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Fausto Cattaneo
Operazioni sotto copertura
Come ho infiltrato i cartelli della droga


“Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana.”
Giovanni Falcone


Indice

Prologo
Operazione Hun
Trappola per un boss
Operazione Eiger
Operazione Gulby
La paranoia di Junior
Operazione Cotugre
La Samba Connection
Tradimenti
Epilogo
Nove anni dopo…


La pioggia martella il parabrezza. Ho preso la mia arma di servizio, una SIG calibro 9. Ho inserito il colpo in canna, tolto la sicura e aspetto. Da quanto tempo sono seduto a fissare il lago Maggiore che si estende oltre il Bosco Isolino di Locarno? Lo ignoro. Sul tavolo della sala da pranzo del mio appartamento ho lasciato due righe per mia figlia: «Addio, mia carissima Fausta, sii fiera di tuo padre come sempre. Addio a tutti, comprese certe miserabili persone che consideravo amiche».
Non molto tempo fa ero un esempio per tutte le polizie occidentali.
Secondo la Polizia svizzera, ero “uno degli agenti segreti più efficaci al mondo in materia di lotta contro il traffico di droga”. In vent’anni di operazioni ho fatto confiscare più di sette tonnellate di droga, centinaia di milioni di narcodollari e messo in prigione centinaia di grossi trafficanti. Essere uno degli agenti infiltrati più decorati della mia generazione non mi è più di nessuna consolazione.
Ho persino buttato nel lago il mio vasto assortimento di medaglie: quelle dell’Associazione internazionale delle polizie antidroga, dell’agenzia antidroga americana (DEA), dell’FBI, del BKA tedesco, dell’Interpol e delle polizie olandesi, belghe, canadesi e italiane. Cosa penseranno del mio gesto i miei colleghi del gruppo di coordinamento delle “inchieste sotto copertura”, che raggruppa i principali organismi del pianeta e del quale ho fatto parte per diversi anni?
Ho visto cose che nessuno dovrebbe vedere. Mi sono infiltrato nei santuari più segreti, scoperto le relazioni inconfessabili che uniscono i cartelli della droga e il mondo delle banche, della finanza, della politica e, in certe frange, della Polizia e dei servizi segreti.
Essendomi avvicinato ai cartelli latino-americani, alla mafia italiana e turca, so che una decina di persone sono ai vertici del traffico internazionale di droga. Come tutti i miei colleghi, conosco i loro nomi. Beneficiano di tali protezioni che non sono mai indagati.
Ho tentato, invano, di rompere questo muro del silenzio. L’incompetenza degli inquirenti, più che la corruzione, è – alla fine – la migliore alleata degli intoccabili. Ho infine compreso perché, nelle condizioni attuali, la lotta al traffico internazionale di droga è votata al fallimento.
Mi sono reso conto dell’inutilità del mio lavoro.
Non si recita la parte del trafficante di droga presso i boss del pianeta per più di dieci anni senza conseguenze. Alla fine, abbandonato da tutti, in balia delle insidie e delle trappole di quelli che credevo fossero miei colleghi, sono sprofondato nella depressione, progressivamente, senza nemmeno rendermene conto. Il mio corpo e il mio spirito si sono autodistrutti. La sera mi addormentavo terrorizzato alla sola idea di risvegliarmi la mattina seguente. Avevo paura di quelle orribili, ostili mattine. Mi mancava il respiro, soffocavo.
Conosco una buona decina di trafficanti di grosso calibro che hanno giurato di farmi la pelle. Parecchi “contratti” pendono sulla mia testa. Per quattro volte i cartelli della droga hanno inviato i loro sicari sulle mie tracce. Hanno fallito quattro volte, ma la partita è tutt’altro che chiusa. Come dimenticare le minacce di un boss boliviano che, mimando con le dita la forma di una pistola, fingeva di spararmi durante un processo a Miami? E un altro che non si sposta senza avere con sé la mia fotografia e il mio indirizzo? So benissimo che mi è destinato un proiettile; i trafficanti me lo hanno fatto sapere lasciandone uno accuratamente posato accanto ad un cadavere di un informatore. È successo a Locarno, nel cuore della pacifica Svizzera italiana, sul mio territorio. Quel giorno una miracolosa partita a bridge mi ha salvato la vita. In seguito sono sfuggito per un pelo ad una trappola a Milano; due dei miei informatori sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco, legati come volgari pacchi e abbandonati nel baule di un’auto ai margini di un campo. Eppure l’ottusità dei burocrati mi fa più paura che le minacce dei narcotrafficanti.
Non ho mai visto la morte così da vicino come in riva al lago Maggiore, seduto in macchina, sotto la pioggia, la mia arma di servizio carica appoggiata sulle mie ginocchia. L’artista è sfinito. Il mago delle operazioni d’infiltrazione non ne può più. Io, che non avevo eguali nel cambio di ruoli da impersonare, oggi vorrei cambiare pelle.
Sipario: la commedia è finita.
