er), Scharpf rintraccia un’ossessione tutta elvetica (e assai affascinante sotto il profilo della psicologia analitica) per lo scavo, il buco, la grotta, in un itinerario che va dalle specialità casearie al caveau bancario e dai trafori alpini ai bunker antiatomici. Proprio quello dedicato ai rifugi è uno dei capitoli di culto di questo godibilissimo volume: diffusi durante la Guerra Fredda, i primi rifugi antiatomici per famiglie vengono pubblicizzati negli USA a partire dal 1945, ma è negli anni Settanta in Svizzera che esplode la mania per quello che Scharpf chiama “spazio di vita ipotetico”. E se i censimenti ci dicono che oggi il 95% della popolazione elvetica può contare su un posto in bunker (sempre che, una volta decollate le testate nucleari, si faccia in tempo a sgombrare il rifugio da sci e racchette, pc in disuso, vecchi classeurs e libri di scuola), ci sono zone della Confederazione in cui il rapporto arriva a un surreale 110-120%. E tutto ciò in un paese in cui la percentuale di persone che abitano in una casa di proprietà è ancora inferiore al 40%.
E che dire degli alimenti di culto? Nello Chalet di Scharpf si ritrova la passione tipicamente svizzera per intrugli, miscugli e polverine: ecco allora pagine dedicate al boom del Birchermüesli (alzi la mano chi sapeva che il primo ad esportarlo all’estero è stata la ditta Familia del Canton Obwaldo!), all’Ovomaltina, all’Aromat e al Cenovis, per non parlare della calibratissima mescolanza di carni di maiale & manzo, cotenna, lardo e spezie varie che dà sostanza al cervelat.
Compare persino, in queste pagine, l’origine elveticissima di due miti della cultura alternativa: l’assenzio prediletto dai poètes maudits e l’LSD del (recentemente scomparso) dottor Hoffman.
Forse allora è proprio questa l’immagine che vorremmo portare con noi alla fine del bel viaggio ispirato dalle ricerche e dall’ironia intelligente di Scharpf: una Svizzera fricchettona e figlia dei fiori che, in questi anni cupi di xenofobia e perbenismo borghese, sembra ogni giorno un po’ più lontana.
Teo Lorini, Confronti, 22.12.2010


La Provincia (Como)

Milka, mito svizzero che più finto non si può.

Un libro analizza e “smonta” i grandi stereotipi e le leggende che hanno reso celebre la Confederazione elvetica, dalla mucca Milka al Toblerone, alla tenera Heidi. Ne è autore Oliver Scharpf. Ecco, in esclusiva, un estratto del volume.

La ricerca

È un viaggio a dir poco singolare, quello proposto da Oliver Scharpf, 33 anni, poeta e narratore, autore di “Lo chalet e altri miti svizzeri” (Gabriele Capelli Editore, 191 pag., 15 Euro), da pochi giorni in libreria. I motivi di interesse sono molti, almeno quanto le vicende che racconta, relative a oggetti, personaggi, stereotipi del mondo elvetico. Scharpf illustra l’origine di questi “miti”, per poi decostruirli. Qualche esempio? Oltre alla mucca Milka, di cui pubblichiamo un estratto per gentile concessione dell’editore, viene chiarita l’origine del cioccolato Toblerone, della leggenda di Heidi, ma pure il successo del “coltellino svizzero” e dell’Ovomaltina.