Dagli inizi degli anni Ottanta ho partecipato a diverse operazioni d’infiltrazione – nel nostro gergo “sotto copertura” – organizzate in Europa. Ho operato in Italia, Germania, Olanda, Belgio, Inghilterra, Francia, Austria, Turchia, Tailandia, Stati Uniti, Canada e America latina. Spesso con la DEA, la Polizia antidroga americana, o con le autorità locali, ma a volte anche contro quest’ultime. Certo, mi divertivo impersonando un garagista disonesto, uno scaltro avvocato, un finanziere senza scrupoli, un banchiere cinico o un trafficante.
In Bolivia ho aiutato gli uomini di Klaus Barbie, alias Altmann, a caricare diversi chili di pasta di cocaina a bordo di piccoli aerei.
Ho braccato l’anziano responsabile della Gestapo, il “Macellaio di Lione”, perfino nel cuore della mia fredda Svizzera. Nessuno, qui, ha voluto saperne qualcosa.
Sulle sponde del Bosforo ho negoziato l’acquisto di centinaia di chili d’eroina con uno dei più grossi boss della mafia turca. La droga proveniva dall’Iran: tonnellate di eroina in cambio di armamenti per la guerra contro l’Iraq.
Le mie inchieste danno fastidio.
In Svizzera, il sequestro di 100 chili di eroina turca a Bellinzona porta alle dimissioni del ministro della giustizia Elisabeth Kopp.
In Ticino ho smascherato e fatto condannare uno degli uomini più potenti della Confederazione, un cittadino al di sopra di ogni sospetto.
Sono stato uno dei primi a scoprire i legami tra certe famiglie della mafia siciliana e grossi industriali europei. Ho frequentato banchieri armeni che riciclavano soldi per i cartelli latino-americani, importanti agenti di cambio libanesi che lavoravano sia per la CIA che per i gruppi terroristici finanziati dalla Libia o dalla Siria. Tutti mi hanno creduto uno di loro.
I miei trofei: 100 chili di eroina a Bellinzona, 40 a Graz (Austria), 50 tra il Belgio e l’Italia, 100 chili di cocaina a Zeebrugge (Belgio), scoperta sotto lo scafo di un cargo, 480 in Francia (Martinica, territorio francese in Sudamerica) dove un ex responsabile della lotta antidroga peruviana è caduto in trappola, tre tonnellate in Belgio, Svizzera e Olanda, che hanno permesso l’arresto del figlio di Severo Escobar Ortega, il primo cittadino colombiano ad essere estradato dal suo paese verso gli Stati Uniti. Decine di “piccole” operazioni fanno salire di parecchie tonnellate il bottino. L’operazione Octopus permette di sequestrare più di 10 milioni di franchi e lo smantellamento di un’organizzazione finalizzata al riciclaggio. Ho scoperto un inatteso crocevia in Vaticano, tra la rete di banchieri napoletani protetti dall’allora ministro dell’interno italiano, rifugiatosi in Brasile.
L’operazione Mato Grosso, il mio più grosso affare, ha suggellato il mio destino e velocizzato la mia caduta. Tonnellate di cocaina sono state sequestrate e centinaia di conti bancari sospetti identificati in una decina di paradisi fiscali. La DEA americana, la Polizia antidroga brasiliana, l’OCRTIS (Office Central de Répression du Trafic International de Stupéfiants) francese e la squadra antidroga svizzera erano sul chi vive. Ho seguito le tracce fino a Nuova Atlantide, una città da erigere nella giungla amazzonica con lo scopo di riciclare 20 miliardi di narcodollari. Ma ho spinto troppo l’inchiesta.
Per aver detto ad alta voce quello che nessuno vuole sentire, e aver tirato in causa troppi cittadini al di sopra di ogni sospetto, sono stato allontanato dai miei superiori.
Ecco perché, seduto nella mia auto, l’arma in pugno, piango pensando a Isabel Maria, la mia fidanzata, nascosta in Brasile. La mia ultima inchiesta le è costata il suo lavoro e la sua tranquillità. Braccata dai sicari dei cartelli, cambia incessantemente alloggio, aiutata da parenti e amici.
A migliaia di chilometri di distanza sono ridotto all’impotenza, stritolato da una burocrazia che ha drasticamente ridotto il mio stipendio, costringendomi a vivere con 350 franchi svizzeri al mese (circa 230 euro). Sono moralmente e materialmente distrutto. Non riesco a reagire. Non passa istante che non pensi di mettere fine ai miei giorni.
Di fronte al lago Maggiore, le immagini sfilano come in un incubo. Rivedo i visi dei miei vecchi colleghi che mi hanno abbandonato. Li immagino ridere della mia disperazione. In quell’istante la collera s’impone sulla depressione. Non voglio più morire ma battermi per ottenere soddisfazione. Salto fuori dalla mia auto e inizio a camminare verso la città. Bagnato, gesticolo, urlo, piango e rido contemporaneamente. Arrivato a casa poso la mia arma sul tavolo e strappo la lettera d’addio. Mi occorreranno ancora parecchi mesi prima di ritrovare almeno un equilibrio precario. Il mio corpo inizia a sviluppare inquietanti tumori, il mio viso si prepara al ghigno che lo deformerà. Presto non potrò più tenere una tazza, le mie mani saranno vittima di un virus simile a quello del Parkinson.
So che non potrò uscire dalle tenebre finché non avrò scritto la mia storia.
Cosa succederà in seguito? Francamente lo ignoro e non lo voglio sapere.


Appoggiato al bancone del bar dell’Ascona Club, un night club di Ascona, la Saint-Tropez svizzera, osservo un giovane ticinese, Gianni Malli1. Un cliente abituale. Quanti anni aveva la prima volta che l’ho arrestato? 13, 14 anni… Solo per delle sciocchezze. Me lo sono ritrovato sul mio cammino quando ho iniziato ad occuparmi di questioni di droga. Anche in quel caso, niente di particolarmente grave. Non era che un piccolo consumatore che sniffava quello che trovava. Sembra che la vita gli abbia finalmente sorriso visto il modo in cui spende i suoi soldi. Quanti ne ha sperperati? 50.000 franchi? Forse di più. È sufficiente tendere un orecchio per indovinare da dove vengano tutti questi soldi. Lo sventurato ha bevuto troppo: parla di montagne di denaro, di droga, di mafia, della Bolivia.
In questo inizio degli anni Ottanta la Bolivia è lontana, molto lontana dalla Svizzera italiana, dal Ticino. Tuttavia l’improvvisa ricchezza del povero Malli stuzzica il poliziotto che è in me. Qualche parola con il barman e vengo a sapere che il giovane ha dei nuovi amici, dei sudamericani. Poco dopo, infatti, eccoli che entrano in compagnia di un altro piccolo malvivente, Jakob Meyer, anche lui raggiante. Ha vinto alla lotteria, se l’idea che ne traspare è riassunta nei bei vestiti e in una piccante brunetta, tipo “miss Bolivia”.
Prima di andarmene, faccio una rapida telefonata. È importante che degli agenti di Polizia effettuino un blocco stradale all’uscita del night club e controllino le loro identità. È l’unico modo per sapere chi siano i nuovi amici dei miei due piccoli teppistelli.
Devo ammettere la mia perplessità, l’indomani, venendo a conoscenza dei loro nomi. Sono boliviani. La bellezza piccante si chiama Heidi Suarez, ed è effettivamente l’ultima “miss Bolivia” in ordine di tempo. È accompagnata da uno dei suoi fratelli. I nostri schedari non contengono informazioni su questi individui. Fortunatamente, John Costanzo, il capo della sede milanese della Drug Enforcement Agency (DEA), è un amico.
«Senti, John, ti chiamo solo per una piccola verifica. Ho bisogno che controlli nei tuoi schedari se hai qualcosa su una famiglia boliviana di nome Suarez.»
«Il nome mi dice qualcosa, ti richiamo.»
Due ore più tardi, Costanzo piomba improvvisamente e senza fiato nel mio ufficio: «Lascia perdere tutto quello che stai facendo. Suarez è il pesce più grosso sul quale abbiamo mai posato gli occhi e tu partecipi all’operazione. Benvenuto nel club degli infiltrati.»

La Bolivia è uno dei paesi più poveri al mondo. Si coltiva la coca dalla notte dei tempi. Le popolazioni indiane masticano le foglie di questa pianta per dimenticare la fame e la disperazione di una condizione spesso paragonabile alla schiavitù. Questo consumo ha cambiato natura. La Bolivia è diventata uno dei principali produttori di un alcaloide conosciuto con il nome di cocaina. Sugli altopiani, migliaia di indiani sopravvivono grazie alla raccolta delle foglie che sono rivendute ad un vero e proprio cartello che si occupa di trasformarle in pasta di coca, da cui sarà estratta la droga. A capo del cartello c’è un grosso coltivatore che vale diversi miliardi di dollari: Roberto Suarez Gomez. È il padre di “miss Bolivia” e dei suoi fratelli che ho incrociato nel night club di Ascona. John Costanzo, eccitato, mi spiega:
«La DEA ha appena dato avvio, da Miami, ad un’operazione per infiltrarsi nell’organizzazione di Suarez. Roberto Suarez detiene il monopolio della cocaina boliviana e controlla il governo del paese. Dobbiamo sapere cosa sono venuti a fare in Svizzera. Cosa hanno a che fare i suoi figli con i tuoi due malviventi?»
«C’è qualcosa che non va in questa storia. Meyer e Malli sono due piccoli delinquenti, dei ladri di polli. Non capisco come qualcuno importante come Roberto Suarez possa avere a che fare con loro.»
Jakob Meyer e Gianni Malli avevano fatto conoscenza, in Spagna, con “miss Bolivia”. La figlia del boss si era invaghita di Meyer che l’aveva poi portata a Locarno. Tempo dopo, Malli e Meyer si recano in Bolivia e sono introdotti nell’organizzazione di Suarez.
Partecipano alle feste organizzate dalla famiglia. Suarez li presenta come “dottori” svizzeri. Il boss boliviano pensa di utilizzarli come chiave per entrare nella Confederazione.
Dopo aver avvertito il procuratore di Lugano, Renzo Respini, e con la sua autorizzazione, mi involo per Miami: destinazione il quartier generale dell’operazione destinata a far cadere Roberto Suarez.
Nome in codice: Hun.