Nel marzo del 1972 nasce la mucca Milka. La mucca Milka è una mucca pezzata di lilla, con “Milka” scritto in corsivo bianco sul fianco sinistro. Questo personaggio pubblicitario, inventato da un certo Sandor Szabo per il cioccolato al latte Milka, è stato interpretato per la prima volta da una mucca di nome Adelaide, originaria di Lenk, nell’Oberland bernese.
Milka è il nome di una tavoletta di cioccolato lanciato nel mercato nel 1901 dalla Suchard, ma marca a sé dal 1987, e oggi di proprietà, come il Toblerone, della multinazionale Kraft Foods. Il nome Milka è composto collegando le due prime sillabe tedesche dei due ingredienti principali: “Milch” e “Kakao”. La prima fabbrica di cioccolato Suchard è stata fondata da Philippe Suchard (1797-1884) nel 1826 a Serrières, villaggio all’epoca vicino Neuchatel, ora quartiere residenziale neocastellano. Quando nasce il cioccolato Milka esistono già altre due fabbriche Suchard, dirette dal genero Carl Russ-Suchard (1839-1925): quella tedesca di Loerrach (1880), a 15 chilometri da Basilea, e la filiera austriaca di Bludenz (1888). Oggi il cioccolato Milka, tra l’altro più popolare in Austria e in Germania che non in Svizzera, è prodotto un po’ in tutta Europa.
Ma andiamo con ordine, e poi del resto, non è tanto il cioccolato Milka in sé che ci interessa, ma la mucca lilla, presa anche in giro da qualcuno chiedendo se nei suoi pascoli ci fosse erba radioattiva o canapa indiana.
Sulle prime tavolette di cioccolato al “latte delle Alpi”, con la caratteristica confezione già tutta lilla, a sinistra c’è una classica scenetta alpestre: un pastore accompagna la sua mucca al pascolo. La mucca, logo per eccellenza del latte, passa già nel 1952 da dettaglio a soggetto principale di un manifesto pubblicitario del grafico argoviese Herbert Leupin (1916-1999). Una mucca beata su sfondo verde, tra il fumetto e il disegno infantile, con il corpo fatto da una tavoletta color viola come se fosse stata colorata da dei bambini, sulla quale appare per la prima volta la scritta bianca “Milka”. Anche se la simpatica mucca di Leupin può essere considerata come una mucca Milka “avant la lettre”, o un semplice spunto-preludio, è della succursale tedesca dell’agenzia pubblicitaria Young & Rubicam, all’inizio degli anni Settanta, l’idea di rendere protagonista assoluta una mucca per tutta la nuova campagna pubblicitaria della Milka. La Young & Rubicam, la stessa della “Campbell’s Soup” resa famosa da Warhol, decide che ci vuole una mucca vera dello stesso colore delle tavolette di cioccolato. Così il nostro San Bernardo, testimonial unico della Suchard per molti anni, evita di entrare nel suo “periodo lilla”. Sacra da secoli in India e simbolo-cliché del paesaggio svizzero, la prima mucca famosa della pubblicità è del 1921: la “Vache qui rit”, tutta rossa, sulle confezioni rotonde dei formaggini industriali francesi «Bel» ancora oggi presenti nei supermercati. Nel 1965 debutta la mucca Carolina dei formaggini Invernizzi, nello storico “Carosello” italiano. E a proposito di Warhol, il motivo della testa di mucca rossa con sfondo giallo viene moltiplicato nel 1966 in serigrafia su carta da parati.
A proposito del lilla, invece, bisogna considerare che non è un vero colore, ma una tonalità più chiara del viola, più luminosa, anche se in realtà i fiori di lillà dai quali trae il suo nome sono leggermente più scuri. Fin qui per la nostra mucca si è usato esclusivamente il termine lilla anche perché in versione originale la mucca Milka è conosciuta come “Lila Kuh”. Del resto la mucca Milka è realmente più lilla che viola, benché sia stata definita anche viola, violetto, malva porpora (…)
Ma il mito della mucca Milka nasce nel 1973, quando appare, nel mezzo di un tipico paesaggio alpino ipersvizzero, in uno spot che va in onda sulle reti televisive tedesche. L’effetto è immediato: la mucca Milka è subito icona popolare. (…) Dal 1973 al 1992 una ventina di mucche hanno interpretato il ruolo di Milka in un centinaio di spot girati tutti in questa regione idilliaca, il classico paesaggio prealpino elvetico da cartolina. Anzi – per il grande bluff del latte alpino contenuto nel cioccolato Milka prodotto da ipotetiche mucche colorate che pascolano respirando l’aria pura delle Alpi e brucano l’erba verdissima dei prati, rappresentate dal testimonial bovino lilla – sembra quasi una Svizzera ideale simulata (…). Oggi il cioccolato al latte della mucca Milka è il più venduto in Europa, con il 17% del mercato globale, in Germania il 30 e in Austria addirittura il 50. In Svizzera sembra quasi scomparso dal mercato, ma non è il cioccolato al latte della Milka il soggetto di questo mito svizzero, bensì un testimonial bovino immaginario – come il latte delle Alpi del cioccolato Milka – che ha scritto una pagina della storia della pubblicità e forse, nel tempo libero, pascola serena in compagnia della collega francese che ride e, magari del cavallo verde del Totip. (© gabriele capelli editore)

La Privincia (Como), 28.12.2010, pag. 46 (Cultura)


Leggere Tutti

Gli orologi a cucù non sono svizzeri!
di Andrea Coco

Un viaggio insolito attraverso i miti della Svizzera, presentati in ordine cronologico da Oliver Scharpf.

Si parte, come in un viaggio ideale attraverso la memoria collettiva, dal formaggio simbolo del paese, l’Emmental(er), per fare tappa da Guglielmo Tell, l’uomo che ha incarnato molte persone, passare quindi allo chalet, il simbolo edilizio per eccellenza della Svizzera nel mondo, sorseggiare un aperitivo proibito, l’assenzio, incontrare l’ambasciatrice elvetica più conosciuta nel mondo, Heidi, e riposarsi all’ombra della palma ticinese, l’icona di una Svizzera balneare. E ripartire di nuovo alla conoscenza del cane San Bernardo senza barilotto al seguito, del coltellino multiuso, il souvenir più venduto ai turisti, dell’Ovomaltina, il ricostituente per malati e bambini malnutriti, scoprire quali sono i motivi che stanno dietro al segreto bancario svizzero ed il fascino discreto del carattere tipografico Helvetica, incontrare poi Ursula Andress che esce in bikini dal mare, una scena culto che ha consacrato alla fama mondiale il due pezzi, e concludere il viaggio con la mucca viola Milka, il personaggio pubblicitario che ha rappresentato la vittoria della diversità. Ma l’ultimo capitolo è dedicato ad un mito in fieri, prossimo a diventarlo: il cordon bleu, la sua origine misteriosa e tutte le sue implicazioni gastronomiche.

Tante storie che dimostrano come la Svizzera non avrà pure inventato l’orologio a cucù ma in questi cinquecento e passa anni ha prodotto molte altre cose, quasi tutte più utili.
Leggere Tutti n.55 Gennaio-febbraio 2011


http://lerecensionidelfilosofoimpertinente.blogspot.com/

“Lo chalet e altri miti svizzeri” di Oliver Scharpf

“Lo chalet e altri miti svizzeri” di Oliver Scharpf per Gabriele Capelli Editore è un saggio delizioso che narra con uno stile acuto e coinvolgente la storia e gli aneddoti più reconditi legati al territorio elvetico.
Una guida indispensabile per conoscere e capire la mitologia che avvolge quest’incantevole nazione. Personalmente adoro la Svizzera e mi ci reco spesso d’estate; ho apprezzato quindi in modo particolare il lavoro di Scharpf che ha una sua meticolosità e precisione chirurgica nel ricostruire la storicità di personaggi come Guglielmo Tell, Heidi oppure le origini dell’Emmantaler, l’assenzio, LSD, etc.,. Come scrive, infatti, l’autore nella prefazione del testo: “Il libro stesso è un po’ come un viaggio in Svizzera”.
Pregustiamoci quindi questo libro che si assapora come una fetta d’Emmental, si sorseggia come un buon bicchiere di Rivella e delizia il palato come una tavoletta di cioccolato svizzero. Da leggere assolutamente.
di Cristian Porcino


Svizzera: miti e luoghi comuni
Sono molti gli oggetti che rappresentano la Svizzera nell’immaginario collettivo:
Oliver Scharpf ne ha fatto il tema di un libro.
di Donatella Révay, TM DONNA Giugno 2011

«Ma va a mangiare cioccolata!» Così ricordo di essere stata (simpaticamente) apostrofata nella vicina penisola, quando con una manovra in automobile ho dato fastidio a qualcuno. Nell’immaginario collettivo, specialmente se di altro passaporto, cioccolata e Svizzera sono quasi inscindibili, un mito assodato. Persone che per la maggior parte non sanno però bene che tipo di nazione sia la Svizzera, tanto che spesso fanno la domanda: «Ma tu parli lo svizzero?»

Questo nostro paese così diverso dagli altri, con lingue e abitudini differenti, cosa infine lega nel suo insieme la popolazione, in che cosa si riconosce? In che cosa si identifica? E quanta verità c’è in alcuni luoghi comuni e nelle tradizioni che accettiamo come dati di fatto?

A mettere le cose in chiaro approfondendo 28 miti in qualche modo collegati alla Svizzera, ci ha pensato Oliver Scharpf con “Lo chalet e altri miti svizzeri”, edito a fine 2010 da Gabriele Capelli Editore, libro che ha riscontrato vivo successo e di cui è già uscita una riedizione.