Roberto Suarez è potente. Il 10 luglio 1980, al suo amico e suo protetto generale Garcia Meza riesce il 189° colpo di stato nella storia boliviana, conosciuto con il nome di “colpo di stato della cocaina” tanto sono stretti i legami tra i trafficanti e i militari. Gli agenti della DEA hanno convinto una ex amante di Roberto Suarez a collaborare. La ragazza ha paura. Perché parla? Ha compreso che i giorni del nuovo capo dello Stato sono contati? Che gli Stati Uniti non possono tollerare la presenza di un regime così legato ai trafficanti di droga nella loro riserva di caccia latino-americana? È mantenuta dalla DEA? È da lei che la Polizia antidroga americana viene a sapere che i soldi di Suarez sono riciclati in Svizzera. Faccio fatica a crederlo.

Per comprendere la mia reazione, bisogna ricordare il contesto dell’epoca. Non si parlava di riciclaggio se non a bassa voce. Certo, la Svizzera aveva già la reputazione di non essere troppo esigente sull’origine dei soldi che girano nelle sue banche, ma si parlava solo di evasione fiscale e in nessun caso di narcodollari. So che i boss del narcotraffico non sono nessuno fuori dal loro territorio. Non vedo quindi come Roberto Suarez possa riciclare i suoi soldi in Svizzera. Se un boliviano versa svariati milioni di dollari su un conto senza un garante svizzero, è probabile che venga segnalato alla Polizia. Deve quindi utilizzare dei pesci pilota solidamente impiantati nella Confederazione. Chi? Gianni Malli? Non riesco a credere che qualcuno di così insignificante possa servire da tramite a Roberto Suarez.

Il procuratore Respini ha messo i telefoni della famiglia Malli sotto controllo. Si scopre rapidamente che non è Gianni Malli che si occupa del trasferimento dei narcodollari ma suo fratello Elso, responsabile di un’agenzia di assicurazioni. Sicuro di farla franca, ha aperto un conto a suo nome presso l’UBS di Locarno. Allertare ufficialmente la banca significa correre il rischio di spaventare Suarez. Fortunatamente Respini conosce il direttore dell’istituto e apprende che sei milioni di dollari sono stati trasferiti dalla Bolivia. Servendosi dell’ex amante di Suarez, la DEA “accredita” presso il boss alcuni dei suoi migliori agenti che si fanno passare per degli acquirenti americani. Le negoziazioni hanno luogo a Miami. La delegazione boliviana è diretta da un giovanotto di una ventina d’anni che si esprime in un inglese perfetto. È il primogenito di Roberto Suarez, che porta il suo stesso nome. Grazie ai militari amici di suo padre, Junior ha frequentato i corsi per pilota di caccia presso la base navale di Presido a San Francisco, nel quadro di scambi militari con la Bolivia. A 18 anni pilota già aerei militari del tipo F-15.

Richi Fiano, l’agente federale responsabile dell’operazione è di origine napoletana. Impersonando il ruolo di un boss italo-americano, accoglie Junior in un hotel di lusso requisito dalla DEA. Tutti i dipendenti sono agenti federali. Il viso abbronzato, i folti baffi, i capelli neri impomatati, a suo agio nel vestito di lino bianco, l’agente federale Mike Levine impersona invece il ruolo di un boss di origine cubana. Roberto Suarez junior è impressionato. Le trattative partono da un acquisto di 600 chili di pasta di coca. Gli agenti della DEA mostrano ai boliviani 14 milioni di dollari che in seguito depositano in una banca. Una chiave viene data a Suarez e l’altra a Richi Fiano. Occorrono le due chiavi e la firma dei proprietari per accedere alla cassetta di sicurezza. Per maggiore precauzione gli agenti della DEA fanno sparire la chiave destinata a Roberto Suarez e gliene consegnano una falsa. Non si sa mai.

Sono impaziente. Avrei voluto partecipare alle trattative come “acquirente svizzero” o “boss italiano”, ma avrei corso il rischio di essere smascherato per i legami tra il clan Suarez e Gianni Malli, che mi conosce fin troppo bene. In compenso, mi propongo come volontario per far parte della squadra di agenti della DEA incaricata di recuperare la pasta di coca in Bolivia. Non avrei bisogno di mostrarmi, non dovrei far altro che restare in fondo all’aereo con l’equipaggio. I miei amici della DEA mi accordano questo favore a condizione che la mia presenza non sia resa ufficialmente nota alle autorità svizzere. Il procuratore Respini, al quale ne parlo, mi autorizza a recarmi in Bolivia. La spedizione, nel cuore della fortezza di Roberto Suarez, in un paese controllato da militari a lui vicini, non ha nulla del viaggio di piacere. Se mi faccio prendere, è a mio rischio e pericolo. I miei superiori non mi coprirebbero mai. Non oso immaginare lo scandalo che investirebbe la Svizzera se la mia avventura boliviana fosse scoperta, ma non posso perdere quest’occasione! La DEA mette a disposizione del nostro gruppo un bimotore in grado di trasportare centinaia di chili di merce e una dozzina di passeggeri. Ai comandi, Dave Kuntz e Richard Vandaveur, due vecchi piloti di bombardieri della guerra in Vietnam. Una barba di alcune settimane, i capelli un po’ troppo lunghi, blue-jeans consunti, un berretto e occhiali da sole: assomiglio più ad un trafficante che ad un onesto poliziotto svizzero. La noia e la lunghezza del viaggio ci fa cadere in un torpore che nemmeno lo scalo a Manaus, città brasiliana al margine della foresta amazzonica, riesce a distrarci. Accaldati, aspettiamo che il pieno di carburante sia terminato. Con la protezione di cui godeva allora Roberto Suarez, avremmo potuto caricare la pasta di coca all’aeroporto di La Paz. Prudente, il boss preferisce regolare i suoi affari lontano da occhi indiscreti. Ha fatto costruire una pista d’atterraggio nel cuore del suo quartier generale, a Cochabamba. È la nostra destinazione.

Quando il bimotore si ferma in fondo alla pista, veniamo subito circondati da fuoristrada. Attraverso l’oblò, vedo degli uomini armati, boliviani scortati da europei. Sono militanti neofascisti italiani, svizzeri e tedeschi, membri di uno squadrone soprannominato los novios de la muerte, i “fidanzati della morte”. Lo squadrone è comandato dal tristemente celebre Klaus Barbie, ex responsabile della Gestapo di Lione. I novios sono incaricati dei lavori di “manovalanza” per il narcotrafficante, quali esecuzioni sommarie e protezione delle spedizioni di pasta di coca.

Dieci minuti più tardi, due piccoli aerei si posano a loro volta sulla pista. Si tratta di apparecchi svizzeri, dei Pilatus Porter nuovi di zecca acquistati, come scoprirò in seguito, da Klaus Barbie in persona, che per questo non ha esitato a recarsi in Svizzera. Con la benedizione delle autorità del mio paese? La sagoma di uno dei piloti mi è familiare: si tratta di Roberto Suarez junior in persona. Il giovanotto salta sulla pista, abbraccia il nostro capo spedizione Richi Fiano e conferisce con lui mentre i “fidanzati della morte” scaricano i pacchi stivati a bordo dei Pilatus. Io rimango a bordo del bimotore americano con altri due agenti. Riceviamo i 600 chili di pasta di coca alla fine della catena umana organizzata dai “fidanzati”. Nonostante la mia curiosità, evito di guardarli con troppa insistenza. Quando i 600 chili sono imbarcati, un “fidanzato” mi passa un pacchetto: 10 chili di cocaina pura, un regalo di Junior. Qualche minuto dopo, decolliamo. Il nostro sollievo, però, è di breve durata. Una squadriglia di caccia delle forze armate boliviane ci intercetta. Falso allarme, sono qui solo per accompagnarci fino al limite dello spazio aereo nazionale! Una delicata premura di don Roberto Suarez e dei suoi amici generali, ma anche un modo per mostrare i muscoli.