Oliver, ticinese di Ponte Capriasca ha vinto nel 1997 a vent’anni il premio Montale per le poesie inedite, e successivamente il premio Città dell’Aquila e quello della Fondazione Schiller. Ha già pubblicato due libri di poesie e molto viaggiato in Europa, soggiornando a Roma, Milano, Parigi, Berlino, Ginevra, esercitando nel contempo le più disparate attività, dal figurante all’opera, al barista, all’accompagnatore di cani. Nel 2005 si è diplomato in drammaturgia alla Paolo Grassi di Milano. Per un breve periodo ha lavorato anche a Lugano nel negozio di souvenir della zia, tappa che si è dimostrata cruciale ai fini della stesura dei suoi racconti. Toccare con mano cosa i turisti desiderano portare a casa come ricordo del nostro paese è stato illuminante ai fini di quali miti dare la precedenza. Scharpf ama la scrittura e non può farne a meno, ed infatti è appena tornato a collaborare con il settimanale Azione con una rubrica, una specie di reportage su ‘luoghi segreti’, ma a due passi da noi, che l’abitudine rende invisibili o scarsamente considerati anche se sono dietro l’angolo.

Il libro prende le mosse da una serie precedente di brevi articoli intitolati ‘Miti svizzeri’, apparsi sempre su Azione, con cadenza più o meno mensile nell’arco di tre anni fino ai primi del 2010. A questi scritti, ristrutturati e approfonditi, Oliver ne ha aggiunto altri, ottenendo così una carrellata di 28 racconti ordinati cronologicamente, una specie di viaggio nel tempo e nello spazio, un quadro vivido di miti, luoghi comuni, ma anche non-verità, legati  appunto alla svizzeritudine.

«All’inizio non pensavo affatto di scrivere un libro» confessa Oliver. «Ma quando ho affrontato i vari temi mi sono accorto, stupendomi io stesso, che c’era spesso una specie di collegamento, come un mosaico o meglio un puzzle. Alcuni miti sono evocati all’interno di altri come scatole cinesi o bambole russe, in un intreccio sottile tra di loro, quasi fosse la sceneggiatura della Svizzera».

Il libro si può sfogliare seguendo la stesura oppure scegliendo i soggetti che catturano di più l’attenzione. Ogni racconto è a sé, come già detto, e va riconosciuto a Oliver Scarpf di essere stato quanto più possibile oggettivo nel riferire la sua ricerca . Ha informato su cose che non tutti sanno, scavando a fondo nella storia e nella tradizione, passando in rassegna i capisaldi della nostra identità. Da personaggi leggendari o meno, come Guglielmo Tell, ad Heidi e la nostalgia, il mal du Suisse, punto chiave di quella storia, a Ursula Andress che esce dal mare in bikini in uno dei primi 007, a simboli che uno svizzero riconosce immediatamente come tali: la M della Migros, la mucca Milka, e l’autopostale di colore giallo. Per non parlare dell’orologio nelle stazioni, inventato da un ingegnere zurighese, dal design rigoroso e ‘pulito’ , cui viene immediatamente da abbinare il concetto di precisione e puntualità riconosciute dall’immaginario altrui agli elvetici.

In alcuni capitoli viene esaminata la storia di diversi prodotti alimentari diventati famosissimi tanto che per antonomasia ne hanno preso il nome, come l’Ovomaltina, il Birchermüesli, la Rivella, l’Aromat e il Cenovis, per non parlare del cervelat e del Toblerone, il cioccolato con torrone dalla forma di barre triangolari conosciuto in tutto il mondo.

Forse non tutti sanno che anche il pelapatate Rex è stato inventato da uno svizzero, Alfred Neweczerzal, originario di Davos. Non è l’unico pelapatate al mondo ma questo oggetto modesto, umile e intelligente è diventato un’icona del design svizzero per una serie di doti, dalla facilità con il quale si tiene in mano, alla leggerezza, alla mobilità della lama. Dice Oliver Scharpf nella sua dissertazione sul pelapatate: «Senza esagerare, possiamo tranquillamente affermare che il pelapatate Rex ha molte buone ragioni per essere un simbolo dell’economia elvetica: ottimo funzionamento, forma ergonomica, minimo scarto, risparmio di energia, prezzo molto basso»

Altro oggetto imprescindibilmente svizzero è il famoso coltellino che ogni turista che si rispetti si porta a casa, «uno dei pochi souvenir al mondo a non essere perfettamente inutile». Dopo l’11 settembre ha subito un duro colpo ma si è ripreso i fretta, tanto è vero che attualmente se ne sfornano 6 milioni di pezzi all’anno in 100 modelli, dai più semplici con poche funzioni ai più elaborati che ne hanno 80.

Alcuni luoghi comuni sono duri a morire e spesso sono sbagliati: l’orologio a cucù è un prodotto tipico della regione della Foresta Nera, nella Germania del Sud, e con la Svizzera ha proprio poco a che fare, ma molti turisti lo portano a casa pensando che ne sia l’emblema. Spesso il quadrante è inserito in una struttura a forma di chalet, cui fa riferimento il titolo. Chalet, che è anche un pseudo-mito perché ha una storia millenaria dietro a sè. Consacrato all’Esposizione universale di Parigi del 1900 in un frequentatissimo Village Suisse con gli chalet in prima linea replicati più volte, da allora rimane ancora oggi una delle icone possibili a «simulare una Svizzera ideale e idilliaca», sempre uguale a se stessa, sintesi perfetta di paesaggio alpino e strumento di identificazione mitizzato.

Che dire poi dell’Emmentaler, chiamato da tutti Emmental ? Il formaggio con i caratteristici buchi che più ‘svizzero’ non si può, prodotto negli alpeggi fin dal XII secolo, che ha conquistato il mondo tanto da diventare icona e logo per il formaggio in generale. L’Emmentaler che, in conclusione del volume, potrebbe suggerire un inedito. Leggere per credere.

In alcuni dei  28 capitoli si parla di alcune scoperte di appannaggio elvetico. Quanti di noi sanno che il Velcro appartiene ad un inventore svizzero, come anche l’LSD e pure il DDT?

Scorrendo le pagine si scoprono verità, curiosità e miti che rafforzano l’immagine della grande intraprendenza dell’industria elvetica e raccontano una fetta di storia intelligente del nostro Paese.

A futura memoria.


Culturactiv.ch

Oliver Scharpf / Lo chalet e altri miti svizzeri
Intervista a Oliver Scharpf (a cura di Roberta Deambrosi)

Lo chalet e altri miti svizzeri (pubblicato nel novembre 2010 e subito ristampato visto il successo di pubblico) si presenta come un’antologia di saggi brevi, in cui vengono presentati non senza ironia e sotto più punti di vista alcuni degli emblemi – materiali ed immateriali – elvetici più celebri. Celebrità che non rima sempre con conoscenza: ci si rende in fretta conto, leggendo questo divertente compendio, quanto poco si sappia in realtà dell’Ovomaltina o del Birchermüesli, del postmoderno Piz Gloria, o di come sia difficile separare mito da storia nel caso di un personaggio come Guglielmo Tell. Da dove sei partito? Come hai proceduto alla raccolta di tutte queste informazioni? Quali sono state le tue fonti privilegiate?

Il punto di partenza è stato proprio il Birchermüesli: perfetta corrispondenza per contrasto con il famoso Steak et frites francese nei Miti d’oggi di Roland Barthes dove assume lo statuto di piatto nazionale francese e partecipa della stessa mitologia sanguigna del vino. Il Birchermüesli invece è quasi un antisteakefrites. Pasto estremamente sano inventato dal dottor Bircher in origine come cura: è austero, quasi monacale. Dopo quest’assonanza antitetica, se c’era un piccolo paese pieno zeppo di miti nazionali, da Tell all’Ovomaltina, era proprio la Svizzera. Anzi, la schizofrenia della Svizzera a un certo punto, con i vari miti che s’intrecciavano tra di loro, mi sembrava tenuta assieme proprio da questi miti. Un bel puzzle-cementit.

E così mi sono imbarcato in questo tour mitologico, strutturando i 28 soggetti in ordine cronologico, inserendoli tra un preludio: Gli orologi a cucù di Orson Welles e un epilogo: Il reportage impossibile sul Cordon-bleu. Va detto poi che la mitizzazione svizzera s’impenna soprattutto dopo il 1848: creazione dello Stato federale.