Di ritorno negli Stati Uniti, chiamo il procuratore Respini per annunciargli il successo dell’operazione. Ho dimenticato il fuso orario. Rassicurato nel sapermi sano e salvo, il magistrato mi ringrazia prima di andare… a rimettersi a dormire. Non rimane altro che chiudere la rete. Siamo convinti che Junior verrà personalmente a ritirare i soldi. Purtroppo, sono due emissari muniti di procura e della chiave che si presentano. La DEA non può evitare di arrestarli. Il pesce grosso ci è scappato.
Rientrato a Locarno, intensifico la sorveglianza attorno a Gianni Malli e a Jakob Meyer. I due contatti svizzeri del clan Suarez incontrano molte persone. Inquieto, assisto da lontano ai loro incontri con rappresentanti dell’ambiente locale ma anche con un’importante personalità politica, Stelio Stevenoni. Uomo intelligente dal passato burrascoso, anticonformista, ha fondato, agli inizi degli anni Settanta, il Partito Anti Mafia (PAM). Dato che è un membro del municipio di Ascona, amico di numerosi dirigenti della Confederazione Elvetica e vicino al capo della Polizia, devo muovermi con precauzione.
Stelio Stevenoni mi rispetta. Sono una delle rare persone con cui condivide la bottiglia di Jack Daniel’s che è a sua disposizione nel night club di Ascona. Spesso sono rimasto con lui fino all’alba. Dietro all’animale notturno si nasconde il predatore. Stevenoni è un temibile uomo d’affari con interessi nel mercato immobiliare.
Nel novembre del 1980, un informatore mi parla di un incontro presso l’Ascona Club, luogo prediletto di Stelio Stevenoni. La serata era piovosa e la clientela si riassumeva in Stevenoni, Gianni Malli, Jakob Meyer e Mauro Blosch, un malvivente implicato in una rapina. Davanti al camino dove cuocevano delle castagne, i quattro hanno parlato di spedizioni di cocaina e di riciclaggio. Durante la conversazione Stevenoni avrebbe citato uno dei suoi amici romani chiamato “l’attore”.
Avverto Respini.
«Ecco qualcosa di interessante», mi dice. «Bisogna concentrarsi sulle intercettazioni telefoniche di Stevenoni.»
«Quali intercettazioni?»
Il nome di Stevenoni era emerso qualche mese prima durante un’inchiesta su un furto di opere d’arte avvenuto due anni prima nella chiesa del Collegio Papio, uno degli istituti scolastici più altolocati di Ascona. I ladri, due studenti, erano stati arrestati ma la pista della refurtiva si era interrotta dopo che le opere erano entrate in possesso di un uomo vicino a Stevenoni. Per confermare il sospetto che il politico potesse essere il mandante, non c’era altro da fare che superare un certo confine, cosa che alcuni miei colleghi non avevano esitato a varcare. Per confermare i loro sospetti, avevano messo il suo telefono sotto controllo. Le intercettazioni erano cominciate prima dell’inizio dell’operazione Hun e continuavano senza che io ne sapessi nulla, mentre l’operazione di infiltrazione raggiungeva il suo culmine. A causa del loro carattere delicato, la gestione degli ascolti era stata affidata al Servizio Informazioni.
Recupero le migliaia di pagine delle trascrizioni e mi ci vogliono delle settimane per venirne a capo. Arrivo alla conclusione che il politico più importante della regione è uno degli ingranaggi di un traffico internazionale di droga. È regolarmente in contatto con Malli e Meyer che gli consegnano la cocaina importata dalla Bolivia. Stevenoni rifornisce un attore italiano di secondo piano, Fernando Carnesecchi, di cocaina e procaina (o novocaina), una polvere anestetica utilizzata in campo medico-dentistico la cui vendita non era, a quei tempi, controllata in Svizzera. Stevenoni ne acquista a chili, quando un normale dentista non ne utilizza che qualche decina di grammi all’anno. Imparentata con la cocaina, la procaina è una polvere bianca ideale per tagliare la droga. Dalla lettura delle intercettazioni emerge che il politico chiede all’attore di andarci piano: forzando troppo sulle quantità c’è il rischio di farsi scoprire. Carnesecchi non ne vuole sapere. Sembra che dia ordini a Stevenoni. Ecco una cosa strana, normalmente è Stevenoni che dovrebbe dettare le condizioni, e non viceversa.
Mi sono rinchiuso in una casa di campagna per poter rileggere tutto, dormendo solo tre ore a notte. Separo le comunicazioni per interlocutore e trovo l’elemento che mi mancava: Carnesecchi ricatta Stevenoni. È tutto nelle conversazioni telefoniche. Mi domando cosa abbiano fatto i Servizi durante questi due anni. Hanno ascoltato senza capire?
Nel 1971 Carnesecchi era stato implicato nello scasso di un negozio di pellicce a Bellinzona. Era stato rilasciato dopo il versamento della cauzione pagata da Stevenoni. In seguito, i due uomini erano rimasti in contatto. Un giorno, il politico chiede un favore all’attore. Stevenoni ha avuto una relazione extraconiugale con una barmaid americana di un night club di Locarno. Ne è nato un bambino, che Stevenoni rifiuta di riconoscere e soprattutto non ha nessuna intenzione di divorziare: sua moglie è ricca e non intende abbassare il suo stile di vita. La barmaid si rivolge alla Polizia per richiedere un test di paternità. Risposta di Stevenoni: impossibile, ho subito una vasectomia. Come prova, consegna un campione di sperma… non suo. Il dubbio persiste, un secondo controllo è d’obbligo.
Carnesecchi aiuta Stevenoni a trovare un medico italiano compiacente che accetta di sottoporlo a vasectomia retrodatando il certificato di qualche anno. Ora l’attore tiene in pugno il politico. In seguito passo alle registrazioni delle conversazioni tra Stelio Stevenoni e Jakob Meyer. Per poter parlare di cocaina, dato l’argomento, prendono qualche precauzione: utilizzano un codice rudimentale. La droga diventa un terreno in Bolivia e si parla quindi di metri quadrati. I due, però, dimenticano presto la prudenza. Stevenoni chiede, ad esempio, quanti metri quadrati gli possono essere forniti. Alla fine della conversazione i metri quadrati sono diventati chilogrammi.
Purtroppo però gli elementi in mio possesso non sono sufficienti per inchiodare il politico. La fortuna mi dà un piccolo aiuto: Jakob Meyer viene arrestato in Cile con alcuni chili di cocaina. Al termine di un processo per direttissima, è condannato a cinque anni di detenzione. Tempo dopo ricevo la visita di Mauro Blosch, il malvivente locarnese amico di Meyer. Sollecita il mio intervento per un trasferimento di Meyer in una prigione svizzera.
«Perché dovrei farlo?»
«Se lo fai, ti dico tutto quello che so.»
«Su chi? Sulla famiglia Suarez? Prima di tutto mi dici quell che sai, poi vedo quello che posso fare. Non ti posso promettere niente, non ho alcun potere in Cile. Occorre che Meyer dichiari che la cocaina era destinata in Svizzera, a qualcuno che noi due conosciamo bene. Solo allora potrò intervenire.»
Blosch rimane ammutolito. Ha capito che io so. Poco dopo mi trasmette la risposta di Meyer: è no.
Nel frattempo Respini, che controllava la mia inchiesta, lascia la magistratura per dedicarsi alla politica. Gli subentra il suo collega Dick Marty. Conosce bene Stevenoni perché è lui che ha ordinato le intercettazioni nel quadro dell’inchiesta sul furto di opere d’arte. Dal nostro primo incontro capisco subito che non c’è il rischio che l’affare Stevenoni venga abbandonato. Il magistrato è molt diretto:
«Devo felicitarmi con te per il tuo eccellente lavoro sulle intercettazioni di Stevenoni. Il tuo rapporto è molto chiaro. Stevenoni è implicato fino al collo. Se penso che i nostri Servizi non hanno nemmeno controllato le registrazioni…»
«Vorrei andare in Italia per indagare su Carnesecchi e i suoi contatti.»
«Ottima idea. Puoi andare fino in capo al mondo basta che mi porti le prove per poter arrestare Stevenoni. Ma acqua in bocca. Vacci senza dire a nessuno il vero motivo del tuo viaggio. Ci inventeremo un pretesto.»
Il mio viaggio non sarà inutile. I poliziotti italiani cominciano a sorvegliare Carnesecchi, che viene arrestato poco tempo dopo. Nel frattempo, Jakob Meyer esce dalle galere cilene grazie ad un’amnistia. Viene immediatamente convocato da Roberto Suarez per dare spiegazioni. Qualche ora dopo il suo arrivo a Cochabamba, viene ucciso con un colpo di pistola alla testa mentre è sotto la doccia. Un suicidio, secondo la Polizia boliviana.
La morte di Meyer permette nuovi sviluppi. Non posso lasciarmi sfuggire l’occasione per tentare nuovamente d’infiltrarmi nel gruppo Stevenoni. Dispongo della persona ideale per l’operazione. Giuseppe Paneci, detto Pippo, un siciliano piccoletto con una gran pancia, una vera caricatura del mafioso. Da diversi anni lavora per la sede milanese della DEA. Quando espongo la mia idea, i miei amici americani non si fanno pregare. Pippo si immerge nel dettagliato curriculum vitae del defunto Jakob Meyer. In qualche settimana impara tutto, o quasi, del morto. A sentirlo parlare, si ha l’impressione che lo conoscesse dall’infanzia. Seconda fase dell’operazione: approfittando di un soggiorno a New York, Pippo chiama Mauro Blosch. Si è premunito di far passare la chiamata attraverso un centralino così che l’interlocutore possa verificare da dove viene la chiamata. In piena notte – a causa del fuso orario – Mauro Blosch viene svegliato:
«Ciao Mauro, sono Pippo. Rientro ora da una vacanza a Santiago del Cile. All’hotel ho incontrato il tuo amico Jakob… Poverino… Ho appena ricevuto la notizia… Dovevamo incontrarci qui… ma alla fine… capisci.»
«Sì, sì, capisco.»
«Ascolta, è lui che mi ha parlato di te… tutti i giorni uscivamo assieme per una passeggiata… Parlava di te e dell’altro di Ascona… Mi ha dato il tuo numero di telefono e il tuo indirizzo… Può darsi che se lo sentiva… un presentimento… Mi ha detto di chiamarti in caso di bisogno… Mi ha detto: Mauro e l’altro sono delle ottime persone a cui rivolgersi, contattali.»
«Sì, lo so, ho tentato di fare qualcosa, d’intervenire, ma non ci sono riuscito.»
«Quando l’ho conosciuto a Santiago, voleva continuare il viaggio. Aveva un progetto per il suo amico di Ascona. E poi, ci sono stati dei problemi… Si è dovuto fermare per risolverli. Bisogna avere pazienza. Mi ha detto che eri come un fratello per lui. Devo sistemare alcuni problemi qui, ma sarò di ritorno a Milano tra due giorni. Ti chiamo e ti passo a trovare; così potremo parlare tranquillamente e tu mi presenterai il tuo amico di Ascona.»
Ovviamente l’amico di Ascona è Stelio Stevenoni. Quindici giorni dopo, Pippo incontra Mauro Blosch in un albergo di Locarno. L’infiltrato è accompagnato da un agente della DEA di Milano, Samuel Meale, un amico con cui realizzerò, qualche anno più tardi, una delle mie migliori operazioni d’infiltrazione. Pippo recita la parte del boss a meraviglia: «Guardami bene negli occhi», ordina a Blosch, come inizio al suo discorso. «Io diffido di tutti. Vedo sbirri ovunque. Se deve saltare la testa di qualcuno, non sarà certo la mia. E non usare mai la parola cocaina.»
Alcuni giorni dopo, i due agenti della DEA vengono ricevuti da Stevenoni. La loro conversazione è registrata. Non apprendiamo nulla di nuovo ma ci dà un elemento che ci permette d’agire senza paura di essere bloccati.
Alla fine del 1981 la situazione politica è cambiata bruscamente in Bolivia. Il governo Meza è caduto. Mancando le protezioni politiche, anche l’organizzazione di Suarez affonda. Il patriarca deve rintanarsi in una delle sue fortezze nel cuore delle Ande. La sua famiglia espatria e sbarca in Europa. Comincia così per il clan una vita da ricchi nei più lussuosi palazzi del vecchio continente. Durante uno dei suoi soggiorni in Svizzera, Roberto Suarez junior si compra una Porsche e una Mercedes 450 L. La famiglia si sposta con un jet privato. Le intercettazioni ci fanno capire che hanno nascosto assegni e lettere di credito destinate a banche svizzere dentro quadri importati con i loro mobili. Gli assegni sono emessi da una banca gestita e controllata dalla famiglia e che ha come clienti il gotha dei trafficanti.
Da parte sua, Gianni Malli continua a spendere una fortuna con grande preoccupazione del fratello che si sfoga con la madre:
«Per colpa di quel cretino di mio fratello rischio di finire in prigione.»
«Perché?»
«Per i soldi! I boliviani hanno già mandato quattro o cinque milioni di dollari sul mio conto; se continuano, la Polizia comincerà ad avere dei sospetti.»
«Ma perché?»
«Mamma, sono soldi della mafia!»
«Allora, vai subito in banca e ritira tutti i soldi. Nascondili in soffitta.»
Per capodanno, si ritrovano tutti al Palace di Saint-Moritz, località alla moda sulle Alpi svizzere. Festeggiano con un membro della famiglia Grimaldi, incontrato senza dubbio durante un ricevimento a Monte Carlo. La festa prosegue sul Rocher (Principato di Monaco) dove il clan sbarca a bordo di un jet a noleggio, poi il ritorno a Locarno. Il 10 gennaio Roberto Suarez manifesta l’intenzione di recarsi a Parigi e poi a Madrid prima di rientrare in Svizzera. Le autorità federali di Berna ci ordinano di procedere all’arresto del clan Suarez e dei loro complici svizzeri. Rimango fulminato. A mio avviso, questa decisione è un errore. Bisogna pedinare Suarez junior all’estero, osservare con chi prende contatto, aspettare che centralizzi i suoi soldi in Svizzera e allora, ma solo allora, sarebbe saggio passare all’azione. Sappiamo dov’è, gli agenti della DEA non lo lasciano un istante, ci sarà sempre l’occasione per arrestarlo. Sono sempre più sicuro che, essendo i soldi in Svizzera, Suarez junior vi abbia installato la sua base operativa europea.
Nell’impossibilità di far cambiare idea ai responsabili svizzeri della Polizia, bisogna passare all’azione. John Costanzo, della DEA, ed io pianifichiamo l’operazione. Il 18 gennaio 1982 alle cinque del mattino, decine di agenti fanno irruzione nelle proprietà di Gianni Malli e Mauro Blosch così come nella villa occupata dal clan Suarez.
L’operazione si svolge non molto lontano da casa mia. Durante le perquisizioni scopriamo assegni per centinaia di migliaia di dollari nascosti nelle cornici dei quadri. L’arresto di Stelio Stevenoni scuote la tranquilla Svizzera italiana. Un anno più tardi, il politico sarà condannato a sette anni di carcere e morirà per una crisi cardiaca poco dopo il suo rilascio.