Le informazioni: un po’ di google e i suoi labirinti, e-mail (ad esempio all’inventore della mucca Milka), biblioteche, libri trovati al marché aux puces, indagini sul campo come per Lo chalet (il pezzo a cui ho lavorato per mesi, scrivendolo e riscrivendolo, limandolo in modo maniacale, lasciando fuori tanto altro materiale); poi l’archivio mentale di ricordi, associazioni mentali, aneddoti sentiti nei tea-room, come per il finale del Rifugio antiatomico, lunghe passeggiate investigative. E, va detto, ho dovuto leggermi Heidi.

Le note a piè di pagina con cui hai arricchito i testi sono una miniera di informazioni supplementari, anch’esse contribuiscono a formare una rete di connessioni, un involucro che dà forma al libro. oltre a fornire documentazione aggiuntiva (come non invidiare chi poté consumare, negli anni Sessanta, il cioccolato Tobler ripieno al Gin Fizz?) rimandano a ulteriori o alternative chiavi di lettura ai vari miti. Come mai hai scelto di lasciare in nota questi suggerimenti che, a me pare, darebbero ancora più profondità al tuo già esteso lavoro di messa in prospettiva?

Le 126 note a piè di pagina in fondo sono forse la cosa di cui sono più contento. Sono state messe in disparte apposta, per alleggerire la lettura già piena di dati e date, non distrarre il lettore dal soggetto principale. Alcuni sono un po’ dei micromiti a sé: come il Percorso Vita o i treni svizzeri all’interno dell’Orologio delle stazioni. Altre svolgono la funzione di contrappunto, per mantenere la struttura basata su un aplomb narrativo più oggettivo possibile fino al finale, dove entra in scena l’autore. Sono delle tracce discrete per lettori veri, che rimandano a ulteriori connessioni tra i vari miti come dici o ad altre dettagli-ipotetiche storie, come la tavoletta estinta ripiena di Gin Fizz.

Se da una parte sono fissato, nello scrivere, con la brevità, forse per paura di annoiare il lettore. D’altro canto ho anche voluto creare un secondo piano di lettura attraverso una specie di gioco di scatole cinesi o dell’oca. E in fondo, sotto sotto, ho giocato con una delle ossessioni elvetiche: la miniaturizzazione. Unendola alla passione tipica svizzera per il sotterraneo: tutte queste note formano forse un testo prospettico sotterraneo in miniatura. Del resto, il finale del libro è proprio una nota a piè pagina: ma chiave di lettura finale di tutto il viaggio.

Più volte, nel corso di questo viaggio attraverso non solo i miti, ma anche le ossessioni elvetiche, parli di sottotrame. Ne suggerisci una anche quando, parlando della neutralità, evochi la sua presenza – inquietante? – anche nel gusto forse un pò insipido della Rivella, oppure nelle superfici lisce dei rifugi antiatomici. Che cosa avevi scorto in questo fil rouge?

Una di queste sottotrame è questa, la neutralità come una falda freatica che segue e affiora nella trama della Svizzera, affluendo come sottotesto nella vita quotidiana elvetica. Neutralità come paesaggio di sfondo al pari del mito onnipresente delle Alpi. Anticipando il gusto della Rivella come citi bene, ma anche il carattere tipografico Helvetica, il tanto amato beton che porta alla superficie liscia dei rifugi antiatomici.

E il rifugio antiatomico s’intreccia a un altro fil rouge, vero proprio filo rosso da labirinto: l’ossessione svizzera per le cavità, gli spazi vuoti sotterranei. Il leggendario caveau delle banche, messo in nota al segreto bancario è una tappa di questa sottotrama per eccellenza, forse anche l’ex fossa degli orsi di Berna, per non parlare dei tunnel che collegano il tutto. La Svizzera, sotto, è un grande Emmental(er). Dal mitico e controverso Réduit Alpin, bunker megalomane pianificato agli inizi degli anni Trenta nel cuore del San Gottardo e ouverture ideale alla corsa della difesa totale nel pieno della guerra fredda con il record del mondo di rifugi antiatomici, trovando l’apice futuro (2017 ca.) nell’Alptransit.

Un altro aspetto che pare emergere dal paniere dei miti svizzeri è la loro estrema permeabilità al contributo esterno ed estero – che denota, in fondo, una relativa svizzeritudine? – la palma simbolo del Ticino, ad esempio, importata dal Giappone; lo chalet, modulo abitativo e non, subito ed estensivamente esportato in tutto il mondo; gli orsi di Berna, poco bernesi in fondo; il cervelat e il suo budello di zebù brasiliano. Quasi a dire che per esser tale un mito svizzero, deve appoggiarsi a contaminazioni di non poco conto?

La contaminazione che partecipa a un mito svizzero non è una regola, ma c’è, eccome. Dopo aver scritto questo libro, sono misteriosamente un po’ più contento di essere svizzero, ma sono perfettamente apolide, contro il concetto di nazioni. Perciò palma di origine giapponese, cervelat con budello carioca e origine nella cervellata milanese poi tradotta da Rabelais nel 1552 con il nome attuale, certo: è la loro mitizzazione a essere svizzera.

Eppure per gli orsi è un po’ diverso. Se Pedro (1981-2009): ultimo orso dell’ex fossa, era di Barcellona, Berna è radicata nell’orso, conservandone l’impronta nel nome e nel profilo del suo stemma. La leggenda vuole che nel 1191 un certo Berthold V Von Zähringen uccida un orso all’altezza del gomito dell’Aar dove verrà fondata la città, battezzandola appunto con la contrazione di orsi in tedesco: da Bären a Bern.

Altro esempio di quello che dici: la mucca Milka. Se la prima interprete, Adelaide, viene dall’Oberland bernese, apparendo per la prima volta in uno spot televisivo in un paesaggio ipervizzero, è stata inventata da un grafico ungherese, in Germania, per la prestigiosa agenzia pubblicitaria americana Young & Rubicam. Lo chalet è una lunga storia, parte dalla Nouvelle Heloïse di Rousseau, passa per Parigi, flashback in Tibet, ma tocca l’apice a Ginevra: Esposizione nazionale, 1896. Del resto, le frites di Roland Barthes nelle sue mitologie francesi, benché chiamate dagli americani french fries: sono un’invenzione belga.

Sono quasi una trentina i miti raccolti nel volume, un insieme variegato, ma, abbiamo detto, anche tenuto insieme da sottili trame. In quarta di copertina menzioni la «sofferta e laboriosa scelta», che sta dietro a quest’antologia. Quali criteri hanno diretto la tua scelta? C’è una voce – o ce n’è più d’una – che più delle altre non meritava di star fuori? Immagini di recuperarle un giorno, e, ad esempio, farne un secondo volume?

9 mete di questo viaggio sono miti alimentari, perciò su questo curioso versante culinario ho dovuto essere esclusivo, lasciando a casa le mitiche Sugus (1931) ad esempio. In panchina anche il mito di plastica degli Swatch (1983) che ha avuto il suo picco di popolarità al limite dell’isteria collettiva o di comportamenti compulsivi nei primissimi anni Novanta, ma planato poi nella normalità. Per di più c’era già L’orologio delle stazioni, e due orologi avrebbero alimentato troppo il cliché Svizzera-orologi. Mentre a proposito della puntualità, inventata nel 1541 a Ginevra da Calvino, l’ho inserita proprio nel capitolo dell’orologio ferroviario, assieme a una nota sulla mitologia dei treni svizzeri. Anche la nostalgia (1688) intesa come Heimweh, non sono un mitomane, ma è un mito svizzero e fa parte dell’introduzione del libro oltre a essere il turning point della trama di Heidi.

Ma ci sarebbero altre voci che si trovano sparse con degli accenni tra le pagine di questo libro che avrebbero potuto essere interi capitoli. Alcune di questi soggetti, come Il catenaccio, Le Sugus, o Il Percorso-vita le sto scrivendo in forma di pezzi radiofonici di tre minuti ca. per Svizzera che vai della Rete uno, a cura di Rolf Schürch. Una specie di serie di bonus-track di questa piccola mitologia elvetica. Ma Miti svizzeri 2, anche no.

L’unico rimpianto, forse, il mitico Brissago, sigaro in bocca del sergente Studer creato dal grande Glauser.

A cura di Roberta Deambrosi


Corriere di Como, 4 gennaio 2012

Miti svizzeri tutti da sfogliare

L’editore Capelli di Mendrisio pubblica una guida alle principali icone che simboleggiano la Confederazione elvetica.
di Cristina Fontana

È un tour mitologico della Svizzera, attraverso quelle che sono considerate le icone della confederazione elvetica, dal leggendario Guglielmo Tell alla moderna Ovomaltina, dall’orologio, simbolo di un Paese, al suo formaggio tipico, l’Emmental. Se dell’eroe svizzero, diventato a tutti noto per la maestria con cui colpì una mela poggiata sulla testa del figlio, si conoscono molteplici varianti delle sue imprese, certa è invece la storia dell’Ovomaltina, il composto di malto d’orzo, uova e cacao, inventato a Berna nel 1904 dal chimico e farmacista Albert Wander con lo scopo quasi missionario di ridare forza ai malati e combattere la malnutrizione infantile.