Fisico da atleta, biondo con occhi azzurri, Hans Joachim Fiebelkorn è un giovane tedesco che potremmo definire acculturato e intelligente, se non fosse per la sua propensione al culto del III Reich. La frequentazione di gruppi neonazisti lo hanno portato ad incontrare Klaus Barbie a La Paz. Sedotto dalle qualità del giovanotto e dal suo fanatismo, il vecchio responsabile della Gestapo di Lione ne fa il suo braccio destro. Fiebelkorn apre a Santa Cruz, altra città boliviana, un bar decorato tipo III Reich dove si ritrovano, sotto un ritratto di Hitler e diverse svastiche, i “fidanzati della morte”. Fine 1981: su pressione degli americani il presidente Garcia Meza è costretto a sciogliere questa unità paramilitare neonazista. Fiebelkorn lascia il paese per l’Argentina, dove viene arrestato per il possesso di tre chili di cocaina e un impressionante stock di materiale di propaganda nazista. Contattato dalla sede locale della DEA, accetta di collaborare con l’agenzia americana in cambio dell’immunità.
La DEA lo rimpatria in Europa così da poter essere consegnato al BKA (Bundeskriminalamt) tedesco. Poi viene il mio turno per poterlo interrogare. Il mio primo incontro con Hans Joachim Fiebelkorn si svolge negli uffici della DEA presso il consolato americano di Milano. Lo accompagno segretamente in Svizzera e lo sistemo in un albergo di Locarno senza notificarlo ai miei superiori e senza riempire la documentazione per gli uffici dell’immigrazione. Cinque giorni più tardi i nostri rapporti, senza essere particolarmente cordiali, si sono distesi. Mi consegna delle fotografie dei suoi ex compagni d’armi, mi racconta dei massacri organizzati dai “fidanzati”, dei furgoni stipati di dollari e scortati attraverso La Paz fino alla banca della famiglia Suarez. Devo invece rinunciare a qualsiasi uscita pubblica in sua compagnia. Una sera che mi ero preso il rischio di portarlo fuori è saltato su un tavolo di un bar, il braccio destro teso in avanti urlando: «Heil Hitler!»


continua…

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