Da allora l’ultracentenaria polvere da sciogliere nel latte ne farà di strada in tutto il mondo, arrivando anche a trasformarsi in barrette solide nel 1937, su richiesta del Consiglio federale svizzero, da destinarsi all’esercito della Confederazione.

Sempre legata alla milizia è un’altra invenzione svizzera: il notissimo coltellino multiuso, che vede la luce nel Canton Svitto nel 1891. Il Consiglio federale anche in quell’occasione decise di dotare i suoi soldati di uno strumento versatile, caratterizzato all’inizio da una grande lama, un cacciavite, un apribottiglie e un punteruolo. Sei anni dopo il coltellino diventerà più tascabile, si arricchirà di una lama piccola e di un cavatappi e assomiglierà maggiormente a quelli in circolazione oggi. E da allora ha conquistato il mondo intero, dimostrandosi indispensabile in situazioni estreme, come quando venne usato per una tracheotomia su un aereo o servì per riparare una jeep nel deserto del Sahara. Queste e altre curiose peculiarità svizzere vengono ripercorse nel recente volume di Oliver Scharpf Lo chalet e altri miti svizzeri (Capelli Editore, pp.192, 15 euro).

Altro mito svizzero, al quale spesso non si fa più nemmeno caso, se si è abituati a varcare spesso il confine, è quello dell’orologio delle stazioni, con il suo quadrante bianco, l’assenza totale delle cifre, linee e tratti neri essenziali, cassa in alluminio e un tocco di rosso. La sua ideazione risale al 1944, quando fu inventato dall’ingegnere zurighese Hans Hilfiker, impiegato nelle ferrovie elvetiche. Il segreto della precisione sta nell’esile lancetta rossa, dalla forma della paletta dei capistazione di una volta, che percorre senza scatti un minuto in 58 secondi e mezzo, poi si ferma per un secondo e mezzo, in attesa di ripartire. Ed è proprio questa sosta che permette la precisa sincronizzazione con gli oltre 3.000 orologi in funzione nelle stazioni svizzere, consentendo la partenza puntuale di ogni treno.

Sempre nel campo dei trasporti, altra icona è l’autopostale, più semplicemente noto in Ticino come “la posta”, il caratteristico autobus di colore giallo in circolazione dal 1906, che si fece largo nell’opinione collettiva, però, solo dal 1919, quando raggiunse il passo alpino del Sempione. Impossibile non riconoscerla, sia per il suo colore, sia per il clacson a tre tonalità, introdotto per una maggior sicurezza sui curvoni di montagna. Ormai fa parte non solo del paesaggio svizzero, ma ha anche una notevole valenza sociale, in quanto è utilizzata quotidianamente da studenti e pensionati, turisti e lavoratori e non ha niente da spartire con gli anonimi bus cittadini. Il “postino”, cioè il conducente, è contraddistinto da humor e pazienza, fa volentieri due chiacchiere con i passeggeri e un tempo, sulla linea più in pendenza d’Europa, inaugurata nel 1933 a Kiestal e Griesalp, riceveva addirittura la mancia.

Uno dei più classici ed oggi più discussi miti svizzeri è quello del segreto bancario, nato a Berna nel 1934 e minacciato fortemente dall’opinione pubblica straniera, dopo la crisi economica americana del 2008.

Strettamente legata all’influenza statunitense e in particolare alla guerra fredda con l’Unione Sovietica è stata la nascita di un’altra icona svizzera, quella del rifugio antiatomico, di cui si iniziò a parlare nel 1963, nel primo disegno di legge federale sull’edilizia di protezione civile. I proprietari di immobili erano tenuti a realizzare rifugi in tutte le nuove case, negli ospedali e negli istituti o a versare contributi sostitutivi nel caso non vi provvedessero. Il risultato complessivo è che oggi più del 95% della popolazione svizzera ha un posto protetto dove rifugiarsi e dispone del più grande bunker civile del mondo, situato sotto il tunnel del Sonnenberg, vicino a Lucerna, a prova di 70 bombe come quella esplosa ad Hiroshima ed in grado di accogliere 20mila persone.

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